Fabrizio Bernini, “Le parole semplici” per  una sintesi consapevole del “molteplice che abita il mondo”.

Fabrizio Bernini, “Le parole semplici” per una sintesi consapevole del “molteplice che abita il mondo”.

Quieta e accogliente gioia della lettura. Luce genuina senza ostentazione. Un angolo infinito di pace e appartenenza. Niente va smarrito nel corpo e nello sguardo, prima ancora che nel cuore. Luminescente bellezza di un dettato discendente che consacra e celebra l’amore esemplare per la vita, un paradiso semplice e abbondante, ricolmo di stelle. Parliamo del nuovo libro “Le parole semplici” di Fabrizio Bernini, pubblicato da “Stampa2009” nella collana “I quaderni” a cura di Maurizio Cucchi.

“Le parole semplici” perché questo titolo? Perché questo libro? 

Ho sempre creduto che la lingua si costruisse sul concetto di semplicità. Se andiamo a vedere, il linguaggio si è formato a livello di oralità, solo successivamente è arrivata la parola scritta. Le parole perciò sono state create dalle persone, la gente comune, che cercava di comunicare in modo diretto ed essenziale. Ovviamente tutto ciò non compromette la complessità, appunto, di una lingua. Semplice e complesso per me sono sinonimi. Il livello basso di una parola è la sua artificiosità, la sua forzatura, l’estrema ricercatezza fuori luogo, non l’espressione in sé. Nel libro ho cercato di rappresentare questo aspetto in un personaggio che sente la quotidianità dell’esistenza come immediata e profonda relazione con il mondo circostante. La semplicità è perciò una sintesi, una selezione operata attraverso la consapevolezza del molteplice che abita il mondo. Questo ovviamente vale anche per chi ha a che fare con la lingua scritta. 

Cosa hai ereditato di più prezioso dalla poesia?

L’eredità è la poesia stessa. Tramandata da secoli diventa una testimonianza importantissima per quanto riguarda l’esperienza che l’uomo ha compiuto e compie nel mondo. E come tutte le eredità va oltre il contesto storico, perché il passaggio è sempre trasformativo, perciò posso leggere una poesia di tre o quattro secoli fa e sentirla come attuale. Se non fosse così allora anche una lirica degli anni ‘60 non mi direbbe nulla, perché appartiene a una generazione e a un tempo che non ho vissuto. Ma proprio il suo togliersi dalla linea cronologica del tempo fa sì che la poesia possa lasciare qualcosa in eredità. 

Per Maurizio Cucchi la poesia “è un umano – nobilissimo – manufatto; è, in partenza, come il civile e umile lavoro dell’artigiano”, per Fabrizio Bernini?

Sono perfettamente d’accordo. La materia di cui dispone il poeta ha le stesse caratteristiche artigianali di qualsiasi altra. Il risultato finale è la creazione di un manufatto, dove la forma prende luce dopo un lavoro di trasformazione del materiale grezzo. Ed è questa la particolarità che nobilita la poesia, cioè la consapevolezza di avere una funzione civile partendo proprio dall’artigianato. 

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a scegliere una tua poesia dal recente libro e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.  

Le parole semplici, per me, sono come le cose che mettevi insieme nella vita. Da oggetti apparentemente inutilizzabili tiravi fuori qualcos’altro. Li combinavi e nasceva una nuova funzione. Ecco che allora una vecchia grata da finestra, quattro assi smangiate di un bancale e del filo di ferro già sfruttato, diventavano la gabbia dei conigli. Così faccio io con questi termini, questi suoni familiari, schietti e genuini. Cerco di farli ancora funzionare, di parlare ancora con qualcuno. 

Questa poesia in prosa è un po’ il cuore del libro. Avevo pensato che la capacità di un uomo semplice, com’era mio padre, di riuscire ad assemblare elementi apparentemente estranei o inservibili per crearne una nuova utilità, fosse paragonabile a ciò che il poeta ha come compito imprescindibile: quello di riutilizzare la lingua per una sua funzione profondamente comunicativa. Quella che emerge è appunto la dinamica della trasformazione, intesa come possibilità continua di aggiungere a ciò che già esiste qualcosa in più. Ecco perché rappresentando un personaggio che forse non è più figlio dei nostri tempi è possibile vederne anche la sua evoluzione in chi viene dopo, che c’è in quella forma proprio perché ce n’era un’altra precedente che l’ha determinata, e non per questo è andato perso il valore che portava con sé. Le parole sono semplici quando hanno questa caratteristica, cioè quella di avere alle spalle un percorso e un cammino molto più arduo di ciò che appare.   

 

 

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 06.09.2020, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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