#1Libroin5W.: Alcide Pierantozzi. “L’inconveniente di essere amati”, Bompiani.

#1Libroin5W.: Alcide Pierantozzi. “L’inconveniente di essere amati”, Bompiani.

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CHI?

Il protagonista del mio romanzo dovrebbe essere uno, e cioè Paride Negri, un giovane cantautore che lascia Milano dopo la fine di una relazione con il suo produttore per tornare in Abruzzo. Qui incontra la zia acquisita, mai conosciuta prima, e se ne innamora, legandosi in particolar modo al cuginetto Gianmaria, e la sua vita va in crisi. Ho scritto dovrebbe essere uno perché per me è difficile ragionare in termini di protagonista e co-protagonista, o personaggio “minore”, come sempre si dice: il romanzo è per me un palinsesto in cui non esistono gerarchie di alcun tipo, non credo affatto ad esempio che il protagonista è tale perché la narrazione si sviluppa dal suo punto di vista (in Follia di McGrath i protagonisti sono i due amanti, Stella e Egdar, o lo psichiatra che racconta?), non credo che il protagonista di una storia sia sempre facilmente identificabile. Per me il protgonista di Amleto è il padre-fantasma, e il protagonista della Divina Commedia non è Dante, perché di lui, di chi è, dello sguardo che posa sulla scena, non ce ne frega niente.
Il protagonista di una storia ne è anche il suo archetipo, di quella storia. Ecco perché direi che il protagonista vero del mio romanzo, per chi sa leggerlo, è la madre morte di Paride.

COSA?

Avrei bisogno di farmi qualche domanda per rispondere al cosa. Perché, all’età di trentacinque anni, a volte mi sembra di aver capito tutto di me e altre volte di non sapere chi sono? Perché mi è sempre piaciuto così tanto il mare? Quel ragazzo su quella moto, il suo modo rozzo di parlare, i suoi occhi, il codino… perché mi sembra di conoscerlo come un fratello dimenticato? Possibile che non sappiamo far altro che ridurre a cliché gli archetipi primordiali? La cocaina, non se ne parla mai abbastanza. Il sesso, nello specifico degli organi genitali e della loro attrattiva, quegli spazi ombrosi – uno spogliatoio della palestra, un deposito di botti – che diventano luoghi medianici, luoghi che mettono in discussione l’assetto della realtà, se li si vive con qualcuno che si ama. La mia San Benedetto del Tronto, la sua luce stranissima,opaca, identica a quella della east Coast americana, e dietro di lei la lunga schiera dei calanchi che scavalcano il Tronto verso l’Abruzzo. Il sesso e la morte, il loro combattersi. La paura e l’amore. La mamma al centro di ogni cosa, al di là di ogni analisi psicanalitica, la mamma come condizione concreta e immaginale. Gli sguardi scambiati, la passione per i cani dalmata, le tamerici e le palme sul bordo delle strade al tramonto… Perché crediamo che dire la verità a qualcuno sia un atto d’amore e non una crudeltà? Questo, credo sia questo il cosa del mio libro.

QUANDO?

Questo libro è nato nella primavera del 2018, e non era affatto un libro che covava, come si dice in gergo artistico (si pensa che le cose necessarie, se non altro per chi le fa, siano quelle covate sulla paglia degli anni, ma io ho sempre creduto che la necessità sia qualcosa di spontaneo, se no che necessità è?). E’ nato per due felici coincidenze: la prima, l’interesse di Bompiani per un mio eventuale romanzo, e la seconda la necessità, anche questa spontanea, di dovermi fermare un attimo per fare un riesame di me stesso, con la scusa di dover scrivere un libro. Il problema, però, è che io non sono mai stato d’accordo con il dottore di Zeno quando gli dice: Scriva, scriva, solo così potrà vedersi tutto intero. Non ho mai creduto nella superstizione dello scrittore che trasfigura i propri bisogni in altro sulla pagina, se mai chi scrive dispiega una psicologia, ma senza alcuna trasgifurazione. Dispieghiamo, se siamo in grado di ascoltarla, la nostra presenza. Perciò da un giorno all’altro mi è successo di scendere a comprare un quaderno sotto casa e una matita per cominciare ad ascoltare meglio questa mia presenza, qualunque cosa sia. È stato fondamentale il primo periodo, l’approccio iniziale, la preparazione e le chiacchiere con molti amici-confidenti, poi, messe a fuoco le intenzioni, mi ci sono buttato dentro. È stato un libro pensato per dodici ore al giorno e scritto per dieci minuti, per imposizione personale: pensa, ascolta, rilassati, quello che c’è di importante da dire arriverà da solo, quando deve arrivare.

DOVE?

