Inediti d’autore

Inediti d’autore

Renoir
Renoir

Il senso negato. Racconti uniti da un comune denominatore. Protagoniste le donne.

 

Flaminia

Flaminia è il suo nome.

Ha capelli verdi, occhi gialli. Ha pure due- tre sogni. Le si attorcigliano lungo le gambe, su per il corpo allungato quando la sera cerca, inutilmente, di pensarsi stesa sul letto al di là della sponda e cerca di vedersi immobile e sdoppiata in un vano tentativo di training. Succede invece che al posto della visione, difficile da immaginare, le si inerpicano i sogni per le gambe immobili e tese, che invano cerca di rendere molli. Arrivano, i sogni, immediatamente alla testa e vi dimorano nei rimanenti cinque minuti necessari al

raccoglimento.

“Cara mia Flaminia,

hai dimenticato più cose in bagno. Ti elenco: salvelox cotton fioc forbici dalle punte arrotondate (a che servono?) spazzola con capelli vecchio dentifricio. Ho raccolto il tutto in un sacchetto da farmacia e l’ho posato sulla mensola di vetro, quella sempre schizzata d’acqua. Non penso verrai mai a prendere quanto ti ho detto, conserverò il sacchetto per un’altra settimana – poi si vedrà. In bagno ho fatto finta di parlarti, ti ho detto: oggi racconterò una storia, una storia breve e concisa; tu l’ascolterai poi verrai a dormire, finalmente per sempre, in quella stanza bianca che cosi’ poco ti piace, ma piace a me perché fatta di luce, priva di tende, assolata e vicina alle nuvole. La storia è una poesia, la poesia che cerco sempre nella mia mente, quella che arriverà prima o poi nella tua vita e sarà la poesia del sempre e del tutto. L’unica che io sappia e sappia dirti. Quella che tu ascolterai e seguirai; io, quando tu la ripeterai, camminerò ai margini della tua vita confusa, rassettando e raccogliendo i tre sogni che ogni sera si attorcigliano lungo le tue gambe. Le sentirai finalmente sciolte, immobili ma lente, molli di carne ossa e sangue. I tre sogni saranno dentro la mia poesia, non la declamerò ma tu l’ascolterai lo stesso perché ti giungerà oltre la spalliera del letto e ti vedrai stesa – figura dormiente – sdoppiata e leggera. E sarai tu, in questi versi rilassati, pronta a sciogliere il nodo ai capelli che stringe i pochi pensieri di troppo, quelli che attanagliano la tua piccola mente inquieta. Ascolterai la poesia dei tuoi giorni qualunque, ogni parola ti giungerà sommersa, sfoglierà giorni di calendario, trapasserà ore immaginifiche, si poserà sul tuo sguardo irriflesso e strapperà, straccerà, i tre sogni che ti hanno fatto fuggire e urlare lungo le scale del mio palazzo antico che, mai, ha ascoltato simili urla. Il tuo grido mi è giunto ed io ne ho raccolto l’ultima frangia del lamento contenuto, per trasformarlo in poesia. Nessun computer potrà conservare il canto compresso dei miei versi slabbrati ma io so, per primo, quante parole contiene il silenzio di questa poesia che tu mi strappi e chiedi da giorni e mesi. So che vuoi parole silenziose quelle che non giungeranno mai – così dicevi commossa con il brillio dei tuoi occhi gialli che riempiva la stanza bianca, ed era luce sulle tue parole. Ora che te ne sei andata attendi pure versi imbrigliati perché nessuna magia verrà più fatta”.

Moltevoltecaro Diego, l’urlo di cui tu parli io non l’ho sentito né emesso. Chi dunque ha gridato al mio posto il giorno in cui ho sceso le lunghe scale di casa tua, stentando non poco per il peso di una valigia troppo scomoda e pesante? C’era silenzio in fondo alla mia gola secca, bruciava di dolore compresso ma tu non hai potuto sentire molto delle piccole frasi che ti dicevo, scalino dopo scalino. Del fuoco della testa, di quello avresti dovuto sentire l’odore acre …ma tu pensavi alla poesia che mi avresti detto un giorno. Quale giorno? le attendo, le parole sparse; ma che colore avranno e che sapore? gusterò le vocali che si attardano sul foglio bianco – perché ci sarà un foglio bianco – e finalmente divorerò le tue parole nel silenzio che tu conosci bene. Il silenzio dei miei occhi della mia voce, il silenzio che inseguo. Tu invece insegui i miei tre sogni. Vuoi conoscerli, li inventi, li immagini, li vedi strisciare per le mie gambe tese. Ma io, io li conosco i miei tre sogni? Mi accompagnano da anni, credevo di averli trovati fra le pieghe delle lenzuola stropicciate del tuo disordinato letto, nella camera bianca vicino alle nuvole minacciose oltre la finestra, nel miagolio del tuo grigio gatto che sfugge al mio minimo gesto, tra le trame del tuo unico maglione color arancio, intrecciato ai riccioli corti della tua piccola e tonda testa. E ancora potrei dire. Ma ricorda, non li conosco i miei tre sogni e non sono andata via perché li cerco da sempre. La tua poesia dovrebbe dirmi che le mie gambe sono finalmente morbide, niente si attorciglia intorno ad esse ed io mi vedo oltre la sponda del letto, supina e dormiente in altro letto, ormai, in altra casa in un misero pianoterra vicinissimo ai rumori di una strada di periferia, fra le nuvole di traffico senza colore. Chi, allora, ha gridato quella mattina durante la mia lenta e impacciata discesa? Non aspettarti più niente, perché poco verrà da me e io sono incapace di fare magie. Nessuno cambierà i miei tre sogni in semplice realtà. Né permetterò mai che tu lo faccia, anche se con una splendida e unica poesia”.

Diego si alza e va alla finestra. La sera della città è dietro i vetri della sua alta casa. Poco giunge del traffico, la camera è invasa d’altri rumori: un computer che attende, acceso, d’essere accarezzato; un gatto grigio che sogna sussultando sulla poltrona, il ronzio del frigorifero quasi vuoto, la spia rossa e ticchettante del vecchio scaldabagno. Diego non attende più. Lì, fra le pieghe delle lenzuola stropicciate del suo disordinato letto si attarda un capello verde. Apre la finestra, il primo infisso, il secondo infisso e poi nel vuoto, leggero, il capello si attorciglia, si slarga. Galleggia nell’aria della notte sopraggiunta.

Nessuna magia è stata fatta.

 

Nata a Messina nel 1953, Letizia Dimartino vive a Ragusa. Ha pubblicato nel 2001 la sua prima raccolta di poesie, Verso un mare oscuro (Ibiskos), seguita nel 2003 da Differenze (Manni) e, nel 2007, da Oltre (Archilibri). Nel 2010 è uscito La voce chiama per Archilibri. La silloge Cose, tratta da La voce chiama, è stata pubblicata sull’Almanacco dello Specchio 2009 (Mondadori). Nel novembre 2010 Metallo, primo premio per l’inedito (premio Gilda Trisolini) del circolo culturale Rhegium Julii, è divenuto un libro a opera della stessa associazione. A maggio 2012 è uscito per Ladolfi Editore Ultima stagione con un testo critico di Renato Minore. 

 

 

 

Potrebbero interessarti anche

4 Commenti

I commenti sono chiusi.