La poesia è “Un incavo di consistenza”

La poesia è “Un incavo di consistenza”

La domanda “Che cosa è la poesia?” è molto ardua perché poco si presta a risposte univoche, valide universalmente. Si carica di una pluralità di sensazioni, di percorsi e di ragionamenti. Molte sono le definizioni di poesia con le quali, nel corso degli anni, mi sono imbattuta ma due sono, in particolare, quelle che più mi hanno colpita: una è di Anna Maria Ortese e l’altra di Paolo Volponi.
Anna Maria Ortese afferma: E la poesia non si fa se non per caso per i ragazzi, gli adulti, i vecchi, per gli studenti, i soldati, le donne: la poesia si fa perché le api fanno il miele, gli uccelli volano, i vulcani tuonano: con gli stessi intenti, cioè senza nessun intento, semplicemente perché esiste questa forza, e come tutte le forze (e le debolezze) non può non esprimersi.
Paolo Volponi scrive: Con la poesia io affronto un problema che non conosco che sento che mi emoziona che mi pone degli interrogativi. E la poesia è fatta proprio per entrare dentro questo problema, per vederne le parti, per dargli anche una struttura e una possibilità di soluzione […].
Apparentemente possono sembrare due voci distanti ma non credo che lo siano così tanto, anzi. Mentre scrivevo qualche riga introduttiva per presentare il mio nuovo libro, ho proprio cercato di parafrasarle così: “Ho scritto Le notti aspre senza nessun preciso intento se non dare parola a ciò che sento e ancora pienamente non conosco”: la naturale voglia di esprimersi e il naturale bisogno di trovare delle risposte, senza che nulla sia definitivo, nel rispetto del dubbio, nel rispetto dell’altrui punto di vista. In effetti tra il mio l’ultimo libro e il precedente sono passati 8 anni, molte cose rimangono ferme come un ricordo vivo ma molte prendono nuovi e inaspettati profili.
Se invece dovessi situare visivamente la poesia, cosa che mi riesce più facile e immediata, farei subito a rispondere: la poesia la vedo in un incavo di consistenza e lo dico così, quasi alla fine, de Le notti aspre:
Non posso trattenere le fiamme
ma sopravvive l’ultima preghiera

si insinua tra le spirali, si salva,
io dentro, lei fuori
si posa sulla crepa di un gradino,
umile, senza resa

lì dove s’accasano le formiche
in un incavo di consistenza.

Mentre rifletto su quello che scrivo e guardo qualche riga sopra, mi accorgo che tutto ciò è pienamente vitale, fa semplicemente parte dell’espressione della vita anche e ovviamente nella sua durezza: la spontaneità della Ortese, o la ricerca di soluzioni per Volponi, solo per restare in tema…la poesia ha la capacità miracolosa di puntare una luce particolare e imprevista, a tutti gli aspetti della vita, anche a quelli apparentemente meno consistenti, nel luogo più emarginato della terra. È una preghiera: si salva, resiste, non si arrende. A volte sa che è bene nascondersi. Mentre ne parlo mi sembra che assuma già altre sembianze, è alla ricerca dell’onestà dell’uomo e della sua parola. È impossibile per me, ora, vederla compiuta. Sicuramente però non lascia nulla al caso.

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