Taije Silverman, Le case sono campi

Taije Silverman, Le case sono campi

cop rec Luca BuonaguidiLe case sono campi, edito da Oèdipus, a cura di Giorgia Pordenoni, è un libro di una intensità straordinariamente attuale. Il poeta, la statunitense Taije Silverman, qui diventa il testimone della più classica odissea domestica/ospedaliera a fianco della madre irrimediabilmente malata, annulla se stessa e allontana lo spazio intorno alla propria individualità, sublimando ogni dettaglio esteriore (“mi consumo fuori dalla mia più piccola parte”). È un libro letteralmente emozionante, sospeso tra dolore e redenzione e che ha valenza poematica, in cui la Silverman riesce a testimoniare la voce sommersa di tutti coloro che vivono un dramma simile, a farne canto, estrapolarne un senso liberatorio e commovente. Tutto qui si fa intonazione di un dramma familiare che avvolge ciò che tocca, sfibrandolo, ridiscutendo la natura dell’amare e amando la perdita che ci accade.

Il letto ospedaliero, la routine terapeutica e la sofferenza fisica della madre dell’autrice si trasformano così in un Golgota davanti a cui non si può che pregare/versificare/domandarsi circa questa irrimediabile “pioggia nelle ossa” sulla “stagione di gioia. Puoi quasi sentire, dice, che se deve finire, questo è il modo”. La delicatezza della protesta contro il dolore della vicenda privata è però dolcissima prova di straziante misura poetica. L’intreccio tra prosa e poesia è mirabile e sempre sotto controllo nonostante il contrappunto costante di immagini ora quotidiane ora visionarie, ricerca scrupolosa di una “ultima ora di sogno” concessa prima della fine di un’era sentita interiormente, cronaca di un inesorabile apprendistato al più sordo dei dolori: l’incontro con la paura, gelida e risoluta, “creatura più morbida ora, vuole arrivare/ a conoscerti. Anche lei (la paura, ndr) è spaventata/. Il volto di mia madre cede, si contrae per minuti/ prima che io apra gli occhi. Siamo con la paura ora, in attesa”. Ma quest’attesa è ben fissata nei tempi poetici, la morte un presagio precoce perché “quando ci immaginiamo la domanda/ la risposta è la tristezza”, una tristezza che si arma del più genuino (e futile, e quindi necessario) strumento di difesa umana, la nostalgia. Così questo percorso poetico, in una delle sue immagini più vivificanti e memorabili, è “un tunnel ad arco, così vediamo la luce e non ciò che stiamo lasciando”. “Che scelta abbiamo oltre la rabbia?” si chiede la Silverman. Nessuna, o la paura stessa, oltre a una poesia che sia attesa attiva e partecipata alla realtà, qui la realtà più naufraga e terribile della perdita, perché la paura “è un ospite, come noi. E nessuno sa/ cosa accadrà”.

poesia bon

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