Allo Specchio di un quesito

Allo Specchio di un quesito

Davide Orecchio
Davide Orecchio

“La parola umana è come una caldaia incrinata su cui battiamo musica da far ballare gli orsi quando vorremmo commuovere le stelle”. Con Flaubert per chiederti: qual è la tua più intima definizione di scrittura?

Davide Orecchio

Vivo la scrittura come un atto d’insubordinazione. A chi disobbedisco (o provo)? Alla realtà. Ai fatti cucinati male, accostati senza garbo, già scaduti prima di avverarsi, rozzi, inavvertiti e maleducati che noi definiamo come “l’accadere”, oppure come “la concatenazione degli eventi”, “le cause e gli effetti” o anche, proverbialmente, come “ciò che è stato, è stato” e tu datti pace. La realtà con la sua pretesa di comandare lo stile e la vita, è detestabile. Ma non è una rivolta semplicemente estetica, la scrittura per me. È un gesto etico. È il racconto per bocca dell’essere umano, per mano dell’uomo e della donna, per l’occhio della donna e dell’uomo che rompe il silenzio delle cose che avvengono, muoiono e una volta morte spariscono. Il silenzio dell’universo, della natura, di una storia che senza storie elaborate da noi non si vedrebbe nell’impassibile inerzia del mondo: quello è l’avversario. La scrittura è ricreare la vita, assegnare giustizia, sottolineare ingiustizia, protestare, comandare la realtà rifacendola, interrogare il passato, recuperare i morti, esistere, soprattutto essere felici nel gesto imperfetto di ciò che si scrive. Quanto si possa essere felici nella scrittura è il mistero più acuto, che però si attutisce nel controcanto di un altro mistero: quanto si possa fallire e soffrire nella materia della vita non scritta, subita.      

 

 

 

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