“Scelgo tutto” di Valerio Mieli, sfavillio e indeterminatezza del possibile.

«Esitavo. Mi sarebbe bastato pigiare un tasto. Non l’ho fatto, credo non per moralità né per rispetto, ma perché intuivo che nulla poteva competere con l’indeterminatezza del possibile che mi sfavillava dentro, e non volevo rimanere deluso.», un passo emblematico scelto da “Scelgo tutto”, nuovo romanzo di Valerio Mieli (nella foto di Lorenzo Scudiero), pubblicato da “La Nave di Teseo”. Una narrazione profonda e misteriosa (costellata da brillanti similitudini) che riguarda (insieme) la vita, la morte, l’amore, l’attesa, l’altrove, l’imprevedibilità, la vertigine, la provvisorietà, l’autoascolto, la (pensosa) solitudine, come la necessità fisiologica (cosmica) di attraversarla (“Ecco: a un certo punto mi sono accorto che di nuovo mi mancavano le persone”). Valerio Mieli sarà in Sicilia oggi, ore 20.00, ospite del Festival “Intrecci Narrativi” di Segesta, per proseguire la tournée letteraria: a Sciacca, il 13 luglio (Libri Sotto le Stelle); a Caltagirone, il 14 luglio (Festival Sikelia); a Giarre, il 17 luglio (Radicepura), a Zafferana Etnea, il 18 luglio, ore 19 (Festival TeatriRiflessi, Parco Comunale, ingresso libero).  

Dove metaforicamente è nato e in che modo è cresciuto il suo “Scelgo tutto”? E, ancora, senza svelarli tutti, può dirci, tra i suoi personaggi, quali, e per quali ragioni, ha amato maggiormente?

«Volevo creare un romanzo mondo. Anzi, un mondo non mi bastava, così ne ho immaginati due. Due vite possibili di uno stesso personaggio, due mondi alternativi. L’idea nasce proprio da qui, da questo bisogno: di vivere altrove, di più. Di usare l’immaginazione per potenziare la vita vera. I tre personaggi femminili sono persone che avrei voluto conoscere, che vorrei esistessero. Sabina, l’amore di giovinezza che si rivela meno prevedibile di quello che Cosimo stesso immagina. Marie-ma, la donna più grande che lo incanta e lo forma, e poi Giacoma, il cuore selvatico della seconda parte. Il libro è una storia innanzitutto di personaggi perché il tema profondo è questo: chi è davvero una persona. Quante sfaccettature ha? E la struttura alla sliding door permette di conoscerli non solo nello spazio e nel tempo, ma anche nella dimensione ulteriore della possibilità. Saremmo sempre noi, se avessimo vissuto esperienze diverse? In che misura sì, in che misura no? E che vuol dire “noi”? Questo è il nucleo».

Leggendo il suo libro affiora luminoso un verso di Emily Dickinson, “Abito la possibilità”. Così (citandola) domando: “L’indeterminatezza del possibile” continua a sfavillarle “dentro”?

«Questo era un verso candidato ad essere esergo. E comunque sì, in me sfavilla sempre. Ma con meno tormento. Non più soltanto: “potrei essere altrove, avrei potuto fare altro” ma, soprattutto, è arrivata la consapevolezza il presente può essere arricchito dall’immaginazione. D’altronde il cinema, la letteratura, l’arte in generale, questo fanno: arricchiscono il presente dei colori del possibile».

In “Scelgo tutto” il tempo (perso, contorto, trascorso, eseguo, calendarizzato…) occupa un ruolo centrale, risalta la preziosità del tempo presente (direbbe Pascal), lei cosa ci dice?

«Il tempo, gira che ti rigira, finisce sempre al centro di quello che faccio. Un po’ mio malgrado. E forse sì, la ricerca del tempo presente è il vero motivo di tutto questo mio rovistare nel tempo – che invece purtroppo scorre – che sia in “Dieci inverni”, in “Ricordi?” o in “Scelgo tutto”. In “Ricordi?” c’è anche un dialogo su questo tema. Il presente esiste oppure no. Certo che l’unico tempo che possiamo vivere è il presente ma, come dicevo, il presente può essere arricchito se ingloba la consapevolezza del passato e i progetti per il futuro; se si è in grado di far coesistere le percezioni del presente con il brulicare mentale, senza che quest’ultimo si mangi tutto».

In che modo il suo “paesaggio interiore” è cambiato (o cambia) scrivendo? In che modo, rispetto al dolore (o solitudine) esistenziale, la scrittura diviene (ammesso divenga tale) uno spazio (o, se preferisce, un “rudere”) sicuro?

