Elisa Audino – Necrologia di una chat: “La poesia è per lo più re-azione, forse prova a colmare dei silenzi, compresi quelli delle paralisi emotive”.

tre domande, tre poesie

 

Elisa Audino, cuneese, ha un lavoro ordinario e una laurea in Comunicazione Interculturale. Ha pubblicato le raccolte poetiche Io qui ci vivo e Esodo (Gattomerlino), raccolta finalista al premio Book Ciak Azione 2025, il romanzo Orata in offerta (Capponi), premio Fondazione Di Vittorio giuria scientifica romanzi sul lavoro 2024, tradotto Non dire che non è il tuo paese, di Nnamdi Oguike (Capponi), terzina finalista premio Città di Como 2023 opere straniere, e curato L’incendio di Paesana (Fusta). Collaborazioni: Niederngasse, L’EstroVerso, testate locali. Condivide la direzione artistica della rassegna culturale Granda In Rivolta. Vive in montagna per scelta e fugge in città per necessità.

Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “necrologia di una chat”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?

Io sono sempre molto letterale. A conti fatti ci sono quattro necrologi in questa raccolta, veri, temuti, ironici. Si apre con una poesia dedicata A Luigi che ci è passato accanto e con una sedia diventata ingombrante. La sedia dell’attesa davanti all’intensiva, le barelle di due adolescenti che si sfiorano, un incidente tragico, la sedia vuota, un funerale da organizzare mentre il corpo era ancora lì, l’ho capito dopo, per la donazione degli organi. Questo necrologio, purtroppo, è reale. Poi c’è un necrologio di cui avevo timore. Una diagnosi severa, a distanza, di una persona amata, che non mi dava la possibilità di fare quel che dovremmo fare in questi casi. Raccogliere una mano nella propria, cucinare un pasto, essere presenti. Questo necrologio non lo volevo vedere, avevo bisogno di esorcizzarlo. Infine, c’è il vuoto di chi fa sparire la parola, nel momento in cui è più necessaria. Questo necrologio è ironico e questo è il momento in cui è nato il titolo, Necrologia di una chat e ho iniziato a raggruppare i primi testi. Ma il destino è stato beffardo: l’ultima parte l’ho scritta a fianco di mio padre, dopo la sospensione dell’alimentazione forzata l’attesa è stata ancora lunga e dis-umana. Un altro necrologio annunciato, un altro funerale da organizzare in anticipo. Ero lì, seduta, non riuscivo a leggere un granché, ma con me avevo un taccuino e ho iniziato a scrivere dei frammenti, cosa che a dire il vero mi capitava di fare da un po’. Qualche riga consecutiva. Asterisco. Altre righe, legate alle precedenti, conseguenza delle precedenti, ma allo stesso tempo autonome. Ritmo a metà tra prosa e poesia. Modalità Boine – Frantumi, di Giovanni Boine, di cui mesi prima avevo perlustrato qualcosa, e di cui da tempo stavo cercando una certa copia usata. Ognuno di noi attinge alle proprie riserve davanti a una morte e dopo vent’anni di malattia degenerativa non è certo qualcosa di inatteso, ma osservarla da vicino è un’altra cosa e avevo bisogno di salvarmi. Quella dei Frantumi, opera postuma per Boine, voluta e sistemata dagli amici, è una procedura quasi simile a quella del jazz. Crei delle premesse. Salti apparentemente altrove. Concateni i frantumi all’improvviso. Poi arriva il momento in cui si riesce a vedere come da un vetro e allora, nel mio caso, andavo accapo. Non posso essere io a valutare il risultato e quest’ultima parte va considerata nel suo intero, ma di sicuro è la raccolta più intima, la meno politica, ma anche quella in cui le domande sull’umano già presenti in Esodo tornano più pressanti. Le parole non sono mai sufficienti alla poesia, ma forse per un attimo può esserlo la nostra intuizione, come lo è il cuore quando ascolti una sessione jazz e capisci che ‘ecco, è qui’.

