Maurizio Cucchi. La tentazione della prosa.

Maurizio Cucchi. La tentazione della prosa.

19Il passaggio alla prosa è spesso patito come una “tentazione” dagli specialisti della poesia. Come un piccolo tradimento, quasi come offrire l’anima al diavolo della comunicazione e del mercato.
Scrivere in prosa, specialmente in forma narrativa, oggi può dischiudere l’accesso a moltitudini di lettori comuni che altrimenti rimarrebbero sorde al genere poetico. Ma i poeti, si sa, detestano le “versioni in prosa” perché in esse, nel tentativo di divulgarla, temono che l’ispirazione si smarrisca, si banalizzi, si perda.
Nel caso delle opere di Maurizio Cucchi, al contrario, mi sento di poter affermare che la prosa si può definire, parafrasando il noto detto, “poesia con altri mezzi”, permanendo essa incorrotta nonostante e mediante la nuova veste formale.
Il nostro autore, infatti, essendo alieno dalle forzature dell’enfasi lirica e presentando uno stile sobrio, adeguato alla costruzione di un’epica del quotidiano, può tranquillamente trasfondere in un periodare non in versi e più disteso la sua genuina vocazione poetica.
Negli ultimi anni Cucchi ha accompagnato il suo cammino poetico con alcuni libri di prosa. In particolare: “Il male è nelle cose”, un romanzo del 2005; “La traversata di Milano”, un volume di prose di “viaggio” del 2007; “La maschera ritratto” un atipico romanzo autobiografico del 2011 e “L’indifferenza dell’assassino” un singolare giallo storico del 2012.
Nella apparente varietà delle trame e delle ambientazioni, non è però difficile riconoscere in questi scritti alcuni elementi ricorrenti sul piano tematico: una perimetrale “ricognizione” dell’umana dissolutezza; la ricerca delle proprie radici letterarie ed esistenziali.
Inoltre sul piano dei modelli di scrittura e delle scelte stilistiche in questi libri si evidenzia una tendenza a “oltrepassare i generi”. “La poesia può riassumere in sé il racconto, la riflessione, lo stacco lirico nella forza e nella verità della parola” afferma l’autore in un passo de “La maschera ritratto”. E questo, in fondo, mi pare si possa dire anche della sua intera opera.

Il male è nelle cose (2005)

È questo un romanzo vero e proprio. Forse l’unico tra quelli che prenderemo in esame. La prima stesura è, addirittura, degli anni Sessanta e testimonia una frequentazione non saltuaria della narrativa da parte dell’autore.
La fabula riporta in modo cronologico un breve ma cruciale periodo della vita di un trentenne di nome Pietro, questo periodo va dal 28 maggio al 5 luglio. Non è specificato l’anno. Si intuisce da alcuni precisi riferimenti topografici che la città in cui è ambientata la storia è Milano. La narrazione illumina delle scene nella vita del personaggio principale che è sempre al centro della focalizzazione.
Pietro è un po’ misantropo, sicuramente benestante, perché non lavora e non cerca lavoro ed ama leggere e bere. Ha pochi amici e si destreggia senza troppa passione tra due ragazze: Lea e Maria
Un giorno, il 5 giugno, Pietro, che di solito è riservato e ben educato, “stronca” l’amore che prova per Lea e lo dice alla ragazza che rimane perplessa e smarrita, non credendo alle sue orecchie. È questo il primo strano comportamento di una lunga serie di crudeli “atti gratuiti” che caratterizzeranno la vicenda, procedendo lungo un inarrestabile climax ascendente che sconvolgerà l’esistenza del protagonista e dei suoi conoscenti.
Le sue crisi iniziano in genere col focalizzare, mediante un’inclinazione analitica maniacale, i lati meschini, ridicoli, le debolezze, le bassezze dell’umanità che incontra ed osserva, non importa che si tratti di estranei o persone care.
Il primo sentimento è la pietà, la compassione, l’identificazione con l’altro che lo induce a condividerne la sofferenza. Ma poi la compassione si tramuta in orrore e la pietà si trasforma in crudeltà, in un bisogno irrefrenabile di spiattellare in faccia al malcapitato una verità crudele che lo inchiodi alla propria mediocrità. La sofferenza che Pietro prova diventa, passo dopo passo, una perversione tossica di cui non può fare a meno. Infliggendola all’altro, egli se ne procura una discreta dose in un corto circuito in cui i due poli che si attraggono e respingono come facce della stessa medaglia sono la pietà e la crudeltà.
Prendendo spunto da alcuni versi di Raboni, il logico protagonista si chiede se il male sia nelle cose o nell’uso che se ne fa, per giungere alla conclusione che il male “è nell’ordine delle cose. È nel programma. È il male, o forse il bene. Ma c’è già, e non possiamo farci niente”.

