#1Libroin5W.: Gianluca D’Andrea, “La foresta in cammino. Saggi, letture, recensioni (2004 – 2022)”, “Industria & letteratura”.

1Libroin5W

Chi?

Il rapporto con le parole di altri autori è il vero protagonista del libro. Una foresta che è anche una costellazione in tensione costante, una moltitudine di contatti per rimediare a un disastro, a un naufragio più volte replicato, direbbe Durs Grünbein, quello dell’identità che si scopre nell’altro per poi camuffarsi, disperdersi e cercarsi ancora e ancora. Una ricerca che trova per un momento, che dimentica e ricomincia, che va letteralmente in circolo, dentro, entra in profondità, disarma e arricchisce. Poi, gradualmente, abbandona. Suggerisce, suggestiona e scompare.

Cosa?

La suggestione e il movimento, anzi il movimento suscitato dalla suggestione. Non per niente le riflessioni critiche presenti nel libro iniziano un cammino, ognuna di esse è una diramazione che non segue una progressione, semmai uno slancio da qualcosa che agiva sull’autore in una profondità non scandagliata e che solo le parole degli altri potevano smuovere.

Quando?

18 anni di intense letture, in parte legate al lavoro svolto come co-fondatore e collaboratore di siti letterari, in parte dovute a necessità di ricerca personali. E poi, l’ossessione concreta e metaforica per il “cammino” (tanto da diventare il tag più utilizzato nelle mie sempre meno frequenti peregrinazioni sui social), inteso nel senso dell’incontro con spazi e parole sempre nuovi, senza il bisogno di possederli, senza costruire sul paesaggio attraversato, solo sentire la riscoperta continua dell’inappartenenza. Un po’ estraneità, un po’ attrazione. O forse, semplicemente, tensione verso l’ignoto, libertà. Come diceva Thoreau “il paesaggio non appartiene a nessuno, e il camminatore gode di una relativa libertà”, almeno in quegli anni mi piaceva illudermi così, e cos’altro fa un poeta se non sperare nella sua illusione nonostante il disincanto, nonostante la consapevolezza che in realtà, come prosegue Thoreau, “i recinti saranno moltiplicati, e altre invenzioni respingeranno gli uomini sulla strada pubblica”. Niente sembra più vero oggi che le potenzialità d’apertura originarie di internet sono state irreggimentate dal sistema capitalistico in feudi informatici la cui unica urgenza è quella di replicare il proprio potere recludendoci in celle confortevoli e solipsistiche. Tutto l’opposto del movimento, ma questo è un altro discorso.

Dove?

In tutti luoghi, in molte direzioni e senza meta. Il libro è una raccolta di luoghi testuali ed esistenziali, non pensavo potesse diventare un volume fino al 2024, anche se avevo iniziato a suddividere i testi in sezioni negli anni precedenti (forse prima del 2021). Niente di tematico, solo spazi e dislocazioni, spostamenti, persino slittamenti, insomma questioni di collocamento dei materiali e infatti a scorrere l’indice del volume, proprio adesso che scrivo, leggo che le tre macro-sezioni in cui è suddiviso sono spazi che indicano una fuoriuscita, un magma che si espande e si solidifica (questa a mio avviso anche la funzione dell’Appendice che chiude La foresta in cammino). Più che un percorso lineare, una serie di indicazioni: Origine, Transiti, Lo spazio aperto.

Perché?

La foresta in cammino è stata una peregrinazione ma il pellegrino che l’ha scritta adesso è stanco. Occorreva chiudere il tragitto perché adesso sono diverso, lo dico nella nota finale: “Chi scrive ha ritenuto necessario licenziare in un unico volume e così sigillare il proprio periodo militante perché lo ritiene distante come ugualmente distante sente il proprio tempo. In una parola: concludere, mettere insieme e archiviare un pezzo di esistenza la cui forma ai suoi occhi si è sformata ed è giusto sia l’orecchio generoso dell’eventuale lettore a captarne e trasformarne i segnali.

