Fotoracconto

Rosario Leotta
Fotografia di Rosario Leotta

C’era sole, anche se in strada non ne arrivava tantissimo. Sotto quegli immensi giganti di vetro mi sentivo un po’ protetto e un po’ minacciato. C’era un odore strano, era una stratificazione di puzze diverse che non capivo, quando credevo di averne identificato una, scappava via schiacciata da un odore più forte che poi spariva al passaggio di un altro, in un gioco infinito. Il bus su cui ero salito era enorme, non assomigliava per niente alla corriera polverosa che prendevamo in estate per andare al mare, con tutti quei cigolii e le macchie di ruggine, con tutti i suoi balletti sulla strada che quando arrivavi ballavi ancora per un’ora buona anche se avevi i piedi a terra. Questa sembrava una nave che scivolava sul mare, come l’elefante con i pattini del libro di favole. Cercavo di sembrare disinvolto, il bigliettaio mi si avvicinò e mi chiese: “E questo bel pupo dove va? Dov’è la mamma?”. “Sto andando dalla mamma” dissi… mentivo… e forse l’aveva bevuta… A dire il vero con mamma ci avevo litigato, avevo preso la mappa che avevo rubato allo zio ed ero uscito dalla finestra della cucina. Gli diedi il biglietto e lui non disse altro. C’era tanta gente in città, nemmeno alla festa di San Bartolo ne avevo vista tanta, quando mamma e papà mi portavano a prendere il gelato, il primo gelato di ogni anno lo mangiavo lì, metà io e metà la mia maglietta, mio papà rideva e mia madre urlava. C’erano tanti vecchi che chiedevano spiccioli, gente in giacca e cravatta, donne che sembravano quelle della televisione e ragazzi sui motorini, negozi di borse e di scarpe… dovevano esserci tantissime persone in città per tutte quelle scarpe, tantissimissime pensai, perché io ne avevo due paia, uno estivo e uno invernale e basta. Trovato l’indirizzo mi intrufolai nell’ascensore di quell’immenso palazzone fatto di vetri.

Fu quella la prima volta che vidi davvero una città. Una città vera, di quelle che si vedono nei film, quelle che se le vedi dall’alto ti sembrano un enorme plastico e ti viene voglia di giocare, a prescindere dalla tua età. Non ricordo a che piano lavorasse mio padre, ricordo solo che chiamò mamma e che mi disse che avevo fatto una cosa brutta a scappare per venire da lui, che mamma non voleva più che lui fosse mio padre e poi non ricordo più… poi mamma arrivò e mentre litigavano ancora scappai dalle scale e mi lanciai in strada, nel vortice. Non ricordo quanti anni avessi, né quanti ne sentissi. Come solo un bimbo vede, tra i rumori della civiltà… nessuno fece nulla, nessuno mai riuscì a fermarmi, divenne il mio grande gioco. Oggi ho settantaquattro anni e vivo qui all’ultimo piano di questo grattacielo mio da trenta. Qui mi intrufolai per cercare mio padre, qui oggi finirà la mia storia. La mia gloria non compensa il dolore che mi porto dentro fin da quella follia di bimbo. È finito tutto, tra la gente che scatta le foto e la polizia che cerca di allontanarla.

 

 

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