L’indifferenza dell’assassino (2012)

Il libro ricostruisce in modo accurato un caso di cronaca nera accaduto in Milano intorno alla metà dell’Ottocento. Il caso del pluriomicida Antonio Boggia, l’ultimo impiccato di Milano (1862).
La domanda da porsi è: perché Cucchi scrive questo libro?
“Ma cosa c’entro io con questo orrendo tipo, mi sono chiesto più volte, e perché viene a perseguitarmi?”
La motivazione sembra occasionale. Passeggiando per Milano il poeta si imbatte per la “stretta” Bagnera, il vicolo in cui abitava il Boggia. E sente che deve raccontarne la storia.
In realtà questo libro ha una motivazione certamente più profonda e continua un’interrogazione sul male già iniziato ne “Il male è nelle cose”, un’indagine sulla “normalità” del male, che non ha niente di eroico, come tanta letteratura (una volta paraletteratura), cinematografia e criminologia televisiva ostentano. Questo libro vuole essere, infatti, un anti noir. E non segue affatto gli stilemi “climatici” tipici del noir o del thriller.
“Non mi avrai preso per uno di quei ridicoli scrittori di gialli o noir, quelli che adesso si sono tolti anche il bollino di genere?” dice Cucchi ad un amico che gli chiede ragione della sua scelta.
L’assassino e i comprimari di questa storia sono indagati, ricostruendo il clima culturale e civile dell’epoca, il milieu sociale. Allo scrittore interessa soprattutto “vedere” la Milano dell’epoca dei fatti, le strade, i mestieri, i modi di essere e di pensare, evidenziando un interesse non episodico per l’Ottocento.
Questo libro è una “traversata dentro una mente criminale”.
Più che al noir, questo libro fa pensare ad un documentario investigativo, ad un documentario in cui il narratore-autore si inserisce nella narrazione utilizzando un modello di scrittura metanarrativo.
Senza tanti sofismi giallistici Cucchi ci spiega che il vero movente degli omicidi è darsi ai bagordi. Bere, soprattutto, è l’unico obiettivo della triste, mediocre e miserabile esistenza dell’assassino, truffatore e ladro, Antonio Boggia. Egli è totalmente sprofondato in se stesso, quasi incapace di autentiche relazioni con il mondo esterno. “Nient’altro che un figlio di Dio come voi”. Direbbe lo scrittore Cormac McCarthy.
Natura infame, eppure orribilmente umana, quella di Boggia, che è un “mostro d’epoca”, un “mostro esemplare”, perfettamente “umano”, considerando che l’aggettivo “umano” non ha solo una connotazione positiva. È umano tutto ciò che gli umani sono capaci di fare nel bene e nel male. Cioè, per esempio, ammazzare un’anziana donna con un colpo di scure e poi andare a dormire nella stanza accanto.
E questo non è per niente rassicurante, perché, sembra dire Cucchi, il male non è fuori di noi, non possiamo isolarlo in un ghetto fuori città. I Boggia sono tra noi, sono in noi.
Cucchi pensa amaramente che se fosse accaduto oggi, “Boggia sarebbe stato invitato a salotti televisivi con avvocati, criminalisti, psicologisti ambulanti, politici e ballerine e cialtroni subintellettuali alla moda”… ed in più con un bel plastico della via e della casa del “mostro”, aggiungerei io.