Davanti all’autore si aprono altri cammini che cercherà di affrontare un po’ più solo ma con la stessa umiltà di quando si perdeva nelle parole altrui. Per dirla con il lapis di Marino Moretti

Or nel mio triste vivere solitario
qual libro cercherò per la mia pace,
quale che mi sia vigile seguace?

(M. Moretti, Piccolo Melzi, in Poesie scritte col lapis, Mondadori, Gli Oscar, Milano 1970, p. 87, vv. 1-3)

forse quello che viene da lontano o forse sempre lo stesso «come una parola / detta nell’ombra» (Ibid., vv. 22-23).

 

Scelti per voi

 

In cammino verso l’origine: Laura Pugno, La mente paesaggio, Giulio Perrone Editore, Roma 2010

nel bosco che ti sbava sulla pelle

Laura Pugno

La mente paesaggio è un libro basilare, originario e, a ben vedere, profetico. Ogni parola è calibrata su misure minerali, i versi non esistono, sono le risultanti di un linguaggio esploso, isole o villaggi di palafitte nella distesa della pagina; questo galleggiare alla deriva è il prodotto di un vecchio tragitto e la possibilità del nuovo, posteriore ad ogni posteriorità. Il movimento, il cammino appunto, nel nuovo sentiero della storia che, a scanso di equivoci, non si è mai interrotto. Diceva Thoreau: «Il sole si spegne su qualche terra lontana, dove non è visibile alcuna casa, con tutte le glorie e lo splendore che prodiga alle città, e in maniera mai vista prima» (H. D. Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano 2009, p. 59); le ultime parole di La mente paesaggio recitano: «dove sei adesso / il sole cuoce il pane / è perfezione // completato il corpo / e tu lingua puoi perderti / qui e non / altrove» (p. 91). È la fine di un percorso che, come nel pensatore americano, realizza l’esistenza compiuta della lingua e del soggetto e che, sfondate le barriere socio-economiche e perduti i confini, non può che continuare a sorprendersi della ricchezza metamorfica e dello stesso cammino che apre continuamente al mondo.

In un libro di poesie pubblicato nello stesso anno di La mente paesaggio, si ripete il medesimo messaggio: le parole, la lingua, sono doni di apertura alla possibilità di trasformazione, per quanto possano anche condurre alla perdizione – che, come abbiamo potuto constatare nel libro di Laura Pugno, ha un effetto ri-creante – o al nascondimento del reale stesso (ma sono implicite funzioni del segno la mistificazione, l’infingimento – solo il riconoscimento dell’inganno apre uno spiraglio alla fede): «Copriremo / con le parole il vuoto che abbiamo potuto vedere – / solo disordine oltre le nuvole e i nomi, / i segni splendidi a nascondere le cose» (G. Mazzoni, I mondi, Donzelli, Roma 2010, vv. 24-27, p. 58).

Nonostante i toni e gli stili diversissimi, entrambi i libri ci conducono dentro la nostra storia, la storia di un millennio nato postumo e consapevole di ciò che Ivan Illich aveva prognosticato quasi quarant’anni fa: «Una volta oltrepassato il quantum critico di energia pro capite, è ineluttabile che le garanzie giuridiche dell’iniziativa personale e concreta vengano soppiantate dall’educazione agli astratti obiettivi di una burocrazia. Questo quantum segna il limite dell’ordine sociale» (I. Illich, Elogio della bicicletta, Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 12), in altre parole, un mondo che inizia a consapevolizzare di essere ad un passo dal disastro socio-economico, soprattutto dopo due tappe significative quali l’11 settembre 2001 e il 16 settembre 2008, data in cui si verificò il fallimento della banca Lehman Brothers, conseguenza dello scoppio della bolla finanziaria negli Stati Uniti nel 2007 e avvento della crisi economica mondiale.