“Ma è quell’uscita solitaria/ a separare gli sguardi/ il braccio di chi resta/ dalla velocità di chi scappa”, con i tuoi versi per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?

Può mettere un punto, credo, almeno nel mio caso. Io reagisco alla vita, intendo alla parte emotiva, sempre un po’ lentamente. La prima reazione è la paralisi, poi riparto e la colmo con il fare, ma la parola, quella può rimanere incastrata in un particolare, in una nota fuori posto. Anni fa ho ringraziato un medico dopo che mi aveva comunicato la diagnosi di tumore cerebrale di mio figlio [per chi si spaventa davanti alla parola tumore e alla parola cerebrale, la chirurgia può essere risolutiva]. Quel dire grazie è la paralisi emotiva: è assurdo, perché avrei dovuto ringraziare? Mesi dopo è tornata a galla e ne ho scritto, ma senza costruzioni, non faccio palafitte quando scrivo poesia, mi capita di avere un suono o una parola che mi gira in testa e mi perseguita e poi capisco e devo prenderla al volo. Ecco, quello diventa un punto. Ecco cosa c’era che non andava. Grazie dottore. Ogni poesia buona per me nasce così. Devo avere qualcosa da dire. Dicono che si scrive prima per sé che per gli altri, io non so se sono del tutto d’accordo, perché per me è sempre un dialogo con un ipotetico qualcuno e ho mescolato spesso personale e politico, personale e globale, personale e umano, perché sono nella mia testa quasi in egual misura, però è vero che dopo sto meglio. Che mi sembra di vedere. La poesia che hai citato, ricordo bene da che episodio nasce. Ero andata a trovare mio padre in casa di riposo e mi sono ritrovata ad osservare un altro ospite, anziano, che accompagnava il figlio al cancello. Era bello vederli, da una parte, e c’era molto affetto tra loro, ma ho anche avvertito che, come me, il figlio non vedeva l’ora di andarsene. Le case di riposo, checché se ne dica, non sono luoghi belli. Arrivi, prendi un bel respiro, entri, cerchi di far passare il tempo e spesso devi essere tu a tenere tutte le parti della conversazione. Gli ospiti stessi, quelli più autosufficienti, tracciano una linea di separazione con chi sta peggio. La poesia per me è per lo più re-azione, quindi, sì, forse prova a colmare dei silenzi, compresi quelli delle paralisi emotive.

La poesia è un destino (al pari della vita)? 

La parola destino. È curioso. Recentemente ho collaborato a un’antologica di Giulio Perrone proprio sul destino. Microprosa, cento parole a disposizione, molti autori. D come destino: poteva essere un classico libro souvenir, tipo il libro delle risposte, ma ne è uscito fuori un coro di voci, tutte molto intime, sul senso della vita, sul libero arbitrio, sugli incontri predestinati. C’è chi ha parlato d’amore (il destino di un incontro), chi ha costruito dialoghi tra dèi dell’Antica Grecia, altri si sono lasciati andare più in là. Ci sono anche considerazioni filosofiche. Cose vacue. Cose serie. Cose logiche. Perché, è chiaro, il destino è strettamente collegato alle traversie della vita, alla libertà di scelta e, quindi, alla responsabilità dell’individuo. Io sono stata stringente. Il solito cinismo, diranno alcuni, ma è un cinismo lucido e un po’ mi diverte sovvertire le cose. Giorni prima stavo conversando con M. e lui a un certo punto ha detto: “A me non piace il correttore automatico. Mi sembra di essere stato adottato da qualcuno a cui dover insegnare a scrivere. E che dopo aver imparato tutto da me ha la strafottente arroganza di dirmi: «Hai sbagliato. Scegli: A, B, C»”. Ecco, quel correttore automatico è diventato l’inizio del mio testo: “A me non piace il destino. Mi sembra di essere stato adottato da qualcuno da cui dover imparare a vivere. E che, dopo che mi sono sforzato di percorrere la via giusta, ha la strafottente arroganza di dirmi: «Hai sbagliato. Scegli: A, B, C»”. E, proseguendo, l’ho collegato, in forma narrativa, alle predeterminate condizioni sociali, storiche, geografiche, famigliari in cui nasciamo. Scegli: A, B, C. C’è veramente libertà di scelta? Avrei potuto essere diversa da così? Posso realmente cambiare il mio destino? Il destino mi pare più un correttore automatico, ecco. E che chiama in causa anche la fragilità della nostra identità personale. La poesia è una conseguenza. Torniamo alle reazioni.

