Un magnifico “portone” da varcare, “L’antologia italiana” di Paul Celan (a cura di Dario Borso)

Un magnifico “portone” da varcare, “L’antologia italiana” di Paul Celan (a cura di Dario Borso)

“La poesia può essere un messaggio in bottiglia inviato nella convinzione – certo non sempre salda – di potere chissà dove e chissà quando venire sospinto a riva”. Così auspicò Paul Celan nel 1960 ricevendo il prestigioso Premio Büchner. In conseguenza del premio si interessarono a questo poeta più editori europei. In Italia Mondadori, che avviò una trattativa complessa coinvolgendo a più livelli diversi poeti italiani, tra cui Sereni, Zanzotto, Fortini, Spaziani e Balestrini. La trattativa durò fino alla morte di Celan, senza risultato – o quasi: egli infatti nel 1964 inviò un elenco di poesie da antologizzare, rimasto tra le carte conservate in Fondazione Mondadori. Dario Borso l’ha recuperato, ha tradotto le poesie e ricostruito la storia. Il messaggio perciò è arrivato, tardi ma come nuovo, nel centenario della nascita del mittente.

Il riferimento è alla recente pubblicazione del libro “L’antologia italiana” di Paul Celan (nottetempo, 2020, in ‘poeti’, collana diretta da Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri), ‘oggetto’ di intima e ineccepibile ‘corrispondenza’, per il quale abbiamo rivolto qualche domanda al curatore Dario Borso (in copertina nella foto di Giulia Ciniselli, 25 ottobre 2015, “Orecchio di Dioniso”, Siracusa). 

 

La tua introduzione titola “Un altro Celan”: quanti Celan hai incontrato, qual è (e per quali ragioni, se c’è) il tuo prediletto?

Ovviamente l’ultimo, e trattandosi di un autore di indubbio valore, l’ultimo diviene normalmente presto il penultimo.  Questo Celan, forse non a caso apparso(mi) nel centenario della nascita, è un Celan dalla nove vite (quante le sue raccolte poetiche).

“Per chiunque scriva versi, l’avvicinamento alla poesia di Celan è sconvolgente. Egli rappresenta la realizzazione di ciò che non sembrava possibile: scrivere poesia dopo Auschwitz, eppure superare Auschwitz servendosi anche delle ceneri di Auschwitz”. Con Zanzotto, la cui citazione ho recuperato dal tuo bellissimo Per Paul Celan, in memoriam, apparso sul bimestrale “Humanitas” dello scorso giugno, per chiederti di raccontarci: cosa ha alimentato e quindi cosa ha rappresentato nella tua vita l’avvicinamento alla poesia di Celan?

Cosa ti dicevo? Quella che Andrea qui rievoca, senza volerlo penso, è l’immagine dell’araba fenice, del rinascere dalle proprie ceneri, ossia in parole più celaniane, la svolta di respiro, il ritmo sincopato dell’atmen, tra asfissia e pieni polmoni. Ci sono studiosi che dedicano la vita (quella lavorativa, e non è poco) a un autore. Ne conosco una che scommetto non si schioderà mai da Celan. Non la conoscevo ancora e una dozzina d’anni fa ci scambiavamo le foto di collages che via via componevamo ritagliando le fotocopie dei Microliti (poi proseguii da solo). Da un bel po’ lavoriamo insieme nel senso di parallele che si sfiorano. A scanso di equivoci, non l’ho ancora mai incontrata di persona. Bene, conoscendomi abbastanza, so che il mio amore per Celan, com’è nato, svanirà lasciandomi di imperituro non tanto il ricordo, quanto il segno. Sai che carattere deriva dal greco karàzo, incido? Il carattere è notoriamente la cosa più difficile da modificare, e Celan ha modificato il mio. È già successo con Kierkegaard, con Arno Schmidt (senza contare i graffi: Rilke, Trakl, Marion Poschmann, Šestov…). Cosa ha alimentato il mio avvicinamento a Celan? Un presentimento. E cosa ha rappresentato? Un incontro.

