Gaetano Capuano, “la poesia deve interrogarsi, interrogare e trasmettere emozioni”.

Gaetano Capuano, “la poesia deve interrogarsi, interrogare e trasmettere emozioni”.

“I nanni l’àiu salutato sempri/ cô sabanadica/ e saria bona crianza/ ca i carusitti ê viecchi …”. Pochi versi di Gaetano Capuano, scelti dal libro “A putìa” [La bottega – Poesie siciliane nel dialetto di Agira (En)], come definito da Nicola Gardini, “bellissimo, pieno di umorismo, civiltà e fantasia. Quasi un poemetto didascalico virgiliano, che costruisce le metafore sul lavoro concreto, sulla fatica fisica e sui gesti, oltre che sulle sostanze”, per introdurre la nostra intervista.

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia?

A undici anni ho scritto la mia prima poesia, in un istituto dell’ordine religioso di san Paolo, per una raccolta per la festa della mamma, in sincerità l’ho fatto malvolentieri, forse perché ero stato costretto o perché la poesia per me era un argomento ostico, in quando fino allora i maestri di scuola me l’avevano introdotta per impararla a memoria, senza capirne il significato. Ciò nonostante in età adulta, a trentacinque anni, mi sono appassionato in maniera viscerale. Infatti, di un ricordo tratta il mio primo vero scritto dal titolo “Riuòrdu (Ricordo)”, ed inserito nel libro di esordio “Rispicchiannu Ricurdanzi” del 1996. Era, la prima volta che scrivevo in dialetto, ovviamente, dopo un paio di anni trascorsi a leggere alcuni autori dialettali inseriti in una antologia degli anni ’80 , regalatemi da mio zio Carmelo Gagliano, anch’egli poeta e segretario del sodalizio Arte e Folklore di Sicilia di Catania. Narra la vicenda di un mio fratello, il più piccolo, che doveva nascere – com’era in uso in quegli anni – in casa. Era il mese di febbraio e Agira era innevata. Io, all’epoca avevo cinque anni, e mia nonna paterna, mi avvolgeva nel suo scialle nero per portarmi a casa sua. Incuriosito, le domandavo: “Nà, o nà, chi fu, chi sta succidiènnu?” (Nonna, o nonna, che fu, che cosa sta succedendo?). Lei, con un po’ di disagio mi mise a conoscenza di ciò che stava avvenendo e, rispondeva: “Tanuzzu, o Tanuzzu / vidi ca sta pi nasciri to’ fratuzzu…” (Tanino, o Tanino / vedi che sta per nascere tuo fratellino…). Questo ricordo mi ha portato a Lei in età matura, subito dopo la sua dipartita e ho voluto ricordarla semplicemente con quel saluto tipico di Agira e in tutta l’isola tipo: “Nà, sabanadica!” (Nonna, sia benedetta), e lei rispondeva: “Santu e riccu, miu çiatuzzu” (Santo e ricco, mio piccolo fiato).

Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la tua formazione?

Ho iniziato con tutti quegli autori inseriti nell’antologia “ Poeti Siciliani Contemporanei” degli anni ’80, a cura di Salvatore Camilleri. Ovviamente, nomino solo pochi nomi di questo libro: Ignazio Buttitta; Salvatore Camilleri; Paolo Messina. In seguito ho voluto ampliare la mia conoscenza con gli autori più indietro nel tempo: Vincenzo De Simone; Giuseppe Pedalino De Rosa; Emilio Morina; Giuseppe Scandurra (poeta contadino) ecc… e con i contemporanei autori Salvatore Di Marco; Giuseppe Cavarra; e tanti altri più o meno noti. Solo dopo un po’ di tempo ho letto gli autori In Lingua italiana: Vincenzo Cardarelli; Luciano Erba; Mario Luzi; Nicola Gardini; ecc.. In Lingua straniera Charles Boudelaire; Paul Verlaine; Stephane Mallarmè; William Blake; Evgenij Evtusenko; Pablo Neruda; Raphael Alberti; Federico Garcia Lorca, e i dialettali delle altre regioni italiane, di quest’ultimi Franco Loi, Tonino Guerra; Guido Oldani; ecc… Non ho letto i classici dell’antichità, ma grazie alla passione e allo studio in auto formazione con una grammatica, ho cercato di suffragare le lacune dei mancati studi superiori, credo che da tutti questi autori sopra menzionati ed altri non citati ho potuto apprendere i loro significativi stilemi e soprattutto le “loro” esistenze.

