Nina Nasilli, “Prossimità”, poesia nella poesia.

Nina Nasilli, “Prossimità”, poesia nella poesia.

Nina Nasilli, Prossimità, Book Editore, 2019

 Poesia nella poesia ovvero Un viandante nella foresta delle parole poetiche

 

   Baudelaire ci parla di una foresta di simboli che l’uomo quotidianamente attraversa, simboli “qui l’observent avec des regards familiers” dove pilastri viventi “laissent parfois sortir de confuses paroles”. Da questi versi presi in prestito dal celeberrimo sonetto baudelairiano, Correspondances, un po’ traballante nella sua trascrizione parafrastica, attingo le “parole confuse” e la foresta con gli “sguardi familiari”; non è forse vero che T.S. Eliot sosteneva che i poeti maturi rubano, mentre quelli immaturi imitano? Io rubo (essendo maturo e un po’ poeta) a Baudelaire queste due immagini che mi permettono di introdurmi furtivamente nel paesaggio che scorre davanti ai miei occhi di lettore incantato dalla bellezza del libro di Nina Nasilli. È un libro, Prossimità, che nel suo insieme appare molto ricco, – qualcuno direbbe complesso, molteplice mi sembra la parola giusta – e addentrandovisi,  si ha proprio l’impressione come di una folta foresta di parole, in cui troviamo differenti sezioni, che ci appaiono come tante radure dove soffermarsi per ottenere una più ampia vista, una vista d’insieme. E anche i vivants piliers sono graficamente presenti quando si apre il libro, si innalzano in ogni direzione, densi di parole familiari e di sguardi confusi. Di nuovo la parafrasi dell’apprendista di Lautréamont per sottolineare lo sguardo meravigliato del viandante: la poesia è di tutti ed è fatta da tutti. Ci confondiamo presto dentro queste statuarie torri di parole benefiche che raccontano anche di noi. Tutti i suoni si rispondono, di nuovo Baudelaire. Insinuato in questa foresta densa di parole, cerco di districarmi per trovare la giusta strada: la prossimità. Le citazioni autoriali mi confortano nel mio andare lento; dei nomi Agnès, Joe, Amalia, Boris, Marina, Georg, Henri, Jean-Paul, Albert, Marcel, Antonin, Josè, Habib, Paul, Pier Paolo, ecc., ombre benefiche (“a ridosso di tutte le ombre”, p. 73); dei cognomi Rilke, Mandel’stam, Campana… Tuttavia, un po’ scompaginano la mia lettura per la loro ricchezza attirante, come fratelli fardelli. Di una cosa, però, sono certo; l’unità del libro esiste, la sento, la percepisco, anche se qualche volta si allontana da me, viandante lettore, promeneur distratto nelle proprie rêveries poetiche.

    Ogni volta che mi sembra di essere vicino alla meta, ecco che di nuovo la foresta si richiude più densa che mai e di nuovo affondo tra le mie incertezze nel tentativo di avvicinarmi ad un limitare che mi permetta la visuale di un orizzonte e di allargare le mie conoscenze. Tento di raggiungere un posto abbastanza elevato, sostenuto dall’idea che nell’abbracciare tutto, con un unico sguardo e man mano che mi avvicino, la sensazione dell’allontanamento persiste. Alla fine rinuncio e proseguo il mio cammino, lasciandomi andare sul ritmo di un verbo atemporale estraniante ma necessario. Lo percepisco. Il mio andare avanti non è fine a sé stesso, è di vitale importanza per la mia stessa conoscenza, è il mio punto di vista che si sta avvicinando, oltre, ovviamente, alle emozioni che non smettono di emanare da ogni pagina letta. Se potessi osare, parlerei quasi di poemetto medievale, di hortus conclusus, di jardin de la rose: “cavalca e imbruna, s’impalca / il Medioevo, ma cosa ti ha portato / cosa ti ha sottratto il Medioevo?” (p. 24) e la riposta non si fa attendere: “le rose (tutte le rose!)” (p. 25). Siamo dunque nell’allegorico, nel sogno allegorico, (ma allegoria, come il sogno, è poesia) un percorso iniziatico e/o amoroso, una conquista del santo Graal, (“parlano ancora le Cose” [ibid.]) piuttosto Jean de Meung che Guillaume de Lorris, dove il primo è più colto del secondo, e più attento ai problemi della sua età (e poi anche qui ci sono gli animali: gregge mansueto, poesia come animale vivo, fauno, falena, lucertola, corvi, cornacchie, falchi…). Numerose quindi le figure allegoriche: Respirare, Impronta, Nonostante, Tuttavia, Bellezza, Sosta, Ragioni, Attese, Presunzioni, Accadere, la stessa Prossimità… personaggi a pieno titolo che agiscono sul percorso iniziatico/amoroso. Forse il secondo (che poi sarebbe, in realtà, il primo autore del Roman) è più sentimentale ma comunque chiuso nei suoi topoi e ci sembra che un po’ di quella sentimentalità si sia sparpagliata tra i ciottoli del sentiero silvestre. Il mondo incantato della poesia ha questo sacro potere, oltre quello di farti crescere, riesce anche ad offrirti voli (e non necessariamente pindarici), ma envolées lyriques. Oltre alle cime alte degli alberi: “così / accarezzare la cima / intravedendo la calvizie / dolce dell’intero mondo – disboscato / teneramente / senza violenza” (p. 69). La visuale si allarga, la visione anche. Il giardino-foresta ci avvolge con le sue sonorità: “se un fruscio di foglia su foglia / non ci conforta” (p. 20), oppure “[…] torno-ri-torno / trovo-ri-trovo (non cerco) respiro / perché è necessario” (p. 24).