Per Zanzotto (stessa cit.) il paradosso di Celan è “crollare nella mutezza e nello stesso tempo essere ebbri di nuove scoperte”: per Borso?

Esagera. Nella mutezza Celan è crollato una volta sola e dell’ebbrezza basta leggere cosa scrive nei Microliti: manovrare con cura, più o meno. Quasi muto sì, quasi ebbro rarissimamente. Senz’altro un poeta estremo comunque, estremista in tutto, nell’etica come nell’estetica, che chiede, che cerca un lettore estremo, ovvero un lettore “in situazione”, categoria kierkegaardiana per eccellenza. L’opera sua cui sono più affezionato, nel senso letterale di affectus, è Oscurato, la prima che ho tradotto dieci anni fa. Un’opera incompiuta, composta sussultoriamente durante un mese di degenza in clinica psichiatrica. Lì dentro si capisce cosa Celan intendeva per Lichtzwang, titolo di una sua raccolta congedata appena prima di morire: è l’obbligo di luce (come si dice obbligo di catene) negli ospedali psichiatrici, mirato a evitare casini in camerata. Conosco, perché a ventun anni finii all’Ospedale Psichiatrico Militare di Verona. Mi viene in mente ora, che, entrato per la prima volta, pensavo ci spiassero da qualche buco, così stavo sempre appartato perché non scoprissero che ero sano di mente, preferibilmente in atrio. A un certo punto sferrìo di chiavistelli a tripla mandata, vedo entrare tre militari con un ragazzo in ceppi: era un mio paesano, compagno ceramista della nostra sezione Pablo Neruda! Distolgo lo sguardo subito per non farmi riconoscere, poi lo spio di sottecchi e vedo che mi fissa con occhi sbarrati. Lo sciolgono, lo fanno sedere accanto a me sulla panca, affondo la testa, sto lì immobile finché lui mi urla all’orecchio: Dariooo!!! Mi vidi spacciato, mi girai di scatto dalla parte opposta, ma subito lui aggiunse ghignando: Qua no ne tende nissuna! e mi abbracciò. Allora capii: da buon veterano, sapeva tutto del luogo e delle usanze. Poi mi spiegò che vedendomi così sfuggente pensava fossi ammattito sul serio, io gli replicai che avevo pensato di lui lo stesso, e tutto finì in una liberatoria risata. Dicendo di non vedere differenza tra una poesia e una stretta di mano, Celan pensava al suo possibile lettore. Quell’abbraccio non fu tanto diverso, meno poetico certo, ma altrettanto forte, e in più col suo piccolo meridiano: avvenne infatti l’8 dicembre, giorno del mio compleanno.

De L’antologia italiana, l’unica edita secondo la scelta “in totale autonomia” di Celan, ci racconti qualche aneddoto legato al recupero di quell’elenco del quale si era persa memoria?

Volentieri. Sfruculiando al Literaturarchiv di Marbach, ho incrociato la tesi di laurea di un’italiana, 1969. Da lì, per passaggi che non ti sto a dire, plurimi comunque, sono giunto al risultato che poi è un capitolo del mio Celan in Italia: la laureanda, trentina di Trento, aveva iniziato il suo lavoro di tesi con un germanista dell’Università di Padova che tre anni prima all’Università di Bologna aveva dato una tesi analoga a una che abitava nello stesso lato della stessa viuzza, sei ingressi di distanza, a reciproca insaputa. Sono le due prime tesi di laurea italiane su Celan (la più anziana incontrò Celan più volte, la seconda nella sua tesi tradusse una cinquantina di poesie che a un’analisi comparata risultano meglio di altre pubblicate poi). Ho conosciuto le due piccioncelle, diversissime e simpaticissime entrambe, con un solo viaggio in treno.

