Dario Bellezza, foto di Mario Consolo

Dario Bellezza (nella foto di Mario Consolo), poeta e scrittore scoperto da Pier Paolo Pasolini di cui diventa intimo amico, esordisce con il romanzo L’innocenza (1970) – con prefazione di Alberto Moravia – e con la prima raccolta di poesie, Invettive e licenze. Compone con raffinatezza, grazia e ironia. Vive l’eterna contraddizione tra la volontà di rifiutare il quotidiano, e l’amara consapevolezza dell’impossibilità di oltrepassare i limiti. Affronta principalmente i temi dell’amore, della morte, del senso della vita, dell’esistenza-assenza di Dio.
Tra le pubblicazioni ricordiamo ‘Morte segreta’ (1976, Premio Viareggio), ‘Libro d’amore’ (1982), ‘L’avversario’ (1994) e ‘Proclama sul fascino’ (1996). Intensa anche la sua attività di romanziere, tra le pubblicazioni ricordiamo: ‘Lettere da Sodoma’ (1972), ‘Il carnefice’ (1973), ‘Angelo’ (1979), ‘Turbamento’ (1984), ‘L’amore felice’ (1986), ‘Notte col diavolo’ (1995). Riproponiamo un’intervista con Dario Bellezza realizzata e apparsa sul periodico “Centonove”, un anno prima della morte del poeta.

*

“Da dove viene Dario Bellezza? Da un mondo vecchio che egli, accecato dal suo dolore e dalla sua mancanza di libertà non ha potuto o voluto o osato riconoscere come vecchio”. Così Pier Paolo Pasolini presentava il libro d’esordio del poeta romano, “Invettive e licenze”, Garzanti, 1971. Nato nel 1944, cresciuto a Monteverde, a Campo dei fiori, e adesso residente a Trastevere, ha dovuto assistere alla graduale trasformazione del cuore di Roma: “Trastevere non esiste più, è un vuoto involucro, il popolo, anzi la plebe romana è scomparsa, per lasciare spazio a mostri piccolo-borghesi che infelici rendono infelici i figli di una volta ricchi di gioia di vivere, di allegria”. Il neoromanticismo di Bellezza, ponendo la problematica esistenziale al centro della sua poesia, sembra condurre alle estreme conseguenze il modello del maestro friulano, trasformandolo radicalmente in cruda fatalità. Il moralismo viene abbandonato e il poeta diventa maledetto…

Adesso, per ovvi motivi, amiamo il Pasolini rigido e moralista degli “Scritti corsari”, un po’ meno quello di “Ragazzi di vita”, un po’ meno il Pasolini cineasta; e siamo pronti, con la scure, ad abbatterci contro “Petrolio”.

“Pasolini è tutto lì, in “Petrolio”, con le sue geniali impennate, con le sue debolezze, con le sue dolorose intuizioni ha trovato la sua cassa di risonanza nel cinema, come io tento di trovarla nel teatro. Al poeta non rimane altro che tentare nuove vie, che possano in un certo senso aprirgli la strada”.

E i giovani poeti? Fanno bene ad esibirsi nei salotti televisivi? Si tratterebbe forse di un primo passo verso la notorietà, non legittimata dalla radicata abitudine di considerare la poesia come attività per élite?

“Se uno è artista valido, o fenomeno da baraccone non cambia nulla ai fini della distribuzione. È quello il vero problema. Se la disfunzione tra domanda e offerta non verrà risolta la poesia sarà destinata a morire”.

Ribadiamo il concetto che il poeta deve trovarsi nuove strade per affermarsi. Del resto, come ci pare di capire, venticinque anni fa Pasolini riusciva ad essere più comunicativo con il suo cinema.

“Il cinema di Pasolini è discontinuo, e non potrà mai eguagliare la sua produzione letteraria. Ci sono fotogrammi che rimarranno nitidi nella nostra memoria (vedi alcune scene di “Accattone”, di “Mamma Roma”, e “Uccellacci e uccellini” con il suo francescanesimo laico) ma la poesia è un’altra cosa. Io stesso, tre anni fa, scrissi un testo per il teatro che venne rappresentato a Taormina Arte. Il lavoro piacque molto, tanto che pensai sarebbe stato rappresentato non so, al Quirino, allo Stabile, invece per banali problemi logistici non accadde nulla. Voglio dire che la situazione del teatro italiano è grave; ci sono squallidi giochi perversi di potere che manovrano tutto. Se nel nostro paese ci fosse un nuovo Jean Genet o un Artur Miller, non avrebbe possibilità di essere rappresentato”.

Si nasconde forse in queste parole un nuovo atto d’accusa nei confronti della tua città, Roma?

“Roma con me è stata sempre matrigna, non mi ha dato nessun riconoscimento; o io l’ho sdegnosamente rifiutato. Ma non potrei ignorarla perché, pur rinnegandola ormai, nel suo orrore di confusione e di traffico, di inquinamento e volgarità, pure vi ho passato i più begli anni della mia vita”.

Gli scrittori siciliani?

“Amo Sciascia. Ammiro la prima produzione di Consolo; Bufalino mi sembra uno scrittore degli anni trenta. Ho rispetto per la scrittura di Addamo”.

*

Salutiamo i lettori con due poesie scelte dall’Oscar Tutte le poesie di Dario Bellezza a cura di Roberto Deidier, Mondadori, 2015.

da Libro di poesia

Prima un bacio

Diranno che ero un gran depravato:
ma dammi lo stesso prima un bacio
e poi uno schiaffo. Unico sentimento
non furtivo che ancora alberga
nel mio cuore ossidato di cittadino
spento che sogna la campagna
è la pace dei Sensi, la vittoria

Forse unico impegno sublime
è l’ancoraggio ad una stenta
lettura di me stesso, ad una triste
meta di decadenza accidiosa.
Ma un giorno diversamente dall’oggi
fuggimmo per terrestri mondi
desiderando della giovinezza
un profumo allegro e violento
talvolta, fra manifestazioni
e partiti!

Noi fummo la lucente generazione;
le periferie, le borgate furono
il nostro regno, la fortuna ci arrise
come volemmo, fra case contadine
e parrocchie cattoliche solatie.
Siamo qui ora davanti al sonno
che ci prenderà lentamente
per lasciarci in un ultimo gemito
di follia che non vuol dire ancora
ancora di salvezza.

*

da Invettive e licenze

Forse mi prende malinconia a letto
se ripenso alla mia vita tempesta e di
mattina alzandomi s’involano i vani
sogni e davanti alla zuppa di latte
annego i miei casi disperati.

Gli orli senza miele della tazza
screpolata ai quali mi attacco a bere
e nella gola scivola piano il mio
dolore che s’abbandona alle
immagini di ieri, quando tu c’eri.

Che peccato questa solitudine, questo
scrivere versi ascoltando il peccatore
cuore sempre nella stessa stanza

con due grandi finestre, un tavolo
e un lettino di scapolo in miseria.

E se l’orecchio poso al rumore solo
delle scale battute dal rimorso
sento la tua discesa corrosa
dalla speranza.

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