#1Libroin5W
Chi? (il/i ‘protagonisti’ del libro?)
Conosciamo Karen Blixen soprattutto per La mia Africa, il film (quest’anno cadono anche i 40 anni dall’uscita), un pezzo del nostro immaginario e un modo per incontrare la donna, carne e fuoco di un continente bellissimo e pieno di contraddizioni; un modo per accompagnare la ragazza danese che abbandonò la sua terra per correre dietro a un’idea di vita avventurosa e amorosa che però la atterrò crudelmente. Da quel fallimento nacque la sua scrittura, da quella ferita, dalla malattia che Blixen trattenne nelle vene per non dimenticare, e che moltiplicò i dolori del corpo. Da quel lutto, Karen trasse la polvere magica che le ha permesso di ammaliare generazioni di lettori. L’Africa costituì per lei l’incontro con una natura ferina, incomprensibile per chi goda di un ambiente addomesticato e ormai innocuo. La vastità dei paesaggi kenioti divenne anche vastità dell’immaginazione, facoltà che Blixen coltivò frequentando i dirupi del sogno. Amata e riconosciuta per La mia Africa, Karen Blixen è stata soprattutto insuperata autrice di racconti in cui ha sublimato la propria vita irrisolta. Da Sette storie gotiche, pubblicato nel 1934, quando Karen aveva 49 anni, ai Capricci del destino, che sono del 1958. Ma Blixen scrisse anche un romanzo, diciamo non riconosciuto, che è I vendicatori angelici e raccolte di saggi o ricordi, come Il matrimonio moderno, Dagherrotipi o Ombre sull’erba. E c’è anche un’opera teatrale, La vendetta della verità che la scrittrice scrisse a 19 anni e uscì poi molti anni dopo, in cui sono contenuti in nuce tutti i temi fondamentali della Blixen matura. Scrivendo, Karen Blixen ha sconfitto la malattia, si è lanciata oltre le sofferenze, oltre l’amore negato, oltre il corpo che si affinava per diventare voce, una voce che narra senza posa nel tentativo di rispondere alla domanda: chi sono? Un quesito che ci rimanda intatto e ci interroga.
Cosa? (il/i temi che affronta e per quali ‘ragioni’?)
Aveva appena dieci anni, Karen Blixen, quando perse il padre, l’amatissimo, il compagno che le mostrava la vastità di uno sguardo spregiudicato oltre l’universo domestico del femminile. Perdita che divenne strutturale, perché reiterata e dunque sempre presente e nuova, a farle intendere che il mondo degli affetti (e il suo balsamo) le era precluso. Questo la fece interrogare sulle modalità del destino, la Nemesi, che elesse a punto focale nell’architettura dei suoi racconti. La perdita poi la fece ragionare sull’esperienza ciclica, cardine del suo universo psichico e creativo. Scoprì che c’è qualcosa che resiste, nell’esperienza umana, un telaio su cui si originano le storie. Centrale è ciò che ricomincia infinite volte, che prende le mosse dal particolare e tende all’universale. È il tema indagato da Karen nel “daccapo” di cui è protagonista Pellegrina Leoni, uno dei suoi alter-ego. Ciò che importa è il briciolo di immortalità cui l’uomo può aspirare per non essere nulla, così in “Conversazione notturna a Copenhagen”, dove si dice che Dio ha concesso il Logos perché l’uomo Gli restituisse il racconto della sua esperienza terrena, il Mythos. È un compito, l’umano per eccellenza, a cui la Blixen non si sottrasse, sottraendo invece pelle per amplificare la voce eterna e potente della narratrice.
Quando? (quando è nata l’idea, c’è un aneddoto, qualcosa di non detto, che possiamo raccontare ai nostri lettori?)
In qualche modo, Karen Blixen è sempre stata nel mio immaginario, fosse anche solo per il sortilegio del film di Pollack. Il secondo amo è stato shakespeariano. Essendo patita di Macbeth (vera ossessione per anni), mi occupavo con una certa costanza di riscritture. Anche Karen Blixen aveva all’attivo un’intensa restituzione della Tempesta. Sono partita da lì per rileggerla e curarne una rubrica sulla rivista «L’ottavo». La scrittrice mi metteva di fronte alla trama preziosa che intreccia la vita e ne fa archetipo incarnato in racconto che passa di bocca in bocca, di secolo in secolo – e prende corpo in corpi diversi, così come Ariel svaria da Shakespeare a Blixen diventando Malli. Poi è arrivata l’occasione di scrivere questo profilo per Ares e di visitare i suoi luoghi – quelli danesi, però, non gli africani che, chissà, forse in futuro…
Dove? (dove metaforicamente è nata e in che modo è cresciuto il suo ‘testo’?)
