“Tutte le ossa cantano la canzone d’amore” di Pietro Russo. Il “sogno-metafora di una dimensione cosmica cui appartengono tutte le creature”.

Il canto come luogo di comunione con la creaturalità e prisma attraverso cui far rinfrangere il contemporaneo. La parola come elemento di coesione tra il poeta l’alterità, intesa in senso deleuziano come “evento”. “Tutte le ossa cantano la canzone d’amore” (peQuod, collana Portosepolto diretta da L. Pizzolitto e M. Bardotti, 2025) presenta, già dal titolo, una suggestione significativa, l’elemento materico che si fonde con una eco spirituale vocata all’amore. Le ossa cui Russo allude non sono da intendersi come immagine mortuaria: molteplici, come dimostrerò, sono i rimandi a una visione cosmologica nella quale si compenetrano materia e spiritualità. I due poli non sono fra loro scissi: si comunicano vicendevolmente, attraverso minute e impercettibili trasformazioni. Nel libro di Russo si concreta il sogno-metafora di una dimensione cosmica da cui derivano e a cui appartengono tutte le creature, convocate in senso orfico a riunire i frammenti del cosmo. È un canto corale, quello di Pietro Russo, in cui si condensano i moti di un’umanità ferita, angustiata dall’assenza di orizzonti futuri di progettualità. E tuttavia, in ciò il poeta pare indicare al lettore un sentiero: smettere di essere “isola”, uscire dalle proprie categorie di osservazione e abbracciare l’altro. L’opera ha molto di cinematografico: in parte, sembra riecheggiare, nella sua divisione in capitoli, le trame di produzioni seriali di grande successo, che si interrogano, alla maniera di Rovelli, così abile nell’ammantare le scienze di una vena poetica, sull’esistenza di multiversi e mondi alternativi, squarci temporali e improvvisi bagliori luminosi. Mi sovvengono serie come Dark (non casualmente, la prima sezione è intitolata “Dentro e fuori la caverna dell’Adam”) o Il problema dei tre corpi. Russo procede dunque in direzione opposta e contraria all’indole di ogni isolano: per amore dell’alterità, egli rifugge da ogni forma di claustrofobia. Il primo componimento, “Canzone di Adàm”, è denso di richiami archetipici:

Durante il sonno che lo privò della costola
il Terrarossa sognò una città di specchi
ovunque si girasse
mancava sempre qualcosa
braccio frase organo interno
Vagava con smania di ramingo
per sfuggire al riflesso
finché arrivò a un covo cieco
dove la luce gli precipitava addosso
senza tornare indietro
a questo punto
iniziò ad accordare la voce
Non dissolvermi nei giorni informi del vento
al suolo tornerò non prima
di sapere cosa si annida nelle ossa
quali parole a cui non so dare fiato
chiamano all’altro capo del canto
Al risveglio fu sorpreso dall’altro fiato
che si trovò accanto

Il poeta si muove a ritroso non solo per risalire all’origine della genealogia umana, ma anche alle radici stesse del male. Il “soffio divino” si protrae da una creatura all’altra, nel corso delle generazioni: in tal senso, il poeta deve rinnovarne la memoria all’ essere umano:

Diceva che il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa
da un uomo all’altro in eterno
Cormac McCarthy

C’è un uomo prima di tutto
e io lo chiamo padre
e non vedo la casa costruita
con gli occhi miopi della rinuncia
Io nella foto sono quello tra le braccia
ancora non lo so
ma quello che chiamiamo cadere
è il modo in cui una stella declina la propria luce
C’è un uomo all’inizio di questa luce
la montatura squadrata degli occhiali
che sembra un telescopio di precisione –
io l’ho chiamato padre, ed è un uomo
non un dio che blatera di assurde stelle
e dinastie tra la sabbia

Il carattere peregrino dell’inchiesta di Russo è focalizzato anche sul senso della paternità: il padre di cui si fa menzione all’interno del componimento è un padre il cui spirito si trasmette in senso verticale, un Dio-padre che si fa riconoscere non attraverso l’imposizione della legge, ma, come suggerisce Recalcati, mediante l’apertura del desiderio. Inoltre, nella scrittura di Russo è sempre implicato uno sguardo che dapprima mette a fuoco l’universale per poi approdare al particolare, o viceversa. Il poeta si muove tra i possibili, nel segno del molteplice, forse per indagare le varie combinazioni attraverso cui la realtà si manifesta e diviene leggibile.
D’interesse, poi, la messa in risalto dell’imago materna, che però acquisisce connotazioni al limite del metafisico, coincidenti con la terra:

Quando mia madre mi ha partorito per la
seconda volta
Fernando parla da un limbo di meraviglia
dove cicatrice è stampo di farfalla
il cappotto abbottonato fino al collo
perché il vento di Comiso urla in faccia
forse la gioia
è una sostanza sintetica di parole –
quella domenica
le donne delle pulizie hanno trovato una stanza
vuota
era giorno di festa, le campane dell’Annunziata
spiegate
quando mia madre mi ha partorito per la seconda volta
e forse è l’alchimia tra una Tennent’s
e restare dietro una porta
per vedere dove arrivano, sì
tutte le preghiere
E ancora:
Ora che mi aggiro nei sogni dei miei figli
sotto copertura di vecchi simboli
il Dio dei Testamenti mi fa spazio
volentieri diventa distanza
a poco a poco
imparo a stare nelle fughe
tra libertà e amare
quando chiameranno da altre case
spero di essere ancora
come posso
la mano che veglia il loro sonno

Orientarsi nel presente significa per Russo operare un’indagine a ritroso sull’idea di archè. Egli stesso intende comporre una poesia politica, dovendo forse ammettere che “politica” implica di per sé un’accezione comunitaria, di appartenenza, nella quale si riconoscano tutti gli esseri umani:

Una poesia politica

Volevo scrivere una poesia politica con dentro
un cielo alle sette di mattina
avere il potere di un dio che respira sul giorno
la solitudine di un dio abbandonato
che cerca riscatto per la sua opera
un finale diverso
un corteo di aeronavi in fuga (nella soggettiva di
due che si abbracciano riflessi nelle vetrine rotte
della Rinascente)
In quello che resta della poesia
il vento gioca con i brandelli di un vecchio poster
e questi due
come radici secolari di un amore devastato
Lei poi fa in tempo ad alzare la testa
e intravedere il vecchio dio
con tanto di occhiaie e barba sfatta
che saluta dall’oblò con la mano aperta

Sempre presente, nella poesia di Russo, il richiamo alla città e al suo continuo formicolio di cose e persone. Il poeta scioglie il suo canto consapevole del legame che lo unisce alla sua terra natale. Appartenere alla terra significa tuttavia ubbidire anche a un destino comune a tutto il genere umano, quello del migrare:

Da un’estate

Questo è un buon giorno per tramontare
con parole che giungano a mio figlio
e vi restino più delle sue paure del mondo
(e se vi sembra naïf chiedete ai bombardieri
di non bruciare i cieli del mondo)
Per quanto siamo saliti in alto
lontano da centri abitati, non tutte
le stelle della grande Orsa sono visibili
ma di più spaventa la coda ai caselli
e a casa accendere altre luci, togliere
la sabbia dai vestiti che il vento d’agosto
come richiamo di vecchie radici
ha portato fino ai nostri piedi
E prendete Sarina, quercia di anni novantaquattro,
pasta buona di tempi andati
confinata sulla sua poltrona
dopo una vita di rosari
nelle ore di veglia interminabili
continua a macinare marie e misteri
o la pazienza da santo sudato
del kebabbaro hallal
lontano da lui – Allah testimone – le bestemmie
perché le parole di rancore sono sempre ultime
ad essere imparate

25

Vedeste com’è irreale la città
svuotata delle sue ulcere
dei suoi umori carnali
le vene essudate mentre offre la minna-vulcano
ai turisti che inzuppano arancini nel cappuccino
viene da fingersi stranieri
i piedi doloranti nel ghiaccio
solo per mandare cartoline, quasi a caso
Sto bene
mi fermo un po’ da queste parti
però voi guardate dalla finestra
verso i primi raminghi del cielo di settembre

Nei suoi versi, Russo compie un’operazione di specchiamento nell’alterità, ravvisando nella città lo speculum di tutta il genere umano. Migranti, kebabbari bengalesi, pakistani, donne maghrebine, sono tutte figure della perdita, della frantumazione, simbolo dell’esperienza intellettuale nell’epoca della mercificazione totale. Corpi in movimento, sradicati dunque, in cerca di migliori opportunità di vita, ma frustrati al cospetto di una realtà che omologa e annulla le identità particolari:

I bengalesi, o pakistani, o indiani
diretti a Taormina con le merci
le sacre pacchiane chincaglierie
avvolte in teli di plastica
fanno troppo baccano.
E prima avevano spinto e superato
per i posti migliori.
Non c’è speranza che scendano prima.
See, the luck I’ve had
Can make a good man turn bad
Un paio di cuffie
fino a dove arrivano i binari della polvere?
*
tutti i tuoi flutti e le tue onde
sopra di me sono passati
Sal 42, 8

al Signore del canto
l’Allah che sale dalla gola
quello che avevo da dare
me lo hanno portato via le onde
vengo dal mare
le tue labbra cariate
di alghe e sale
tutto ciò che hanno saputo dire

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