Ritornando a La mente paesaggio, e consci di un disastro di là da venire eppure già avvenuto attraverso tutte le informazioni che giungono a ravvisarlo, ecco che le dimensioni di tempo e spazio vanno riformulandosi lontano da ogni determinismo o causalità e, attraverso la consacrazione dei concetti di precarietà e indeterminatezza fisica, appaiono le dimensioni liminari dell’acqua (da habitat originario a rispecchiamento e riconoscimento nella mutevolezza) e del bosco («chi aprirà la porta che dà sul bosco» p. 85, v. 6; «il giardino è all’interno del bosco» p. 86, v. 1; «la porta che dà sul bosco / non è diversa dalle altre» p. 87, vv. 1-2), casa reale a naturale di esseri che ineluttabilmente conservavano «la chiave / in una tasca / cucita nella carne» (p. 87, vv. 4-6) e che, nonostante un cammino di allontanamento durato millenni, custodiscono l’essere dentro il sistema mondo in un attraversamento che è memoria. Difficile da spiegare l’evenienza che tutta la costruzione umana originata dalla concatenazione causa-effetto si stia sbriciolando per trasformarsi in uno spazio-tempo assoluto, eppure ricchissimo di venature. I microliti riecheggianti nel sistema linguistico della Pugno – e che formano l’architettura rizomatica del libro – intraprendono questo percorso di spaesamento e raccoglimento e si sostanziano come unico nutrimento: «la pianta che cresce sott’acqua / con foglie carnose / come salvia – // la pianta perduta / che cambia / la tua carne // come grano / perfetto e splendente / che cresce sott’acqua» (p. 60). Assistiamo al passaggio verso nuove coordinate che fungeranno presumibilmente da dimora, non assistiamo alla nuova etica dell’abitare in quell’oikos che «non è più la polis (la città) ma l’oikoumene (l’insieme della terra abitata)» (S. Latouche, Come si esce dalla società dei consumi – Corsi e percorsi della decrescita, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 70), ma siamo a un passo dal ricongiungimento a esso: «il non dolore / torna, il non / conosciuto prima / del dolore // lingua piccola, / ma ancora / viva / che sei la stessa lingua / la stessa voce // e dirai il paesaggio / il corpo non / dimenticando» (p. 90). Per incominciare a ri-abitare il mondo bisogna attraversare un percorso di denudamento (la poesia lo dice con i suoi strumenti e La mente paesaggio diventa uno dei paradigmi più profondi, perché unico esempio finora in Italia, di una vera spoliazione e decostruzione identitaria), in termini socio-economici «Bisogna diventare degli atei dell’economia, cioè non considerare un’evidenza indiscutibile il fatto che la crescita di qualsiasi cosa in modo illimitato è una buona cosa, e che la produzione di beni materiali è più importante dell’organizzazione politica o della felicità familiare» (S. Latouche, cit., p. 53).

Se è vero che «l’arte rappresenta un fondo storico della coscienza spaziale, e l’autentico artista è un uomo che vede gli uomini e le cose meglio e più esattamente degli altri, più esattamente soprattutto nel senso della realtà storica della propria epoca», come dice Carl Schmitt (C. Schmitt, Terra e mare, Adelphi, Milano 2002, p. 70), allora è ancora un’opera d’arte, in questo caso un’opera di poesia, a risvegliare e illuminare il senso di appartenenza e cura del mondo che due secoli di sviluppo economico e tecnocratico hanno allontanato dalla prospettiva umana.

[«puntocritico2», aprile 2012]; [«Nabanassar», aprile 2012]

*

Guido Mazzoni, La pura superficie, Donzelli, Roma 2017

È come su una superficie pura, in cui certi punti di una figura in una serie rinviano ad altri punti di un’altra: l’insieme delle costellazioni-problemi, con i rispettivi lanci di dadi, le storie e i luoghi, un luogo complesso, una “storia ingarbugliata”.
G. Deleuze

L’impressione generale dopo aver letto La pura superficie di Guido Mazzoni è quella di aver attraversato un percorso al distanziamento o, meglio, allo straniamento. Bene dice Cortellessa, recensendo il libro, che «a contare non è la visione del mondo che ha […] la forza dell’ovvietà: bensì le strutture, le immagini, le metafore impiegate per esporla» (A. Cortellessa, Nuda apparenza di uno come noi, «Il Sole 24 Ore – Domenica» del 01/10/2017).

