L’arte del vaccino: tra storia e satira.

L’arte del vaccino: tra storia e satira.

1796. Nell’anno del matrimonio tra Napoleone e Giuseppina, a centinaia di chilometri da Parigi e a qualche mese di distanza, Edward Jenner scopre il vaccino contro il vaiolo: una rivoluzione per la storia e la salute umana. Tutte le novità, come sappiamo, portano però dei contrasti. Ognuno vuole dire la sua, anche gli artisti.

Tra le varie forme d’arte quelle che maggiormente presenta il tema della vaccinazione è certamente l’illustrazione. È logico supporne il motivo: un procedimento così innovativo e delicato — dopotutto si tratta di introdurre qualcosa di estraneo nell’organismo — fu per l’epoca motivo di dubbi e paure, ma anche di interesse. Quale miglior modo per palesare l’opinione pubblica e in modo così diretto se non con l’uso di immagini? E dove inserire un linguaggio così universale? Sul medium più diffuso dell’epoca: il quotidiano. Ora che abbiamo inquadrato “cosa” e “dove”, passiamo ad analizzare il “come”. All’interno del gruppo delle figure “da quotidiani” ne troviamo, in questo caso, di due tipi: quelli derisori e quelli informativi.

Tra le prime illustrazioni satiriche, di J. Gillray e del 1804, quindi a pochissimi anni di distanza dalla scoperta di Jenner — rappresenta un fatto importantissimo — fu pubblicata a Londra e mostra la variolizzazione all’ospedale londinese di St. Pancras. La didascalia in basso recita: “Le pustole-mucca  — o — gli strabilianti effetti della nuova inoculazione! — vide — Pubblicazioni della società anti-vaccino”. Nella vignetta vera e propria vediamo entrare, partendo da sinistra, della povera gente che aspetta di ricevere un bizzarro intruglio rosa, raccolto in un catino di legno con su scritto “Miscuglio Iniziale”. Un gracile personaggio in giacca verde imbocca con forza un uomo che, con occhi sbarrati, cerca di mandar giù la brodaglia. Appena dietro un altro personaggio sperimenta “gli strabilianti effetti”: un uomo con giacca marrone sta praticando un’incisione sul braccio di una donna. Sembra seccato dalla gran confusione ed incurante che la signora, seduta davanti a lui, sia terrorizzata. Dietro a questa scena lo scompiglio domina l’illustrazione: uomini e donne si dimenano, dalle loro pustole arrossate fuoriescono bovini o, addirittura, essi si stanno tramutando, con tanto di corna e orecchie oblunghe. I protagonisti del trambusto sembrano disposti con un preciso ordine, sintomatico: “leggendo” da sinistra a destra si osserva come la situazione si aggravi sempre più. Ultima a destra è una donna che sta rigurgitando un bue, frattanto dalla veste stracciata ne spunta un altro; ma non è finita qui, la poveretta ha un gran bel pancione e non è difficile immaginare che ne “sfornerà” di altri. L’autore, noto caricaturista, ha sparpagliato qua e là diversi indizi, ma, prima di rivelarli, cerchiamo di capirne il contesto storico. Nell’ospedale di St. Pancras, nosocomio per i contagiati, gravitavano due figure fondamentali, due medici: W. Woodville e G. Pearson. Entrambi, in un primo momento, guardarono con dubbio il metodo jenneriano e solo successivamente iniziarono a variolizzare anch’essi i loro pazienti. Proprio in questo momento iniziarono gli screzi: non è ben chiaro, ma sembra che Pearson abbia tentato di prendersi il merito della scoperta e, successivamente, pare che tra i vaccini distribuiti da Pearson o Woodville ce ne fossero alcuni contaminati dal virus stesso e ciò ne amplificò il contagio.

La vignetta di Gillray è quindi la denuncia al clima di paura dell’epoca e sembra non attaccare direttamente lo scopritore del vaccino ma chi se ne approfittò. Torniamo agli indizi. Il personaggio centrale che incide la donna è quasi certamente o Woodville o Pearson, questo perché, appena accanto, vi è un bambino che ha cucito sul braccio l’emblema dell’ospedale e, poiché in quel periodo tra Jenner e i due medici non correva certo buon sangue, sembra improbabile pensare che l’autore possa aver inserito lo scopritore. Il bambino inoltre porge al medico un bacile con l’indicazione “Pustole di Vaccino calde da mucca” e dalla tasca della giacca si intravede un opuscolo intitolato “Vantaggi del vaccino”. Ultimo indizio che ci avvisa del clima dell’epoca è il dipinto che è appeso alla parete, l’adorazione del vitello d’oro; facile è fare l’equivalenza: “adorazione del vitello d’oro” = “adorazione del vaccino” che è, per le convinzioni dell’epoca, un procedimento contro Dio.

E se con la stampa di Gillray assistiamo alla denuncia di una pratica considerata all’epoca esecrabile, con la litografia di H. Daumier la questione ha tutt’altro respiro. L’opera è “I bei giorni della vita: un padre felice”. Partire dalla didascalia, in questo caso, è d’obbligo: “Ecco dunque mio figlio vaccinato… ne sono certo da ora in poi manterrà tutta la sua bellezza!….”. Nel disegno abbiamo tre figure: in primo piano un neonato nella culla con il padre e dietro, in penombra, una donna. Proprio questa donna, forse una domestica — e se così fosse la scena ne guadagnerebbe molta più ilarità — osserva imperturbabile l’uomo occhialuto come se questo avesse appena detto una stupidaggine. Ed è esattamente così. Il papà e il neonato, praticamente identici, non sono certamente classificabili come dotati di particolare bellezza, tutt’altro. Daumier gioca, con questa illustrazioni, su due piani: il primo è “rassicurante”, la vaccinazione è infatti percepita ormai come necessaria — siamo nel 1846, precisamente cinquant’anni dopo Jenner — ed è, inoltre, sicura — altrimenti il padre non avrebbe affidato al vaccino la “bellezza” del proprio figlio; la seconda chiave di lettura è, ovviamente, quella canzonatoria, poiché il vaccino ha sì preservato da possibili infezioni il bimbo ma non l’ha salvato dalla rassomiglianza col genitore.

 

 

 

Potrebbero interessarti anche