Nel libro Celan in Italia, pubblicato in questi giorni da Prospero Editore, esponi i motivi profondi che spinsero Celan a stilare l’elenco sulla base del quale Mondadori avrebbe dovuto pubblicare l’antologia: potresti svelarcene qualcuno?

Essendo io fondamentalmente uno storico, i motivi profondi per me coincidono con il contesto, il vissuto cioè di Celan (con dentro tutto, dagli amori alle idee, dalle letture alle poesie ecc.) al momento della scelta sua antologica, avvenuta a metà 1964. C’è una vulgata italica, risalente a Giuseppe Bevilacqua, secondo cui proprio a partire dall’inizio del 1964 Celan si sarebbe votato anima e corpo al suicidio, un’idea fissa cui il critico dedicò un ventennio almeno corredandola di analisi minuziose, fin quasi cabalistiche, delle sue poesie. Bene, tale ricostruzione è priva di fondamento, come (di)mostro nell’introduzione all’Antologia italiana di cui dicevi, e assai più analiticamente nel libro Prospero (un mattone di 380 pp., avvincente però più di un romanzo, essendo vero).  

Infine scegli gentilmente una poesia dall’antologia per salutare i nostri lettori.

Una breve poesia dalla prima raccolta di Celan Papavero e memoria, presente sia lì, sia nel Celan in Italia (dove analizzo le traduzioni degli altri):

 

CRISTALLO

Non cercare tra le mie labbra la tua bocca,
non davanti al portone il forestiero,
non nell’occhio la lacrima.

Sette notti più in alto va il rosso verso il rosso,
sette cuori più in profondo bussa la mano al portone,
sette rose più tardi mormora la fontana.

 

Il direttore della rivista “Studi Germanici”, recensendo l’Antologia sul Sole24ore, mi ha rimproverato di aver tradotto portone invece che porta della città per palese ignoranza mia di un celeberrimo Lied romantico che non nomina. Aveva a fatica accettato il confronto pubblico su un sito di germanistica, ma inviata in anteprima a lui e al gestore la mia replica, si è bloccato tutto

Sullo stesso sito in luglio, al direttore dell’Istituto Italiano di Studi Germanici (la cui rivista è v. sopra) che recensendo i Microliti di Celan sul “manifesto” mi aveva imputato storpiature del lessico, avevo fatto notare come avesse preso un pesce per un albero (insomma: un granchio), e chi l’ha visto

Dicevamo del carattere: i segni sono indelebili come le cicatrici, ma via via che si aggiungono, il corpo-carattere si modifica. I miei primi segni furono kierkegaardiani e sai cosa diceva Søren? Che senza polemica non avrebbe scritto una riga – contro l’ordine costituito sottintendeva. Si pre-parino dunque. Dimenticavo: anni fa uscì un censimento dei libri di filosofia presenti nella biblioteca di Celan. Per quantità di libri, sottolineature e appunti la classifica comparata è: 1° Kierkegaard, 2° Heidegger, 3° Šestov.

 

 

 

 

Paul Celan (Czernowitz, 23 novembre 1920 – Parigi, 20 aprile 1970), cresciuto in Bucovina, dopo tre anni a Bucarest e due stagioni a Vienna si trasferì stabilmente a Parigi. Ebreo di madrelingua tedesca, entrò in Germania poche volte, solo di passaggio. Da subito e fino all’ultimo le sue poesie “stonarono”, come venute da altrove; ma ciò testimonia della loro ricchezza, alimentata dal confronto assiduo con altre lingue, da cui Celan tradusse poeti a lui congeniali come Mandel’štam, Ungaretti e Valéry.

Dario Borso ha insegnato Storia della filosofia all’Università Statale di Milano ed Estetica al Politecnico. Profondo conoscitore di Kierkegaard e Arno Schmidt, di Celan ha curato Poesie sparse pubblicate in vita (nottetempo, 2011), La sabbia delle urne (Einaudi, 2016) e Microliti (Mondadori, 2020). Una storia analitica di quest’antologia è compresa nel suo Celan in Italia (Prospero, 2020).

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