«Allora. Il mio paesaggio interiore si è da un lato ampliato, perché ho vissuto per anni con personaggi e storie che prima non esistevano e ora sono felicemente parte di me. Famiglia. Ho vissuto anche quelle vite, per così dire. E poi, questo paesaggio, si è un po’ rasserenato. Perché affrontare di petto la questione delle vite possibili, dei rimpianti, della libertà di scelta, ha avuto un effetto emolliente su quel tormento. Sperimentare, seppure nella finzione, i due corni di una scelta, mi ha portato ad acquisire consapevolezza di quanto sia insensato tormentarsi per qualcosa che ci illudiamo che avrebbe potuto essere e non è stato. Quando invece non poteva che andare così.  D’altra parte però, l’atto della scrittura in sé non è stato piacevole. Dover ogni giorno far uscire qualcosa che perlopiù non ne vuole saperne di uscire, o se esce è prima falso, stonato, o noioso, o trombone, e spingere, spingere, senza nessuna garanzia che esca, no, non è stato piacevole. Sono felice che sia finita, almeno per ora».

La scrittura è un “destino”? Qual è il tipo di scrittura (se così possiamo dire) che la fa sentire più libero (a proposito di un altro tema cardine del suo libro)?

«Destino… non è una parola con cui mi trovi molto a mio agio, meno che meno se associato a “scrittura”. Non ho mai pensato che avrei fatto lo scrittore e non ci tengo particolarmente, a dirmi scrittore. Diciamo però che credo che il concepire è sempre prioritario al mettere al mondo, e che quindi ragionare, e mettere su carta il frutto del ragionamento (scrivere appunto) è una tappa necessaria se poi si vuole creare qualcosa. Tuttavia il piacere, almeno nel mio caso, sta più nella messa in scena, nell’immagine. C’è però una scrittura che, come dice lei, mi fa sentire più libero. Perché somiglia di più all’atto di fotografare. È rivolta al fuori. Ed è quella che ho sperimentato per esempio scrivendo racconti brevi. Perché scrivo senza sapere dove la storia andrà a parare. Storie che non richiedono grandi lavori di architettura come un romanzo e in cui non parto programmaticamente da questioni filosofiche che mi attanagliano, ma piuttosto da situazioni o personaggi. Dal fuori più che dal dentro. Dalla curiosità più che dalla necessità. Ma quello mi pare più un gioco, un po’ come la regia. Non comporta lo strazio della scrittura di un oggetto complesso come un romanzo lungo, o di una sceneggiatura.

Che fine ha fatto la resistenza (almeno) intellettuale? In che modo, specie in un momento storico “delicatissimo” come quello che stiamo vivendo, in un mondo sempre più incapace di ascoltare (e volutamente ridotto all’incapacità di comprendere) cosa può la scrittura?

«Credo che la scrittura, o meglio il pensiero che la scrittura trascrive, possa molto. O perlomeno, che se c’è una strada la strada è lì. Cioè che serva innanzitutto, oggi, capire cosa e come, invece di agitarci scompostamente. Ma per questo serve una direzione chiara e condivisa, e non mi pare che si veda all’orizzonte. Se il momento è delicatissimo, come dice lei, è in gran parte perché non si riesce, come collettività, ad agire secondo un pensiero che sia potenzialmente benefico per tutti. O almeno per molti, o almeno non programmaticamente dannoso. Al contrario, abbiamo l’impressione che le azioni collettive non seguano un disegno. Il problema è che oggi non sembra esserci una proposta morale e filosofica in grado di ispirare e guidare. C’è da dire che è molto frequente che quando invece una tale visione appare e domina, spesso porta a disastri. Perché il pensiero complesso deve sapere essere elastico, aperto, e appena gli si chiede si semplificarsi per piacere a un gran numero di persone, si fa dogmatico e pericoloso. In questo la letteratura, la buona letteratura almeno, è un modello di pensiero, perché è al tempo stesso rigoroso e non dogmatico, ed è un allenamento costante a mettersi al posto degli altri».

Per concludere: i diritti di Scelgo tutto (perfetto per un adattamento cinematografico) sono stati acquisiti da Wildside, società del gruppo Fremantle (produttore di successi come L’amica geniale, Le otto montagne e C’è ancora domani), ci sono novità rispetto al quando e al come (sceneggiatura) il suo libro diverrà film?

«Ci stiamo lavorando. Potrebbe diventare un film oppure una serie. Vedremo». 

 

in copertina foto di Lorenzo Scudiero 

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