Quale (e per quali ragioni) poeta e relativi i versi che non dovremmo mai dimenticare?

Ogni autore, più o meno noto, ognuno ha cercato e cerca di risollevare da una sorta di convenzione di subalternità per mettere sull’altare della grande dignità l’arte della poesia. Questo perché l’uomo riempie dei propri contenuti le parole, le parole restano vuote se non si ha dentro l’anima e il pensiero dell’intelletto e la capacità di cambiare il mondo. Non è un caso che chi apre, in mano i libri “sacri”, il vecchio testamento, trova scritto “in principio fu il verbo”. E non si può mai separare un’azione dell’agire umano, nel parlare umano. Parole e gesto si unificano, quindi gli autori in Lingua italiana, dialettali e delle Lingue straniere, e aggiungo tutto il sottobosco di sconosciuti dalla critica ufficiale, meriterebbero di non essere dimenticati, in quanto ognuno mette in luce aspetti reconditi del proprio “Io” e li rispetto poiché non è da tutti sottoporre agli altri le proprie emozionate memorie .

Qual è – nell’arco della tua giornata – il momento ideale per dedicarti alla poesia (o, più genericamente, alla scrittura)?

Pur nutrendomi di poesia, non vivo di poesia. Pur avendo le sue regole, per me la poesia non è una regola di vita. Non ho mai cercato la poesia, è lei che trova me nel momento del guardare, dell’osservazione, della riflessione e del ragionamento. Ad esempio, per indole mi piace cambiare spesso il percorso che mi porta da casa al lavoro e viceversa, altrettanto quando in bottega devo espletare le funzioni di igienizzazione, non faccio mai le medesime cose in ordine cronologico. Non sento l’esigenza di essere suffragato da paesaggi marini, rupestri o da condizioni meteorologiche. Quando succede è un attimo, un guizzo, un lampo dell’intuizione, quindi può essere in treno, in una passeggiata, dietro la poltrona di lavoro, insomma, basta un semplice richiamo memoriale, i luoghi e sono le persone che mi suggeriscono di fermare sulla carta l’istante dell’esistenza.

Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

Per me scrivere significa confessarsi e pregare nel contempo, ovviamente questo comporta mettersi a nudo. Con il tempo, affinando il dettato ho cercato di impormi, di restare e vestire i miei scritti con un protagonismo neutro. Tuttavia questo è avvenuto con il tempo: esercizi di correzione, limature, cancellature, Non sono state poche le volte che ho cestinato il mio lavoro, perché non mi sono mai innamorato dei versi. Quando rileggo certi scritti del passato, non nascondo che mi emoziono e penso: “Ma li ho scritti io?”. Accade soprattutto quando scopro (riscopro) dei versi dove osai mettermi troppo a nudo.

Quando una poesia può dirsi compiuta?

Un mio scritto non è mai compiuto, perché quando rileggo le mie precedenti sillogi, con l’esperienza dei ventotto anni di cimento, ripulirei gli scritti della zavorra inutile, che grazie al processo evolutivo di oggi, mi salta agli occhi più facilmente e riscontro errori che non farei.

Qual è (dal tuo punto di vista) la lingua ideale della poesia?