Allora inaugurerei questa mia riflessione sul libro proprio da queste “strutture”, in primo luogo dall’approccio concettuale che, se non fa «visione del mondo», può però orientarci nel testo.

Induzione è quel procedimento del pensiero per cui l’esperienza del singolo (il “soggetto” in quanto termine, molto presente nella raccolta anche quando la finzione testuale ci porta a credere che a parlare sia una persona diversa rispetto al soggetto scrivente) conduce – necessariamente in passato, probabilmente nel pensiero moderno – a una legge universale, a un’idea che si sviluppa da un contesto definito.

L’operazione che Mazzoni inaugura con I mondi (Donzelli, Roma 2010) e che si estende a La pura superficie, forma un dispositivo che per induzione si trasmette da un pensiero acquisito al mondo, attraverso un particolare sistema linguistico. Considerando superfluo disquisire sulla necessità o meno di questo procedimento, ne prendiamo atto con l’attenuante che ogni linguaggio possiede in sé l’evidenza della trasposizione e, quindi, della falsificazione.

Il “mero essere” di stevensiana acquisizione (a tal proposito, sembra inutile affermare quanto sul piano progettuale contino le inserzioni dallo stesso Stevens, perché manifestano con la loro presenza una giustificazione al non-senso dell’esistere nella scoperta del quale la poesia di Mazzoni ci conduce. L’invadenza del “significante”, per usare una terminologia abusata, subisserebbe la potenzialità affabulatrice del linguaggio in un’oscillazione costante tra reale e surreale, fino a un distanziamento – una crepa – che come nel secondo degli exerga kafkiani introduce alla separazione io/mondo che non si ha nessuna fretta di colmare), cioè l’insorgenza ideale di un mondo ridotto alla pura “nientificazione” – vivremmo in una sorta di bolla turbonichilista: «come se le cose accadessero nella sfera dove le masse si spostano» (Recife, p. 19) – pare scontrarsi con la voglia di nuova nominazione, in tal senso, almeno, parrebbero muoversi i testi in prosa della raccolta.

I mondi si chiudeva con un’acquisizione: Pure Morning, ultimo componimento di quel libro, metteva in luce, attraverso un assemblaggio fatto di inarcature in funzione narrativa, con un dettato addirittura armonico nelle sue proporzioni nette, la necessità di rintracciare i segnali del “mero essere”, La pura superficie sarebbe, allora, lo sviluppo di tale acquisizione.

«Ogni vita è solo se stessa» e quindi «il tempo che si perde / per essere solo ciò che siamo adesso, / per diventare solo solitudine» (Pure Morning, in I mondi, cit., pp. 65-66) è il tempo di una mutazione. Divenire del soggetto relazionale in soggetto della – e alla – solitudine, con un richiamo fortissimo a Leopardi, alla sua riflessione sull’ermo, sul solitario, aggettivo che potrebbe incunearsi nel nesso avverbio-sostantivo-astratto inventato da Mazzoni nella chiusa de I mondi. Ma non è tutto. Se, infatti, consideriamo l’apparato di schermature (schermi che riappaiono con insistenza in La pura superficie e che fanno pensare al Carroll di Attraverso lo specchio) che ostacolano ogni riconoscimento – «quando la fila / delle auto si ferma e ci guardiamo / esistere dai finestrini, tra i fanali, / il loro cerchio nel cono della pioggia, dentro i secoli / che ora mi vengono incontro / dai campi coltivati, dai caselli / di Milano se la nebbia si dischiude» (Pure Morning, Ibid., p. 65) – si chiarisce definitivamente, se ce ne fosse stato bisogno, il debito di Mazzoni per l’autore di Recanati: «e mi sovvien l’eterno, / e le morte stagioni» e una volontà sempre occlusa che tenta di rigenerarsi ma si discioglie a contatto col mondo (l’affiancamento a Leopardi sembra confermare, inoltre, il procedere per induzione sul piano del pensiero).

