Nuova silloge in libreria, dalla riflessione raffinatissima è “Dissolvenze” (Stampa 2009, 72 pagine, 12 euro), del poeta agrigentino Valerio Mello, che ci azzardiamo a dire essere erede della tradizione classica italiana ma con forte connotazione greca, nel senso dell’elasticità nel cogliere barlumi di sapienza per esporli in frame dalla parola scritta e orata. Nella sua nuova opera il Mello scava nel vivo delle sensazioni umane dove interviene potente la sua voce poetica, figlia di un turbine di energia e smarrimento, che svela i segreti dell’esistenza quotidiana attraverso sguardi taglienti e personali. Curata da Maurizio Cucchi, la silloge cattura una “realtà densa” che travolge il narrante, dilatando e restringendo la percezione in un ritmo ipnotico, tra domande aperte e tracce di resilienza. Possiamo tranquillamente affermare che l’autore, amplia l’orizzonte con dialoghi tra presente e storia: da Eraclito con un flusso incessante del mutamento a Epicuro, nell’inseguimento di una tranquilla gioia, per cogliere sfaccettature di Giordano Bruno nei suoi orizzonti cosmici senza fine. Un episodio lo cogliamo nella maestosa nave svedese, Vasa, affondata il 10 agosto 1628 a Stoccolma durante il suo debutto, per un errore intrinseco nella sua grandezza. Mello lo usa come emblema nella “stanza dei segreti”, unendo arroganza tecnica e debolezza umana in un’immagine che illumina i nodi del volume. L’opera spinge chi legge a interrogarsi sui contrasti della vita: dal palpabile al simbolico, dal sogno al reale. Un percorso stimolante che unisce intelletto e emozione in un tutto avvolgente del quale e di altro il poeta ci chiarisce, prestandosi per una intervista per il nostro magazine.
Buonasera Valerio e grazie in anticipo per la sua disponibilità: come ha sviluppato la “densità magmatica” della sua prosa, quel magma inquieto che intreccia realtà concreta e visionarietà controllata?
«Ho cercato per ogni verso un piano sotterraneo che potesse reggere più significati insieme. La realtà deve poter interagire con fenditure improvvise. È un processo che richiede molta pazienza, molto tempo. Si tratta di avere disciplina nello studio, nell’osservazione dell’evoluzione della propria parola, e fiducia nel significato che vibra prima di dissolversi del tutto.»
Qual è stato il punto di partenza per i “percorsi interni” frastagliati del libro, e come ha bilanciato autoriflessioni personali con elementi più universali?
«Non ci sono veri e propri punti di partenza, esistono radici che persistono e che lavorano sotto la pelle per anni. L’esperienza personale non è mai raccontata per sé, viene spogliata finché resta ciò che può risuonare anche fuori. La poesia è possibile solo quando si avvicina al tutto.»
Cosa rappresenta per lei l'”enigma dell’esserci”, e come si riflette nei “segni della sopravvivenza” che emergono dalle alternanze di aperture e chiusure?
«Perché forse l’esserci è soltanto il restare, e niente altro… il restare inteso come mera osservazione. E non sappiamo se quando siamo, stiamo anche vivendo realmente. È in questo tracciato precario che di tanto in tanto riceviamo messaggi, piccoli segni di sopravvivenza, dalle zone più marginali del pensiero.»
Può approfondire il concetto di “realtà condensante”: è un’immagine nata da un’esperienza personale o da una meditazione più astratta?
«La “realtà condensante” nasce prima dalla carne, dalle stanze del corpo, e poi dal pensiero. È il momento in cui punti, virgole, perplessità e notizie del passato si sottopongono alla prova del tempo: sono presenti dentro di noi come il respiro, il sangue, divengono accumulo di presenza.»
Come ha scelto le figure storiche come Eraclito, Epicuro e Giordano Bruno, e in che modo dialogano con la sua voce contemporanea?
«Amo e leggo la filosofia da sempre. Non sarebbe possibile tentare di scrivere versi senza conoscere la filosofia, che è di fatto una delle colonne del pensiero greco. Sono tre filosofi ricchi di visione e al tempo stesso osservatori del reale. La loro voce devia la frase contemporanea. Non potrebbero spiegare il presente, ma lo mettono in crisi. Dalle letture nascono formule per attraversare il tempo che ci sovrasta.»
Il Vasa, con il suo naufragio paradossale nel porto di Stoccolma, entra “nella sala dei Misteri”: qual è il messaggio simbolico che voleva trasmettere attraverso questa storia?
«È un racconto poetico che nacque tanti anni fa, quando visitai il museo Vasa a Stoccolma. Questo componimento riflette il tema dell’attraversamento. Tutto all’interno del libro è fatto di acqua, di passaggi, dello scorrere.»
Quali elementi del reale quotidiano hanno ispirato i toni visionari, e come ha evitato che la concretezza fisica soffocasse l’immaginario?
«Soprattutto i ricordi divenuti elementi fisici e il presente divenuto mutevole collettività, tutto questo ha ispirato i toni visionari; c’è nel nostro quotidiano una mappa concreta che dialoga continuamente con l’impossibilità del ritorno del passato. Realtà e visione sono perfettamente in armonia dentro di me, non faccio mai nulla per evitare che l’una prevalga sull’altra: le ascolto.»
Chiosiamo immaginando un lettore che si sente “turbato” dall’opera, cosa spera che porti via da questa silloge?
«Che il turbamento sia riconosciuto come esperienza.»









