“La salvezza compie passi piccoli” di Tamara Vitan. La poesia è “una solitudine colmata dall’ascolto e dalla parola che sgorga da profondità sconosciute”

tre domande, tre poesie

“Una contiguità e una singolare coerenza di pensiero intrecciano alla precedente la nuova raccolta, che da questo componimento trae il titolo: La salvezza compie passi piccoli. Passi da gigante, potremmo dire in vero. Il disegno della salvezza non si arresta per i tradimenti della storia, per l’iniquità dei potenti, del singolo o dei popoli. Il piano della salvezza continua a creare, a operare, e compie meraviglie sui brevi nostri passi, i passi di coloro che intendono aderirvi. La conquista di una consapevolezza nuova risolve nella pace le più diverse inquietudini: l’ora è già qui. Si possono riconoscere le mancanze e la natura dei desideri, infatti, si possono onestamente ricondurre alla nostalgia “della casa” da cui si proviene; ma si rimanda più comunemente a un oltre il momento del ritorno, o a un dopo. Il testo eponimo di questa nuova raccolta invita invece a deporre i fardelli indicando luogo e tempo – qui, ora, ai piedi della croce. / La salvezza compie passi piccoli –.”

(dalla prefazione di Anna Maria Tamburini)

 

La poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?
Per rispondere mi collego alla foto che ho allegato Il Pensatore di Auguste Rodin, scultura nata in origine con un nome importante: Il poeta. Rodin si è ispirato a Dante creando questa opera d’arte per interpretare meglio la posizione nella quale lui immagina il poeta: posizione meditativa e contemplativa che guarda verso il basso, verso gli Inferi, senza però lasciare questa terra. La poesia per me è questa: il limite che a volte si percepisce sostando percependo il fruscìo di una foglia che cade, l’inclinazione di un raggio di sole, l’ombra che si allunga e si accorcia a mezzogiorno rivelandoci che noi ci siamo, siamo vivi, anche se spesso ci vediamo proiettati attraverso uno specchio e dimentichiamo che noi siamo nel presente, che noi possiamo e che noi dobbiamo fare qualcosa di meraviglioso con questa vita che ci è stata donata.

Il limite… il limite, il confine, “il nesso tra i due mondi/ dove la terra aggancia il cielo / dove si cuciono i bordi” (dicevano dei versi di Accade la luce), il precipizio… la cima del Pugratorio…
Nulla di troppo è la massima che stava incisa sul tempio di Apollo a Delfi, accanto al celebre Conosci te stesso. I greci credevano fermamente in un limite, ma un limite inteso come libertà, però per essere davvero liberi il limite noi lo dobbiamo conoscere ed abitare.
Diceva Simone Weil in “La rivelazione greca”:
“Il limite, per i Greci, non era una catena ma una condizione di armonia. Solo chi conosce il confine può danzare sul bordo senza cadere; solo chi rispetta la misura può abitare la libertà”

C’è un momento nel quale il pensiero e la parola si separano, nettamente, diventando così un’espressione inconscia e inconcepibile alla mente che vive questa realtà – questa parte del mondo così ragionata e concreta – che non trova luogo in poesia. Il poeta sta lì sul confine tra i due mondi ed è lì che abita la poesia, non è quindi una solitudine ma un groviglio di sensazioni, vibrazioni e visioni che arrivano quando ci si sofferma ad ascoltare le percezioni che derivano da questo abitare i confini. È una solitudine colmata dall’ascolto e dalla parola che sgorga da profondità sconosciute e si deposita sul foglio come testimonianza di un passaggio.