E così, per venire al dove, mi sono ritrovato a scriverlo ovunque. In spiaggia, all’ombra e sotto il sole battente, a Milano nei parchi, nella saletta della palestra, sulle panchine, al lungomare di San Benedetto, in balcone a casa mia in Abruzzo… il luogo non aveva importanza, tanto io ero nel libro. Entravo nel libro, soprattutto la mattina presto, appena sveglio, come un fantasma sonnambulo. La storia è ambientata in una cittadina immaginaria di nome Calanchi, l’ho inventata proprio per far risaltare di più il realismo dei luoghi machigiani e abruzzesi che la circondano, e che rappresentano il vero punto nevralgico delle vicende narrate.

PERCHÈ?

Perché ho scritto questo libro? Credo che ogni scrittore, se sincero, dovrebbe rispondere: perché sì. Ecco perché ho scritto questo libro: perché sì.

Estratti – L’inconveniente di essere amati di Alcide Pierantozzi, Editore: Bompiani (2020).

Gli zoccoli con i brillantini contro la ringhiera attorcigliata di rampicanti.
Un sole sahariano che luccica su una gomma da masticare appiccicata sotto una suola.
“Vedi quella cicca, amore mio?” gli dice sua mamma prima di addentare una fetta di cocomero. “L’ho calpestata fuori dall’ospedale il giorno che sei nato tu. E non si è più staccata. Non si staccherà mai.”

*
“Senza di te, da domani, il mondo perderà valore ai miei occhi come una banconota da centomila lire, e odierò così tanto la luce. Mi tornerà la malattia della luce, amore mio, e le lacrime mi scaveranno la faccia di rughe ogni volta che non avrò appiglio. Senza di te non ho appiglio. Senza di te sono un albero piantato nella polvere. Senza di te sono il colore nero opaco.
Senza di te sono una distesa di posaceneri pieni di cicche e bicchieri vuoti dopo una festa che non c’è mai stata. Senza di te sono una cipolla che avvizzisce appesa al manico della finestra. Senza di te sono una cuccia vuota.
Sono un caffè senza la sigaretta dopo. Senza di te sono una lisca di merluzzo lasciata in pasto ai gabbiani.
Se penso al modo in cui ti muovi quando cammini… vorrei scoppiare. Vorrei mangiare le cose che tocchi, bere l’odore dei tuoi capelli dietro le orecchie, vorrei essere il tuo costume da bagno steso ad asciugare.
Dimmi ancora che sono importante. Dimmi ancora di fare più forte mentre ti sono sopra, dimmi ancora che non riesci più a combinare niente, nemmeno a cantare, senza la mia bocca addosso. Chiedimi di succhiarti le dita mentre dormi. Chiedimi di portare fuori il cane che hai dentro, e lo farò ogni mattina puntuale alle sette. Sempre mentre dormi ti ruberò gli occhiali, li indosserò entrando in ascensore con il volto insabbiato di sonno, li sistemerò bene sulla sella del naso cercando i tuoi ricordi al di là delle lenti. Dopo averli assorbiti uno a uno dentro di me, la morte di tua madre, le colpe che ti hanno addossato, uscirò nell’androne del palazzo e piangendo andrò a svuotarli nel cestino dell’umido.
Io mi sono innamorato di te per il modo in cui muovevi le gambe mentre eri sdraiato sul letto a pancia in su, con il cellulare in mano. La notte dell’anniversario di Simona e Carmine, ti ricordi? Eravamo a casa loro a Monza. Tenevi le ginocchia sollevate e spostavi le cosce di qua e di là come per calcolarne il peso. Al polso avevi appesi due braccialetti di Musicultura, ti strusciavi i piedi l’uno sull’altro, avevi bisogno di carezze. Eri concentratissimo a leggere Sotto il vulcano di Lowry sull’iPhone, poi a un certo punto hai appoggiato l’iPhone sul comodino e sei rimasto fermo con un braccio fuori dal divano. Sembravi Marat nella vasca da bagno.
All’improvviso ti sei addormentato, amore mio. Sarei rimasto a guardarti dormire per una settimana intera. Lì ho capito di essermi innamorato.
Di solito succede che quando osservi una cosa molto a lungo, alla fine ne vedi tutti i difetti ingigantiti. Succede che ti confondi. Quando ti innamori veramente di qualcuno, invece, resteresti a guardarlo dormire per ore. Non ho la più pallida idea del perché succeda a tutti; io, ad esempio, mentre quella notte ti guardavo dormire, avevo la sensazione di sbrogliare un enigma. Era come se, all’improvviso, mi fosse tornata in mente la combinazione di una cassaforte dimenticata”.

Alcide Pierantozzi

Alcide Pierantozzi, nato nel 1985 a San Benedetto del Tronto, comincia a pubblicare con Bompiani a partire da questo romanzo ma è sulla scena letteraria italiana dal 2006, anno d’uscita di Uno in diviso, che ha assunto anche la forma di graphic novel. Collabora con quotidiani e riviste ed è sceneggiatore. 

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