    Eccomi nelle radiose radure amorose Mente cordis sui, tutti i pensieri nei loro cuori, e Itinerarium mentis cordisque in amorem, il viaggio dello spirito e del cuore innamorato. È l’amor cortese nella foresta francese, è Chrétien de Troyes e la materia di Bretagna o anche Renaud de Beaujeu: “mentre interrogando il bosco / e parlavi al cuore della foglia / si stupiva la gazzella che dall’alta radura / udiva con la sola sua carne un frusciare / di frasche.” (p. 34). Presenze musicali che invadono uno spazio già noto a millenni di storia poetica, è la foresta dove gli amanti separati, qualche volta da una spada, qualche volta dalla notte, si addormentano con l’usignolo che canta fino al giungere dell’alba, sono i misteri della natura che ad ogni passo lasciano le impronte (le tracce di René Char) degli innamorati, degli amanti. Siamo alla ricerca di un Graal ancora poco disegnato, quasi flou, in questo éternel retour, il ruscello (pantha rei, ancora e sempre Eraclito) dove bestie e umani vengono a dissetarsi, scorre nel profondo del paesaggio sonoro (“foglia a radice / onda alla riva / perpetuo sé / perpetuo tornare” (p. 35). Lo spazio nel paesaggio è noto, il viandante delle pagine, e quello che le sfoglia, lo conoscono (“la misura del viaggio / è il passo del viandante / – è la sua sosta”, p. 66) e sanno anche – come potrebbero non sapere –  il sapore amaro del tempo: “la prima volta che siamo invecchiati / io credevo nella pioggia – ma non pioveva // tu credevi negli alberi” (p. 31), tempo che si contrae, si dilunga, si immobilizza e poi fugge, tempo che coloro che si amano devono inevitabilmente cercare di contrastare: “e poi baciare la pioggia / nel tentativo / fugace / di invertire / l’ordine consueto delle cose / e ritardare il tempo / per dare tempo al tempo” (p. 72). Il tempo sarà poi l’actant di un’ultima sessione post-factum.

    E come nei romanzi medioevali ritroviamo un’impronta calcata, un’aureola illuminante, un’atmosfera mistica che si dipana lentamente e che dà all’insieme dei poemetti (le sezioni) una profonda inquietudine mista a pace.

    Tra i vivants piliers (le colonne doriche che si innalzano dentro ogni sezione) abbiamo visto la foresta francese, ma c’è anche un bosco greco, probabilmente sui pendii del Parnaso – il mondo ellofono è onnipresente –  “la rima invoca tutti i suoi dei    e li raduna / su un altare domestico    in apparenza / il coro resta      in ascolto / a dimora” (p. 97) e là, dove la lingua poetica cozza per mancanza di sonorità salvatrici, viene in aiuto il dialetto veneto (“parole con le briciole unte”, p. 51) anche in difesa degli animali maltrattati (“pòre bestie!”). Una pianura, oltre le radure, oltre le fronde come un’eco dell’infanzia (così come i domenicali bianchi – titolo di una sezione –, plausibilmente lo sono): “(tenerla per mano, la giovinezza / fino a un cancello parentale / baciarla sulla soglia / e poi abbandonarla / come tra le rose)” (p. 110).