“Tutto avverrà lentamente con il suo tempo.”, le tue parole per chiedere: la poesia è un destino (al pari della vita)?
C’è un linguaggio che appartiene alla vita concreta e un altro linguaggio più alto che appartiene all’Universo, al creato, possiamo ho dire anche al Creatore. Per me la poesia è un segreto abitato nei versi, un mistero intuito, una percezione che improvvisamente trova la sua voce ma non c’è un tempo preciso, esatto, definito per poterlo dire. “Tutto avverrà lentamente con il suo tempo” ci viene a dire che in fondo noi non ne sappiamo niente, non sappiamo il tempo dovuto, non sappiamo il tempo che un fiore ci mette a sbocciare, non sappiamo come nasce un respiro e quando finisce, tutto è inarrivabile, inafferrabile, sfuggevole alla mente. Come possiamo definire la salute, una malattia, una cosa giusta o sbagliata, la bellezza o la bruttezza, come possiamo noi sapere la Verità che sta all’origine delle cose? Qui nasce la parola poetica che cerca una breccia fuggevole, che indaga un mistero, perché noi abbiamo necessità di dare un nome alle cose. Il tempo non lo sappiamo definire, se non nella concretezza della lancetta dell’orologio. Esiste sicuramente un altro tempo che scorre su altri punti di rifermento che noi non conosciamo. Ecco perché: “tutto avverrà lentamente con il suo tempo” e noi siamo esseri in attesa. Di questa attesa possiamo fare però un’esperienza meravigliosa, che sia un dono alla vita e a chi ci abita intorno, possiamo donarla sì, perché soltanto facendone dono potremmo comprendere l’umano e il divino che ci abita, soltanto facendone dono possiamo comprendere l’altro e immedesimarci talmente tanto da percepire l’altro in noi. La salvezza compie passi piccoli è nato dentro ad un frangente di questa consapevolezza. La poesia, per come la intendo io, è chiaramente un destino ma non è al pari della vita. Ci supera. Sono parole che volteggiano per aria e se siamo in grado di afferrarle possono dare un senso alla nostra esistenza. La poesia è più grande di noi e possiamo soltanto sperare di intravederla nel nostro vagare dentro al cadenzato scorrere dei giorni e convertire lo sguardo alla bellezza, disimparando ciò che la mente ha imposto di sapere.

Qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “La salvezza compie passi piccoli”, edizioni peQuod, collana “portosepolto” diretta da Luca Pizzolitto e Massimiliano Bardotti (che ha curato il volume), meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?

Diceva Milton nel Paradiso perduto:

Tu dal principio
Eri presente, e con ali potenti distese
Come una colomba sedevi covante sul vasto Abisso
E lo rendesti fecondo:
Ciò che in me è oscuro Illumina, ciò che è basso eleva e sostieni;
Che all’altezza di questo grande Argomento
Possa affermare l’Eterna Provvidenza,
E giustificare le vie di Dio agli uomini.

Il libro è un tentativo, molto incollato al nostro senso terreno, di smarrimento, che vorrebbe però provare a giustificare le vie di Dio agli uomini. La salvezza compie passi piccoli ci vuole dire che qualcos’altro abita insieme a noi e nonostante la nostra cecità, c’è qualcosa di molto simile ad una coscienza, a un Dio, che ci mette sempre in una condizione di piccolezza.
E allora io credo che pur essendo piccoli, a piccoli passi, con riverenza verso ciò che è al di là della nostra comprensione, con umiltà e devozione potremmo essere in grado di trovare la salvezza e allora: “Arriverà la parola che confessa/Ti stupirai di averla sentita”.
È stato un cercare di immedesimarmi e provare a vedere, a intuire una via di luce con un atteggiamento di certezza – nonostante la nostra umana incertezza – e dire così che tutto accade al di là di noi, a prescindere da noi ma che “noi contiamo tutti come conta ogni ramo e ogni filo d’erba” e che tutto continuerà a scorrere all’infinito anche senza di noi e magari anche insieme a noi, perché il ciclo nascita / vita / morte continua come la natura e le stagioni ci insegnano. Dobbiamo dunque aprire quegli occhi, i molteplici occhi che abbiamo, aprire i sensi al di là del mondo comprensibile. La parola poetica dovrebbe fare questo: dare speranza e far percepire la bellezza e l’amore che ci circondano, anche se noi non lo sappiamo vedere ma abbiamo il dovere di provare perlomeno a intuirlo e ad affidarsi. Diceva Fernando Pessoa: “Amare è l’eterna innocenza, e l’unica innocenza è non pensare.