Come dicevo, ho corredato il libro con un viaggio, o un pellegrinaggio alla sua casa danese sopra Copenhagen, che oggi, per volontà della scrittrice, è una Fondazione culturale, un museo e un’oasi ornitologica. Un luogo di incanti tra il mare e il bosco verdissimo di Folehave. Un luogo che, anche per me, è dell’anima. Ne do conto nell’ultimo capitolo dove mi permetto di scherzare un po’ con la sua presenza, che appare e scopare e mi accompagna, mi guida nella visita, mi parla e mi ispira nel percorso, fino al grande albero ai cui piedi si trova la sua tomba. La pace dopo la tempesta dell’esistenza…
Perché? (perché questo libro? lo sveliamo per i lettori?).
Non si può pensare che la Blixen sia stata solo la tragedia che l’ha consegnata al ruolo ancestrale di narratrice, il daimon esigente che la voleva per sé. Diceva ai giovani che nulla ha senso senza coraggio, amore e ironia. Il sottotitolo che ho scelto per presentarla al pubblico dei lettori. Ironia che per lei, in ultima analisi, costituiva la superiore accettazione del destino. Karen Blixen era dunque pure sorniona, ironica, amante dello sgambetto della sorte. A volte, una piccola buffona, molto raffinata ma impertinente – ne sapeva qualcosa il poeta Thorkild Bjørnvig, che la Baronessa spedì un giorno a prendere un’amica, la contessa Caritas Bernstorff-Gyldensteen, con una testa caravaggesca intrecciata di fresie. Le piaceva fare scherzi. Se ne era conquistata il diritto.
Scelti per voi
Il 2 dicembre 1913, Karen Blixen partì da Copenhagen per raggiungere il fidanzato in Kenya, con un bagaglio voluminoso ingrossato dai libri, la cristalleria, le porcellane e il corredo. Si univa il cane Dusk, un segugio che non abbandonò mai il suo fianco.
Fu un viaggio lunghissimo che doveva percorrere il Mediterraneo e, incuneandosi nel canale di Suez, sfociare nel mar Rosso continuando l’avanzata verso l’Oceano Indiano fino a Mombasa. Diciannove giorni di navigazione. La madre e la sorella Elle la accompagnarono fino a Napoli. Nella città dei mille colori e degli incanti plurimi, tra profumi di mare e di porti e “uaglionerie” partenopee, le tre donne si fermarono due settimane. Poi Karen si imbarcò sull’Admiral e partì per la grande avventura della sua vita. Era allora una ragazza non più giovanissima ma ancora all’apice del suo candore trascinante. Gli occhi mobili e scurissimi in cui trascolorava l’inquietudine, malinconici e pieni di tempesta, occhi magnetici che incantavano ed erano parte fondamentale del suo fascino, quegli occhi guardavano al mare, alla distesa immensa che l’avrebbe condotta alla terra dell’anima.
Sul ponte della nave che filava via abbandonava al vento i residui della fatua ragazza danese, pronta ad accogliere il coraggio per fronteggiare le insidie che si addensavano all’orizzonte. È vero che i viaggi non le erano mai stati preclusi, che di esperienze ne aveva collezionate e diverse avventurandosi nei boschi, folleggiando per le strade italiane o arrampicandosi sui ghiacciai. Ma l’Africa era così distante, così favolosa, una freccia diretta al cuore del tempo che collassava nella sorgente del tutto. I racconti che lo zio Mogens le aveva fatto, poi, quelle distese dove tutto era originario e così straniero al pensiero, gli animali, le tribù di neri, gli altipiani e le città affollate di contraddizioni.
Ripensava anche al padre, ai suoi vagabondaggi americani, alla frequentazione delle tribù Chippewa e Pawnee che avevano per lui una dignità straordinaria, superiore a quella dei bianchi. Ne aveva scritto, gliel’aveva raccontato e lei lo ricordava. Ricordava quelle loro passeggiate, la natura che la stordiva e le parole di lui che vagavano nell’aria andando ad accendere subito l’osservazione, quando un animale o un uccello facevano capolino da un tronco o dal folto dei cespugli, li guardava incuriosito e poi si dileguava. Ricordava le loro piccole cacce all’inseguimento di un animaletto, la ricerca dei nidi e l’imitazione dei versi di tutti i volatili che dimoravano nelle terre di Rungstedlund e Folehave.