Il linguaggio poetico deve continuamente cambiare a secondo dell’oralità odierna. La lingua più consona alla mia esigenza è il dialetto di Agira, un idioma cristallizzato agli anni ’70, quando mi sono trasferito a Milano, per realizzare la mia indipendenza economica. Il linguaggio ideale però è quello parlato dal popolo, perché secondo me, è quello che avvicina la poesia al popolo. L’amico e valente poeta Franco Loi, scrive in una sua poesia: [… Me bùffen de la lengua del papà / o de la mama o d’un quaj fradèll . // La lengua l’è de Diu, rassa de troj! // Parlì cume magnì, e andì a cagà ] (… Mi insinuano della lingua del papà / o della mamma o d’un qualche fratello. // La lingua è di Dio, razza di troie! // Parlate come mangiate, e andate a cagare.) da Voci di Osteria. Ad esempio, io, veicolo i miei scritti tra la gente nella comune quotidianità, ossia, coinvolgo i clienti su una poltrona di barbiere, e penso, fino a che la poesia viene relegata in ambiti ristretti, o meglio, elitari, questa arte non verrà apprezzata dai potenziali uso fruitori.

Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia?

Premetto, che spesso il dubbio ed i punti di domanda sono i motivi trainanti, il principio dei miei scritti, tutto avviene quando si evidenziano le grandi costanti e i grandi punti di riferimento, le interrogazioni che cercano una risposta, il modo di guardare la realtà attraverso lenti non deformate.
È un modo di affrontare la vita che diventa visione del mondo, non visione del mondo a tutto tondo, dove si raccolgono gli elementi fondamentali che sono; la condizione propria del poeta, che deve avere la capacità di guardare oltre la realtà, cioè di dare un senso alla vita. Un senso alla realtà. Non bisogna avere il problema di misurarsi con le ideologie, senza seguire quelle mode o delle false contingenze. Il poeta deve muoversi in una direzione in cui ha da dire, ha da fare, il poeta ha un compito, per riassumere ciò che gli altri hanno bisogno di sentire e a volte e molto spesso non riescono a captare. La poesia deve interrogarsi e interrogare gli altri. Ci sono ottimi poeti che rimangono tali, altri invece hanno un senso in più che li fa divenire dei profeti. Poiché il poeta non è un politico, un demagogo, un teologo, un sociologo, pur essendo un insieme di tutto questo, dal momento che non vive avulso della realtà, la poesia deve poter sì sottilmente riverberare concetti, contenuti, riflessioni ma soprattutto deve trasmettere emozioni.

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo (di altri autori) nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?

Federico Garcia Lorca, è per me un autore che ha influenzato molto la ricerca del mio stile. I suoi versi, è difficile sceglierli perché sono quasi tutti imperniati da una miriade di metafore, che bisogna avere un approccio molto attento per la comprensione ma voglio citare una poesia dal titolo:

Madrigale

Il mio bacio era una melagrana
profonda e aperta:
la tua bocca era rosa
di carta.

Lo sfondo un campo di neve.

Le mie mani erano ferri
per le incudini:
il tuo corpo era il tramonto
in un tocco di campane.

Lo sfondo un campo di neve.

Formarono stalattiti
nel trapuntato
teschio azzurro
i miei ti amo.

Lo sfondo un campo di neve.

I miei sogni infantili
si colmarono di muffa,
e il mio salomonico dolore
trapassò la luna.

Lo sfondo un campo di neve.

Adesso grave maestro,
in alta scuola,
per il mio amore e i miei sogni
(cavallini senza occhi).

E lo sfondo un campo di neve.

Madrigal

Mi beso era una granada,
profunda y abierta;
tu boca era rosa
de papel.

El fondo un campo de nieve.

Mis manos eran hierros
para los yunques;
tu cuerpo era el ocaso
de una campanada.

El fondo un campo de nieve.

En la agujereada
calavera azul
hicieron estalactitas
mis te quiero.

El fondo un campo de nieve.

Llenáronse de moho
mis sueños infantiles,
y taladró a la luna
mi dolor salomónico.

El fondo un campo de nieve.

Ahora maestro grave
a la alta escuela,
y mi amor y a mis sueños
(caballito sin ojos).