Sempre Pessoa nel suo Il custode di greggi:

L’essenziale è saper vedere, Saper vedere senza fermarsi a pensare,
Saper vedere quando si vede,
E ne’ pensare quando si vede ne’ vedere quando si pensa

e ancora provare a guardare il mondo con occhi sempre nuovi, abolire in un certo senso il ragionamento mentale perché: “Pensare è un’infermità degli occhi” e cercare di avere “lo stupore essenziale, che avrebbe un bambino se, nel nascere, si accorgesse che è nato davvero…”, sentirsi “nascere a ogni momento per l’eterna novità del mondo”,
(Il mio sguardo è nitido come un girasole, 1914)

Tornando al libro, al corpo del libro, è diviso in due sezioni:
La prima si intitola Lettere a un’amica e sono delle piccole prose in forma di lettere appunto, rivolte ad una persona che sta per salutare questo mondo immergendosi definitivamente nel mistero.
La seconda parte La salvezza compie passi piccoli sono poesie piuttosto brevi che raccontano questo abitare tra i due mondi, sui confini, come accennato prima.
Una poesia che ha segnato in un certo senso l’andatura del libro è la poesia posta come ultima, come chiusura del tema racchiuso nel libro – tema che per alcuni immagino possa risultare angosciante, per me invece è l’unica cosa che vale la pena indagare.

C’è un suono
dentro al quale si snoda il presente
sordo, come una mancanza.

Una canzone suona triste un epitaffio.

Il cielo scende e ascolta.

Il libro finisce con
Attendi con me
ci sono risposte che arrivano solo all’alba

… nel mio immaginario sono quasi un dittico, due frasi che si parlano e si guardano allo specchio dandosi conforto e sollievo, speranza che tutto in fondo si ricongiungerà al di là degli occhi, delle domande, del tempo, del dolore. È una rassicurazione: la fede dipinta nell’alba.

*

Ce lo dovevano dire gli dei:
fluttuare invece che vivere è meno doloroso.

Ma i fiori sul davanzale
valgono la luce di uno sguardo
e se chiudo gli occhi e li riapro
i petali spuntano nel cuore.

La mattina dopo
c’è sempre meno dolore.

*

L’ora è già qui
delle cose che tacciono.
L’ora che salva dalle inquietudini.

È tempo di deporre i fardelli
ai piedi della croce.

La salvezza compie passi piccoli.

*

Nasco in un luogo lontano da me.

Chissà se quello che sono mi appartiene
e i campi di grano li ho visti davvero,
oppure era solo il sole
che mi tramontava negli occhi.

Tamara Vitan nasce a Bucarest a maggio del 1981 e vive a Castelfiorentino (Fi). Affascinata dalle religioni e sempre in ricerca, è convinta che la poesia possa fare da ponte e farci avvicinare contemporaneamente al miracolo della vita e al mistero della morte. Riceve una segnalazione al Premio Letterario Città di Ascoli Piceno con la poesia Si piega il suono; in seguito, attraverso il concorso Poetare della Scuola di Editoria di Firenze, pubblica alcune poesie nel progetto Agenda e Quaderno. Nel 2022 esce la raccolta Accade la luce, Firenze Libri, collana Fuori Stagione. Alcuni inediti vengono pubblicati e tradotti in spagnolo nello Sfogliabile Creazione di un discorso di Laboratori Poesia. A marzo 2025 viene pubblicata la raccolta La salvezza compie passi piccoli Pequod, collana Portosepolto, finalista al premio Poesia Onesta. A dicembre 2025 escono alcuni inediti nell’antologia Poete oltre le stanze, Chiarevoci edizioni. Frequenta la Scuola di Poesia fondata da Massimiliano Bardotti persona fondamentale per la sua ricerca spirituale e poetica. 

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