Fotoracconto

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Dario Spoto
Dario Spoto

Mio padre suonava la chitarra; era bello ascoltarlo alle feste insieme a tutti i vicini. Quando cantava aveva uno spirito e una verve tale da ammaliare tutti. Una volta se qualcuno voleva ascoltare della musica doveva bussare alla porta di un musicista e chiedergli se poteva suonare per lui. Se il musicista accettava bene, se no niente, dovevi aspettare il momento giusto. A parte gli strumenti, mica esistevano supporti per riprodurre musica. Poi fu la radio; la sera c’era quasi sempre un concertino dopo il bollettino di guerra, piccole orchestre trasmettevano Bach in onde medie. Poi un tizio inventò il disco in vinile, arrivò il grammofono per sentire qualche disco. Era come avere Beethoven ospite a cena quando volevi. Ogni disco era un tesoro speciale, ricordava una data ben precisa, una ricorrenza, un regalo e le note intrappolate nel vinile erano vive dentro la mente di chi ascoltava, meditava, imparava. Poi arrivarono le case discografiche e gli LP. I Long Plain, meravigliose suite musicali tutte da gustare, nacque il rock, figlio di jazz e blues… quelli sì che furono anni memorabili… arrivava anche l’elettronica. Costavano i dischi, mica era per tutti, mettevi da parte qualche cosa e poi correvi in un negozio o aspettavi di ricevere per posta i primi successi dei grandi stranieri.
Quando finalmente arrivarono anche le musicassette si diffuse quella che ancora oggi chiamano pirateria.

Poi l’alta fedeltà, il compact disc, plastica, fibra ottica, dati elettronici letti da un laser rosso. Adesso basta un mini lettore mp3 per conservare oltre 300 canzoni in 2 centimetri per 1. Mi sono diplomata al conservatorio, suono l’arpa, il violino, la chitarra, il piano e sto pian piano imparando anche la tromba. Amo la musica, è la mia vita, mi fa sentire mio padre ancora vicino, come quando mi vide per la prima volta alla filarmonica, il mio debutto.

Ormai però non trovo più lavoro, pazzesco.

Le lezioni private mica bastano a pagare tutto, ormai i ragazzini giocano a guitar hero, uno stupido giochino con una chitarrina a tasti colorati in cui devi schiacciare in sequenza quello che ti dice il video. Ricordo con malinconia gli sguardi che cercavano mio padre e aspettavano in silenzio che lui accordasse la chitarra e ci regalasse un sogno fatto di note, accordi, voce. Magari alla fine ci regalava anche qualcosa da ballare tutti insieme. Assurdo, sono quasi cinque anni che lavo scale dei condomini ormai.

E quest’oca giuliva mi ha appena macchiato con il suo gelato zeppo di conservanti, come la musica confezionata dalle case discografiche che ha nelle cuffie.

 

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