La traversata di Milano (2007)

Milano è la città ideale per il flâneur, per chi ama passeggiare. Non aggredisce con l’esibizione delle sue meraviglie. Lascia camminare in pace, andare a zonzo, perché è riservata, è discreta. Cucchi ama la sua città. Se ne considera un dettaglio, come una panchina di un parco. Nelle sue strade si può osservare, ci dice, “il darsi da fare quotidiano del mondo”.
La Milano che ama Cucchi è la Milano attiva della borghesia illuminista. La città riservata ed operosa, accogliente con lo “straniero”, subito milanesizzato in modo silenzioso e discreto. La Milano che Lucio Dalla, in una vecchia canzone, definisce “vicino l’Europa”. La Milano della cultura e dell’arte.
In questo libro non si fa alcun cenno alla Milano da bere, agli anni di tangentopoli e al successo della Lega (che è più lombardo che milanese). Delle strade della moda e del lusso si dice solo che sono “incipriate e infasullite”.
Attraverso la descrizione dei luoghi amati “dei posti delle fragole”, traluce, in filigrana, l’autoritratto del poeta.
Il poeta, attraversando la sua città, attraversa se stesso, ripercorre i ricordi, i suoi “santi”, i suoi punti di riferimento culturali, poetici, ma anche le sue antipatie, le sue idiosincrasie.
Ne viene fuori un quadro nuovo di Milano. Dagli spazi esterni si passa alle persone, le persone che hanno lasciato un segno nella città: Stendhal, Felice Cavallotti, Petrarca, Leonardo, Meazza, Bufalo Bill, Gadda, Manzoni, Praga, Rovani, Carlo Porta, Delio Tessa…
Il poeta va alla ricerca di una definizione di milanesità, sia sul piano generale, ma soprattutto sul piano culturale e letterario. Per questo cita una costellazione di poeti a lui vicini ed affini. Giovanni Raboni, Antonio Porta, Milo De Angelis, Giovanni Giudici, Antonio Riccardi, Giancarlo Majorino, Vittorio Sereni, Franco Fortini, Vivian Lamarque, Franco Loi.
La città è per lui soprattutto stratificazione di memorie poetiche.
In particolare delinea un splendido profilo di Vittorio Sereni, visto come un maestro di discrezione e di orrore della retorica ed evidenzia il suo diretto e responsabile coinvolgimento in una realtà concreta con cui fare i conti e la sua tensione etica, il suo bisogno irrinunciabile di un confronto continuo con il contingente.
Quello che Cucchi dice di Sereni si può certo adattare a tutta la linea milanese.
E poi, parlando del Gran Lombardo Gadda, ne sottolinea la passione morale, “quella tensione anche feroce che arriva anche a increspare la pagina fino a introdurre modalità espressive nuove”. Del resto già Manzoni parla della letteratura come di un “ramo delle scienze morali”.
Alla fine il flâneur afferma con amarezza che “oggi la città ha in parte smarrito l’affabilità umana”. E non basta ripulire e restaurare i grandi monumenti della città. Una città la si preserva, conservandone la bellezza comune, normale.