Y el fondo es un campo de nieve.

Madrid, octubre de 1920

Per concludere ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare tre poesie (una per ogni tuo bellissimo libro a me donato); di queste, poi, scegline una per condurci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quando “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

                            

’Ncàlia ncàlia (dal libro ’Ncàlia ncàlia  2017)

’Ncàlia ncàlia
sgravanu sti sciurtimiènti
ca virrinianu ’a crozza
muzzicanu u pièttu
calianu u çiatu
e sciurnichianu l’uòcchi

’Ncàlia ncàlia
si rapunu scinari
ca manciaçiumianu ntall’ànumu
pi cummattiri
’sta camurrìa di campari
pi forza pi forza…
’ccussisia.

In dormiveglia

In dormiveglia / sgravano questi assortimenti / che trivellano il cranio / mordono il petto / tostano il fiato / e fanno male agli occhi // In dormiveglia / si aprono scenari / che prudono nell’animo / per combattere / questo assillo di campare / forzatamente…/ così sia.

 

Un pisu e du’ misuri (dal libro Milanisarî 2016)

Ô pigghiari i difisi
di filanu o martinu
fussi buonu sèntiri
’a mota dê campani
marturiusi ntunati
stunati armuniusi
vasinò a usu bucali
vacanti chinu pena
un pisu e du’ misuri
di cu’ s’alliggirisci
cuomu fissa priatu
e cu’ pilu su pilu
sfarda a usu pòspiru
rivièrsu tanfu d’arsu.

Un peso e due misure

Allo schierarsi di parte / di caio o sempronio / sarebbe opportuno sentire / la cadenza delle campane / tormentose intonate / stonate armoniose / sennò come un boccale / vacante pieno pena / un peso e due misure / di chi s’alleggerisce / come fesso contento / e chi pelo su pelo / consuma come un fiammifero / riottoso tanfo di riarso.

 

 

(25) (dal libro ’A Putìa 2010)

’A gnura Pippinedda
assittata allatu a Lauretta di tri anni
spirciusa ’a scuncichìa:

“ ’Ssu nasuzzu additta cu’ tû fici? ”

– Ma mà!

“ ’Ssa vuccuzza a cirasa cu’ tâ fici? ”

– Ma pà!

“ E ssa marredda di capiddi
a usu vocanzitula di mari? ”

– ’U miu amicu mastru Tanu!!!

(25)

La signora Giuseppina / seduta a lato di Lauretta di tre anni / con capriccio la importuna: / “Questo nasino in su chi te lo ha fatto?”. // – Mia mamma! // “ Questa boccuccia a ciliegia chi te l’ha fatta?” // – Mio papà! // “E questa matassa di capelli / come di mare mosso?” // – Il mio amico mastro Tanu!!!

 

Potrei parlare di tutt’è tre le poesie ma, mi piace soffermarmi su quest’ultima nr. 25 del libro ’A Putìa. Dieci anni orsono stavo lavorando ad un libro diviso in quattro sezioni tra cui ’A Putìa (La Bottega). Questo scritto, così come la maggiore parte degli scritti pubblicati, nasce con la spontaneità del quotidiano. Non faccio altro che raccontare le vicissitudini del mio lavoro, terreno fertile, dove potevo attingere il variegato, e oserei dire, il più delle volte ridanciano scorrere di una umanità, che si estrinsecava in ogni momento della giornata lavorativa. Non esiste una prima, una seconda, o altre stesure. Nascono così come le ho pubblicate. Però posso dire che in questo libro mi sono astratto, seduto in attesa del mio turno su un divano, dove tra l’alternarsi dei clienti, mi rivedevo nell’atto del servizio ai clienti come in un film. Ad ogni taglio di capelli, una acconciatura o una barba, ponevo l’attenzione su ciò che la gente comune mi donava di originale e che meritava l’attenzione di essere raccontata. Scrivere sui bambini, credo sia la cosa più bella, e direi, forse anche la più difficile, poiché i bambini con semplicità ci porgono quella infinita tenerezza del candore innocente, a cominciare dalle risposte disarmanti che danno agli adulti, che non sono in grado di fare altrettanto a causa di quel filtro che ha la mente già svezzata dall’esperienza, dall’attenzione e dalla intenzione. Così come le risposte dei bambini, nascono gli scritti con la medesima immediatezza. Un’altra priorità che impongo ai miei scritti è la veridicità dei fatti, senza alterare assolutamente il pensiero e l’idea primordiale. Ovviamente, ci sono lavori che nascono e devono essere sottoposti ad un continuo lavorio, nel cercare la parola più adatta e per essere più fruibile al lettore.