Occlusione, si diceva, così come interruzione (delle relazioni classiche) sono termini che confermano lo stimolo a una fuoriuscita ma, ancor di più, consolidano una controspinta di sfiducia nei confronti del segno, dovuta a una consapevolezza profondissima delle sue potenzialità d’inganno. Ma allora perché continuare a dire?

Con un lungo salto attraversiamo La pura superficie e cadiamo nel suo testo conclusivo per cogliere altri segnali, chissà se anche questi ingannatori. In Terzo ciclo (La pura superficie, p. 78) è in scena uno scambio relazionale, c’è l’io scrivente, sempre distanziato, e c’è un non meglio identificato “tu”, malato «in mezzo alle altre larve / nella sala della chemioterapia» (Ibid., p. 78). C’è in questo stesso distanziamento del soggetto un trait d’union con l’immane consapevolezza della fine (e del male), che l’utilizzo improvviso della prima persona plurale (che un senso ancora possiede e per niente insignificante) con la sua pregnanza unificatrice che supera le «parole» (intese, in questo caso, come puri segni) rende però problematico: «sappiamo entrambi che non vivrai, / sappiamo che non servono parole» (Ibid., p. 78). In questa sorta d’iscrizione sepolcrale, da porta infernale, lo slancio unificante è corroborato dalla coscienza della fine, infatti i riferimenti ad Antognoni o al «muro fuori filo» (Ibid., p. 78) specificano meglio un contesto che, nella sua gravità, trova appigli di contatto in «cazzate» (Quattro superfici, p. 76) aneddotiche, e che conferma la sua ambivalenza di senso nell’accumulatio asindetica semi-ironica (sbrigativa, perpetuante?) di altre “cazzate” nella chiusa:

Ma oggi non importa, siamo felici di esserci ancora,
di stare insieme qui, i maschi non piangono, le parole non contano.

(Terzo ciclo, p. 78)

In mezzo al grande arco testuale che va da Pure Morning a Terzo ciclo, si sviluppa, lo dicevamo, il dispositivo di La pura superficie: un apparato di 30 testi suddivisi in 5 sezioni con 4 intermezzi in prosa col ruolo di cerniera e cornice (ma non in senso unificante, lo diremo meglio in seguito). La sensazione suscitata da questa impalcatura è quella di un macrotesto concentrato su una stessa tematica, la desolazione contemporanea, facendo i conti con la mescidanza e l’ibridazione ad essa consustanziale. Ancora una volta, come già ne I mondi, è lo stile levigato su un tessuto multiforme, ibrido appunto, a convogliare l’attenzione del lettore. L’aneddotica è incasellata tra testi di rielaborazione delle informazioni e reinterpretazioni di Stevens in chiave contemporanea. In tal modo, la tensione è garantita nell’attrito tra testo e contesto, spostando l’asse dell’interesse verso la tessitura mortuaria del linguaggio, verso l’apparato (il dispositivo) che, così, si sostituisce al reale in un’inedita gerarchia di valori. Il testo morto supera il “mero essere” e manifesta la necessità per il soggetto di identificarsi con la “pura superficie” testuale.

Certo, ogni segno, nel suo puro esserci, può essere arbitrariamente frainteso senza alcun risarcimento per chi lancia il messaggio e questo è il cruccio del poeta, quello di scomparire nell’opera pur sapendo che non esiste nessun indennizzo di verità in essa.

La fallacia del segno, in La pura superficie, impatta il mondo contemporaneo, ne liquefà la linearità temporale e lascia baluginare nuovi piani di realtà. In questo modo si spiega l’inserzione di testi “onirici”, nuove dimensioni nella poetica raziocinante di Mazzoni.