La maschera ritratto (2011)

Il libro “ricostruisce” due vicende assai personali del protagonista. È questo senza dubbio il libro più intimo e sofferto. È un viaggio agli inferi. Uno scavo negli affetti più profondi ed insondati.
È diviso in due parti: “Gita al confine”, nella quale il poeta dà notizia del suo pellegrinaggio nel posto del suicidio del padre; e “Il ritratto (pagine catanesi)”, nella quale il poeta indaga sull’oscuro nonno materno catanese.
Il tema centrale del libro è la ricerca dell’identità (come il titolo porta naturalmente a pensare), ma anche l’attraversamento del dolore, l’elaborazione del lutto per la morte del padre, la sorprendente scoperta delle radici “siciliane”.
Il libro è un viaggio nei propri “inferi”. E, come insegna Dante, non si possono fare viaggi senza guide, senza fide compagnie, senza spiriti affini. Nel primo caso l’amico Mornacco, nel secondo l’amico Nino.
La ricostruzione è precisa, lenta e nello stesso tempo ritrosa. Il presente è oscuramente segnato dalle ferite del passato che, per essere definitivamente cicatrizzate, debbono essere prima riaperte e poi ricucite.
Emergono le figure indelebili e determinanti del padre e della madre con i loro caratteri così diversi. La gentile e indifesa sensibilità del padre, l’impulsività ruvida della madre, condensate nell’orribile episodio del regalo dell’anello con la pietra verde.
Il poeta trova nel padre tante affinità e prova per la madre, insieme all’affetto profondo, “un’irritazione per quella sincerità a tutti i costi, non curante di poter offendere”.
Gino, il padre era il suo modello, il suo eroe. Un eroe sconfitto del quale pettinare i ricordi, gli episodi felici, le domeniche allo stadio a vedere l’Inter, le gite in lambretta, le reliquie, come la fascia elastica, il distintivo di invalido di guerra, una lettera d’amore. Il padre che manca, magari è proiettato in un compagno di scuola un po’ più grande che lo difende dalla cattiveria degli altri compagni e dalla “crudeltà gratuita e totalmente ottusa dei loro scherzi”.
Alla fine della prima parte la madre, ormai anziana, chiama il figlio e a lui sembra che finalmente dirà di suo padre, del perché si è ucciso… e invece lei gli rivela che suo nonno materno era un militare siciliano, Alfredo Gandolfo, di cui non porta il nome. Gli racconta dell’ultima volta in cui lo ha incontrato, quando aveva 16 anni. E gli fa vedere una vecchia fotografia che lo ritrae giovane ufficiale in divisa.
E si origina una nuova ricerca tutta “catanese”. Nel momento in cui sembra che si è arrivati al punto di dipanare un mistero se ne scopre un altro tutto da sondare. Come per quella perversa invenzione della maschera-ritratto che dà il titolo al libro.
La verità sul nonno emerge a poco a poco, a brani. I figli disseminati, la guerra, l’Africa, la malattia. La zia Maria, morta da poco, il marito Vito Scalia, vecchio e malandato. Il cugino Giuliano, nato nel ’74. Si va per tentativi, per prove ed errori. Si mettono in luce le “lontane origini un po’ misteriose, un po’ dolorose”. Con il prezioso e risolutivo aiuto di un amico etneo, il poeta Antonio Di Mauro. “Un uomo molto discreto e sensibile, pieno di riguardi, attento agli altri come è raro vedere”. “Difficile trovare uguale affetto, uguale onesta dedizione. Anzi impossibile”.
Il poeta si chiede a chi assomiglia. Ha preso la lealtà e lo spirito di indipendenza di Gino? O è più somigliante al nonno di Catania, dongiovanni e militare?
Il finale è rivelatore e, naturalmente, sorprendente.
“Certe volte … crediamo in qualcosa che orienta le nostre scelte … e poi, a un certo punto, ci accorgiamo, da un segno, da un dettaglio, magari da poco, che ci eravamo sbagliati … Oppure ragioni sui tuoi destini e sulle tue origini, credi di avere ereditato tratti, carattere, fisionomia da qualcuno che hai venerato, che più di ogni altro ti è stato caro, del quale hai creduto di seguire l’esempio, poi scopri un’improvvisa anomalia, un personaggio oscuro della tua famiglia, e ti accorgi che la tua storia è molto simile alla sua …”

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