    Viandante smarrito, mi sono perso e mi devo fermare, malgrado gli aiuti degli eteronimi, i suggerimenti di Pessoa, voce tra le voci (“ma: all’eccesso delle voci / la nostra voce non può udirsi” (p.93) e le note finali, devo fare anch’io una sosta perché la densità di questo spesso paesaggio mi travolge lanciandomi, ad ogni piè sospinto, nell’intricata e profumata giungla dei vocaboli e dei fonemi, quesiti di dolci inquietudini che nascono nella mia mente. È una specie di poesia purificatrice che illumina e penetra dentro la mente e il cuore. E trovo anche le tracce della pittrice Nasilli: “un campo d’autunno sottraeva all’azzurro / la chiarità della luce e vi poneva sul dorso / un incanto / d’ambra olivastra e scintille brevi d’oro brunito: / il cielo dissolto / non vi opponeva la sua divina resistenza” (p. 85).

Ora possiamo dire, come si sostiene per la poesia di Baudelaire (e ritorniamo alle sinestesie e al mondo incantato delle Correspondances), che quando tutti i sensi sono rappresentati in una lirica, allora significa che la perfezione è giunta al suo massimo: e qui, in questa Prossimità, tutti i sensi sono in festa.

    Usciti dalla foresta, ci sarà poi il nostos, inevitabile ritorno via mare (come nei migliori romanzi medioevali) per approdare al porto poco tranquillo della scrittura (lo è il poeta in scrittura / che non si ferma […]” (p. 132).

    Il viandante è solitario, il viandante per antonomasia appare come il poeta (ma insisto nel dire che anche il lettore a poco a poco lo diventa, seguendo la lezione lautréamontesca). La lettura è sufficiente ad acquisire le mancanze, colmare le assenze, soprattutto evitare “i rovi dell’inutilità quotidiana” (p. 132) e tutto il contorno vanitoso, insito, in quei versi in cui si consiglia di chiudere i corsi di scrittura, le accademie di pittura, i laboratori di poesia, e tutte le fucine dell’imitazione. Aggiunge Nina Nasilli: “lasciare un po’ di voce al tenerissimo Silenzio” (p. 118).

    Finalmente, appagato anch’io, viandante di poesia in questa suggestiva mise en abyme della parola poetica, posso ancora soffermarmi un attimo al limite della foresta e capire infine quello che solo intuivo davanti all’insieme non definito e non definibile. Ora lo posso fare tranquillamente: l’insieme di questa Prossimità (che viene ben circoscritta etimologicamente sin dall’inizio: avvicinamento, imminenza, vicinanza) è solo un’unità multipla e indissolubile e ha nome Poesia. 

 

Nina Nasilli – Nell’idea del “doppio” c’è il senso del lavoro di Nina Nasilli: la sua stessa forma espressiva è un duplice segno. Segno infatti è la sua scrittura in versi, che già dagli esordi in giovane età attira l’attenzione del mondo della cultura; e segno è quello grafico/pittorico della sua produzione figurativa e iconica, cui attende con spirito libero e indipendente dal 1992, subito dopo aver conseguito la laurea in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Padova. Al centro del suo percorso artistico ed esistenziale, determinante è nel 1996 l’incontro con lo scrittore Ottiero Ottieri con il quale mantiene, fino alla morte di lui nel 2002, un intenso rapporto umano ed intellettuale. Al termine di quell’esperienza formativa, Nasilli si ripropone, sia come poeta sia come pittrice, all’insegna nuovamente di quella duplicità che caratterizza tutta la sua produzione: pubblicando raffinati libri di poesia, per i quali ottiene premi e menzioni letterarie, cataloghi, cartelle e libri d’arte; ed esponendo le sue opere in prestigiose personali e mostre collettive in Italia e nel mondo. Attualmente Nina Nasilli lavora a Padova, città in cui vive.

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