In Uscire (p. 15), il testo d’esordio della raccolta e quindi in posizione strategica, ad esempio, la sovrapposizione è esplicitata nelle pieghe e negli spazi senza ancoraggio:

Da qualche anno le cose mi vengono addosso senza protezioni.
(Uscire, p. 15)

oppure

Spesso, quando parlate, io non vi ascolto,
mi interessano di più le pause tra le parole,
ci leggo un disagio che oltrepassa la psicologia, qualcosa di primario.

(Ibid., p. 15)

I destini generali si muove nell’indistinzione tra accaduto e capacità di percezione dello stesso, tra narrabile ed eticamente plausibile, nell’eccedenza di senso dell’evento. Angola, invece, ci presenta una moltitudine di «eventi illeggibili» (Angola, p. 37) e ancora Sedici soldati siriani, in cui il video descritto più che terrorizzare – i soldati del titolo vengono sgozzati – attiva qualcosa di primordiale «alla periferia della coscienza» (Sedici soldati siriani, p. 49). Infine, Genova (p. 63) in cui la realtà si mostra nella sua nuda esistenza e può trasformarsi in un girone infernale.

Da questi frammenti d’informazione, attraverso il doppio canale della presa diretta e del filtro (per lo più lo schermo, come abbiamo già detto), non si formano nuovi miti comunitari, bensì si sfalda il tempo (ad esempio la chiusa di Genova, dopo l’esperienza viva dei fatti del G8, recita: «per qualche settimana si sentiranno parte di un movimento immenso, un mese dopo si dissolveranno, dieci anni dopo saranno soli e incomprensibili», p. 67).

Da quanto appena esposto si evince che i testi-cerniera di La pura superficie rappresentano un’apertura – la crepa nel dispositivo di deleuziana memoria, così come deleuziane sembrano la “deterritorializzazione” e la a-radicalità emergenti nella raccolta e descritte da Deleuze e Guattari nel saggio del 1975 Kafka. Per una letteratura minore – in primo luogo di piani temporali, e, infatti, il passato ricade nel presente senza conseguenze magniloquenti (che sia un passato vicino o lontano non sembra fare alcuna differenza). Certo, è anche vero che le scelte del soggetto scrivente ricadono su eventi o “aneddoti” che possiedono una forza d’attrazione collettiva, dotati di una matrice archetipica – per lo più la violenza o, se andiamo più a fondo, l’indifferenza per l’alterità – che lascia una traccia sgorgante dalla crepa aperta, un mitologema o unità minima di significato, germe infinitesimale di un – nell’opera di Mazzoni ancora non si è chiarito con che valenza – infimo inizio.

Questo piccolo germe, la consapevolezza della banalità di un male che comprime un’epoca (dal Secondo dopo guerra a oggi), farà ripartire un racconto o abbandonerà il sentire alle sue derive? Detto in altro modo: il segno linguistico ha ancora necessità di essere formulato attraverso un intreccio che riattivi la relazione oppure i piani di realtà sono talmente sovrapposti che occorre un altro dispositivo comunicativo?

Certo, tali domande non possono che restare tali, perché è il transitare continuo dei segni a significazioni altre che fa il mondo e il soggetto che ne è parte.

L’operazione di Mazzoni, comunque, questo è certo, per ora non tenta nessun recupero – anche se alcuni passi testuali sembrano indicare diversamente, come ad esempio a p. 20 di La pura superficie, dove possiamo leggere di una madre arresa «a ciò che detestava», cioè a essere «una mamma come tante» e che «ora manda avanti il suo bambino», in cui quel “mandare avanti” non si capisce se abbia ancora valenze etiche classiche o se sia solo una metafora abusata introdotta per rendere manifesta la banalità dello stesso, aneddotico, componimento? – pur rivelando la sua ragion d’essere nella volontà di nominazione che si risolve nell’aneddotica “chiusa” ma vitale di cui abbiamo più volte parlato. In questa prospettiva il linguaggio trova spazio nella sua piccolezza:

Sono una piccola persona, nessuna fede
mi accoglie veramente, voglio molto poco,
questa specie di melma mentre viaggio
verso mia figlia, i suoi disegni infantili, il suo spazio riparato.