Gaetano Capuano, è nato ad Agira (EN) nel 1957. Nel 1974 si trasferisce a Milano, inizia a scrivere da autodidatta nel 1992. Vive a Varese. La sua poesia è caratterizzata da variegate tematiche che, come suole dire lui, sono pegno d’amore per la sua terra. È inserito in più di 40 antologie di premi letterari, è stato pubblicato in riviste e giornali in tutto il territorio nazionale e internazionale. Tra queste spiccano El Aleph, rivista pubblicata alla Statale di Milano Facoltà di Lettere (marzo 2006); Arba Sicula, Language and Literatures Department St. John’s University Queens, New York (primavera-estate 2009, e del 2018); Letterature e Dialetti – Rivista Internazionale 10 – 2017 Fabrizio Serra Editore Pisa – Roma. Ѐ stato menzionato tra i poeti che si possono ricondurre a questa forma di impegno per l’aria linguistica “ennese” sul libro degli Atti della Poesia Dialettale Siciliana (“dalla svolta novecentesca” ai nostri giorni) Il Cantiere Sulla Madre Lingua (Agrigento 2006); Dizionario Bio-Bibliografico degli Autori Siciliani tra Ottocento e Novecento , edito dal Convivio (Castiglione di Sicilia giugno 2013). Pubblicato sull’opuscolo turistico “ Agira-Viaggio nella terra di Diodoro Siculo” (Aprile 2003 Agira EN). Ha ricevuto l’encomio del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella (Palazzo Comitini 2016 Palermo). Ha ricevuto una lettera di ringraziamento dal Santo Padre Francesco Mario Bergoglio (Roma 2017). Si sono occupati della sua poesia ed è stato recensito da critici e poeti: Franco Loi, Pietrangelo Buttafuoco, Nicola Gardini, Angelo Gaccione, Lina Riccobene, Franca Alaimo, Sebastiano Burgaretta, Flora Restivo, Renato Pennisi, Tommaso Romano, Sergio Spadaro, Salvatore Di Marco, Giuseppe Cavarra, Paolo Messina, Giuseppe Cottone. Le sue opere sono consultabili nelle Biblioteche Pubbliche Comunali di Milano, Varese, Bergamo, Firenze, Roma, Palermo,Catania, Messina e gran parte d’Italia. Con la sua poetica ha ottenuto consensi in premi letterari. Presiede il Premio Letterario Nazionale A.& A.Valenti dell’Ass.ne Famiglia Agirina di Milano da 27 edizioni. Ha pubblicato: Rispicchiannu Ricurdanzi, Thule 1996 PA; Vientu d’Autunnu, Zane LE 1999; Assapurannu Silenzi , Quaderni del Giornale di Poesia 2007 PA, con patrocinio del Comune di Agira; Sorridere, libro di poesie postume di Alberto Sardo, Rosaliaeditions 2010; ’A Putìa, Rosaliaeditions 2010 BG; Milanisarȋ Rosaliaeditions 2016 BG;’Ncàlia ncàlia, Ass,ne Famiglia Agirina 2017 MI. Ѐ in stampa il libro Simenza Rara, che raccoglie le poesie in dedica all’autore. EBS Print 2020 Lesmo (MB). 

Potrebbero interessarti anche