Quel mondo stava svanendo. Subentravano paesaggi diversi, l’estesa maestà di una terra carica di malia si sovrapponeva alla più domestica e contenuta dimensione della Danimarca.
Ma ciò che aveva vissuto restava in lei. L’aveva imparato dal padre: le esperienze si condensano, diventano impalcatura di vita e simbolo. Accedendo all’origine avrebbe imparato a riconoscere la voce della narratrice che dispiega i suoi racconti archetipici. Inseguendo un leone avrebbe guardato la vita negli occhi, avrebbe lottato per essa, per la sopravvivenza e per collocarsi su un piano ancestrale, abitando non il presente, con le sue difficoltà e miserie, ma l’aria oltre l’istante che svampa. I racconti dei suoi natives, il loro modo di assorbire l’esistenza sotto pelle, di integrarsi con i ritmi di una natura assoluta le si sarebbero assiepati tra le vene. E sarebbe stata impavida, non sarebbe indietreggiata di fronte a nulla.
E così fu. […]
La nave attraccò al porto Kilindini di Mombasa la mattina del 13 gennaio, nella città dei commerci di oro, cotone, avorio, caffè, lino e schiavi, una fornace in piena attività. Bror andò a bordo ad accogliere la futura sposa, avendole però già inviato ad Aden, allo sbocco del mar Rosso, il suo servitore personale, quello che diventò il miglior compagno e la regale ombra di Tanne: Farah Aden.
Farah si presentò a lei con un lungo kanzu bianco (la veste maschile lunga fino ai piedi), un gilè ricamato, un turbante rosso e un profondo inchino. Quando Bror salì a bordo non fece certo la stessa impressione.
Farah apparteneva alla tribù somala di Habr Yunis, era snello, elegante e libero. Formava con la sua padrona un’unità assoluta. Karen lo considerava un aristocratico africano, con un’intelligenza e una cultura superiori a quelle degli indigeni, il gentiluomo più perfetto che avesse conosciuto, come scrisse in Ombre sull’erba, più di venticinque anni dopo aver lasciato l’Africa. Farah era il servitore per grazia di Dio, affermò lei. Essi avevano tutte le dissomiglianze necessarie per formare un’Unità, disse, e lo motivò grazie al ricorso alle grandi figure letterarie di servo e padrone, come Don Chisciotte e Sancio Panza, Lear e il fedele Buffone, Don Giovanni e Leporello, Phileas Fogg e Passepartout: «Dei due il servo può essere il più affascinante, tuttavia per lui come per il padrone è un fatto che il suo gioco di colori perderebbe splendore e il suo timbro intensità se mai egli dovesse rimanere solo».
La sera cenarono con von Lettow e passarono la notte al Mombasa Club, in quella città che risuonava di strani rumori, inesausta, tra il profumo delle merci che respiravano nel grande mercato, gli alberi di mango, centenari baobab e palme, nell’afrore caldo che li accolse come in un grembo di nuova vita. Karen e Bror si sposarono il giorno seguente (anche se lei, per osservare le convenienze, scrisse a casa che il matrimonio si era svolto la mattina del suo arrivo). La cerimonia fu semplice, quasi imbarazzante per la sua modestia e brevità: in totale neanche dieci minuti.
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Rossella Pretto (nella foto di foto Elisa Katrin Libertella) scrittrice e traduttrice, ha pubblicato il poemetto Nerotonia (Samuele Editore 2020) e il diario di viaggio scozzese La vita incauta (Editoriale Scientifica, collana S-confini diretta da Fabrizio Coscia 2023), entrambi ispirati al Macbeth shakespeariano. Con Marco Sonzogni ha curato e tradotto Memorial di Alice Oswald (Archinto 2020) e l’edizione delle traduzioni sofoclee di Seamus Heaney, Speranza e Storia (Il Convivio Editore 2022). Di Alice Oswald ha inoltre tradotto e curato Nessuno (ETS 2024). Ha poi curato La Terra desolata di T.S. Eliot nella traduzione di Elio Chinol (Interno Poesia 2022). Ha curato il profilo biobibliografico dedicato a Karen Blixen, Il coraggio, l’amore e l’ironia (Ares Edizioni 2024). È presente in diverse antologie poetiche e nell’antologia di racconti curata da Filippo Tuena, L’ultimo sesso al tempo della peste (Neo Edizioni 2020). Suoi articoli sono apparsi su «Alias-Il Manifesto», «Poesia», «L’Osservatore Romano», «L’Ottavo», «Journal of Italian Translation», «Metaphorica», «Atelier», «Studi Cattolici», «ClanDestino», «Succedeoggi» e «Doppiozero».