 

A LUIGI CHE CI È PASSATO ACCANTO

ma non sono la vera zia,
aggiunge in sottrazione.
come se l’affetto ora
fosse un peso
un ingombro della sedia.
espiantarlo altrove,
insieme a
occhi
reni
fegato

cuore
.

Questa è la poesia a cui accennavo nella prima risposta. L’ho scritta in ospedale. La notte precedente mio figlio e Luigi si erano sfiorati. La madre e la ‘zia’ erano accanto a noi, nel vuoto di una sala d’attesa in orario serale. Ci ho messo un po’ a capire cos’era successo, a capire che quel corpo che attendevano era destinato all’espianto degli organi. Come avrei potuto? Eravamo tutti lì, nell’intensiva di un ospedale pediatrico, per sperare, la morte è qualcosa che giustamente rifiuti, soprattutto se riguarda un ragazzo così giovane. Ho offerto un fazzoletto e la zia è scoppiata in lacrime, scusandosi perché ‘non sono la vera zia’, ha detto. Come se l’affetto ora/ fosse un peso, /un ingombro della sedia. Della e non sulla sedia. La poesia è uscita di getto dopo aver letto, il giorno successivo, gli articoli di giornale che ho trovato in generale poco rispettosi. Da qui, la reazione. Se fossero stati con noi, davanti a quell’intensiva, avrebbero bussato alla porta prima di spalancarla, rischiando peraltro l’emulazione. Curiosamente, la prima poesia che ho scritto in assoluto, Lorenzo, apre, Io qui ci vivo, ed è dedicata a un bambino conosciuto nella stessa intensiva. Necrologia di una chat per me chiude un ciclo, credo che non scriverò poesia per molto tempo.

 

UMA BELEZA

Tornare
per confessarmi che te ne vai.
Che vorresti essere immortale
– quanto spazio concediamo agli slanci
ma che non lo sei.
Era questo il tuo tremore adolescenziale?
Puntare alle stelle
con la gravità della terra.
E continuare a figurarti da eroe
– citare Ulisse, Gainsbourg, Capossela
cercare una donna
– uma beleza
alla vigilia della battaglia
far sopravvivere un padre
nella memoria di un canto.
Quanta fede nella parola
e ora
neanche la volontà a proteggerti.

 

THE WORLD BEHIND US
[da Christian Tito che osservava il sonno del figlio, da Daniele
Mencarelli che non ha paura di iniziare dal fondo, dai molti te
incontrati, a te]

Eccoci dunque alla domenica
al giorno dopo
eccoci allo sgomento
successivo all’interazione
è stata una mano sulla spalla
mentre intuivi la discesa nella pausa
è stata la promessa di parlarsi
                                  parlarsi senza stronzate le battute
                                  che usiamo per dire che va bene
                                  quando no
                                  sei giù nel pozzo
è stato confessarti una fede
un come credere      il tuo assoluto
è stata una foto di gruppo
salire sul treno curiosare nelle borse
dimmi che titolo hai ti dirò chi sei
è stata una parola
la libertà della verità
da mettere, anche questa,
                                   accanto al fuoco
Ma questa mattina
è apparso di nuovo il cadavere
il cerbiatto sulla strada
tu eri passato
io ero passata
ed era per entrambi — ancora
lo stesso sgomento
                                         distanza
                                         luogo tempo
                                         meteore

 

 

 

 

in copertina foto di Enzo Fornione per Granda in Rivolta 

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