(Le cose fabbricate, p. 31)

Che sia questa “lingua minore” lo strumento per uscire dal nichilismo e continuare a fingere, ribaltando l’annominazione da cui eravamo partiti e con cui terminava I mondi, di non essere «solo solitudine»?

[«Gianluca D’Andrea», ottobre 2017]

*

Appunti su L’indifferenza naturale di Italo Testa, Marcos y Marcos, Milano 2018

Lo sguardo è lenta costruzione […]

la mente rumina le cose

le afferma per sottrazione

L’indifferenza naturale

L’ultimo libro di Italo Testa sembra attraversato da una carica metafisica che fa leva sulla sospensione. La parola si fa basilare, tocca il basso e l’umido di una terra di passaggio che solo in lontananza sembra fare risuonare paesaggi realmente attraversati dall’autore.

Sicuramente balugina una necessità di rinascita ma essenziale, appunto, o “naturale” come l’in-differenza cui il titolo introduce e che suggerisce una percezione ambivalente: «la vita che ignota fermenta dai fossi / in un’onda di calore svapora» (pastura, p. 16, vv. 5-6), o ancora «guarda la vita che anonima fermenta / il ritmo uguale dei giorni senza meta» (la lenza, p. 17, vv. 1-2). Ambivalenza che, almeno nei testi da cui gli estratti sono riportati, sembra inoltrarsi nella terra di mezzo di una nominazione franta, da un lato sentinella di una presenza che si appressa e, d’altro canto, che s’immobilizza nel “non nominabile” “di un’assenza” (come è evidente nell’ultimo componimento del libro a p. 117).

Partendo da questi estremi, nella divaricazione di un cammino che si dipana per segnali e intermittenze, è possibile rintracciare ombre di presenza in una realtà indistinta, limacciosa, cui sembra destinato a ritornare ogni segno umano (e, nello specifico, la parola della poesia). Ogni documento, potrebbe “realizzarsi” in un’archiviazione indifferente, in un enorme “no-cumento” – questo il rischio che le capacità di archiviazione attuali immettono nel nostro vissuto se si dimentica la stratificazione “geologica” che i segni producono – ma la poesia indica la direzione di un recupero, per quanto disillusa, verso cui sembra muoversi l’opera di Italo Testa, incluso L’indifferenza naturale che sembra porsi in posizione “originaria” rispetto ai depositi e alle stratificazioni successive di La divisione della gioia, I camminatori e Tutto accade ovunque.

Un esempio di questo recupero “in origine è rappresentato dal testo che troviamo a p. 33 e che riportiamo per intero:

perché sono arrivati e ci chiamano
dalle cascine sparse nella neve
e nel dicembre luminoso affondano
dietro le quinte mobili del giorno;
ho provato a fermarli: non ascoltano,
camminano sugli argini, proseguono
stringendo le spalle contro il vento
si piegano in avanti, a passi lenti
raggiungono il cofano innevato,
l’auto lasciata in mezzo al campo;
ho provato a chiamarli: non guardano
in nessuna direzione, s’inoltrano
sulla pianura estesa nel chiarore
da cui sono arrivati infine tornano.

Il richiamo al ciclo de I camminatori (con ramificazioni in Tutto accade ovunque, per cui è definitivamente manifesto l’orientamento “rizomatico” della ricerca di Testa) sembrerebbe in funzione, oltre che di un recupero, di una proiezione alla dimensione “sdrucciolevole” del cammino, alla possibilità (quasi necessità) della “caduta” per cogliere pienamente il mondo che avviene. E, infatti, L’indifferenza naturale è un’operazione d’archivio, e quindi di deposito lo ribadiamo, elaborata tra il 2003 e il 2010, terminata nel 2017 e, proprio per questo, postuma e originaria al tempo stesso (vista la data della sua attuale pubblicazione) e per questo segnata profondamente dalla duplicità. Duplicità che si esprime per cedimenti e riprese – «la terra così tenera che cede» (dietro i calanchi, I (il regno dei corvi), p. 37, v. 6), «frana leggera» (Ibid., II (caccia in volo), p. 38, v.1), «sui calanchi franosi» (Ibid., III (piacenziano, notte), p. 40, v. 3), «di un tempo che frana» (ivi, p. 41, v. 21) – e da cui è possibile intravedere la storia collettiva, anche se per frammenti senza ricomposizione affabulatoria e, per ciò, coerentemente con la visione rizomatica e stratificata del mondo cui accennavamo in precedenza.

La tematica dell’ambivalenza è resa palese, sul piano simbolico, dalla presenza quasi al centro della raccolta, dell’ailanto, una pianta migrante e infestante (come ci avverte in nota l’autore: «la corteccia e le foglie di questa pianta possono provocare forti irritazioni cutanee e, nei paesi occidentali, generare ossessioni negli autoctoni», p. 121), in cui risiedono allo stesso tempo facoltà di adattamento e distruttive:

# 4

selvatici ailanti
ospiti invadenti
delle sterpaglie,
voi dolci, minacciosi
appostati sui greti
tra le ripe in attesa
attorti ai tralicci,
fitti e sinuosi
tramanti nell’aria,
ailanti luminosi

(p. 48)

Così nelle parole della poesia, tra fine e rinascita costante, appaiono segnali che conducono dal sereniano (e quanto novecentesco e abusato) «e mai nulla in nessun luogo» (p. 77), all’«ogni dove s’irradia / questa luce che bianca / t’assale» (di pusterliana memoria, p. 78), attraversando apparizioni di vita vegetale che accennano a un minimo inizio: «ho visto nel sole tua figlia / correre incontro ai gigli già sbocciati» (p. 70).

È abbastanza evidente, per chi segue da tempo il lavoro di Italo Testa, che anche L’indifferenza naturale s’iscrive in una poetica del limite (e del “limine”, aggiungerei) che contraddistingue il passaggio dalle “poetiche della fine” novecentesche allo slancio in direzione di una nuova definizione del mondo e che attraversa la “nudità” di senso (il mero essere di stevensiana memoria – «la lucertola è solo una lucertola», «quando tutto è solo in se stesso riposto», p. 92) che una volta Jean-Luc Nancy ha definito come  «fonte di luce» (Ottica, in J.L. Nancy e F. Ferrari, La pelle delle immagini, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 72). Perché solo nella fragilità dell’«impermanente» può splendere e rinnovarsi «la ghirlanda […] dell’assenza» (p. 117):

ma la luce non avrei visto
se non avessi bruciato le carte
un giorno, uscendo per strada
ho sentito di essere nudo.

ma la folgore non mi ha colpito
ho continuato a camminare in silenzio
sulla piazza, già sterminata
al primo sguardo sarei caduto.

e la vita che punge nel vento
scorticandomi vi ha vendicato
quando gli occhi mi ha aperto al canto
di tutto quello che non ho amato.

[«Nazione Indiana», giugno 2018]

Gianluca D’Andrea (nella foto di Manuela Cardiano) ha pubblicato le raccolte di poesia Distanze (lulu.com, 2007), Chiusure (Manni, 2008), [Ecosistemi] (L’arcolaio, 2013), Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016), Nella spirale. Stagioni di una catastrofe (Industria & Letteratura, 2021) e il poema Nuovo inizio (L’arcolaio, 2023). È autore di commenti a testi di poeti moderni e contemporanei raccolti in Postille (tempi, luoghi e modi del contatto) (L’arcolaio, 2017) e del volume di riflessioni Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019). Nel 2025 per Industria & Letteratura ha pubblicato La foresta in cammino che raccoglie la sua produzione critica dal 2004 al 2021. Sue poesie sono tradotte in varie lingue. Per la casa editrice L’arcolaio dirige la collana di poesia Φ (phi).

Sito personale: https://gianlucadandrea.com

 

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