Fabio Galimberti, “l’inconscio non se ne sta mai con le mani in mano”.

Fabio Galimberti, “l’inconscio non se ne sta mai con le mani in mano”.

Maestrie

Fabio Galimberti, psicoanalista a Milano, membro della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi e dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi, docente dell’Istituto Freudiano per la clinica, la terapia e la scienza di Milano e dell’Istituto Superiore di Studi Freudiani di Catania. Tra le recenti pubblicazioni: “Il principe nero. Don Giovanni, un sogno femminile”, Mimesis, Milano 2019; “Bion. L’esperienza emotiva della verità”, NeP, Milano 2017; “Il corpo e l’opera. Volontà di godimento e sublimazione”, Quodlibet, Macerata 2015.

Come sono stati i tuoi anni di formazione? Le letture che ti hanno più appassionato e “nutrito” emotivamente, psichicamente, oltre che intellettualmente.

Ti rispondo con una battuta, che in realtà non lo è: i miei anni di formazione non sono finiti. E questa è una grande gioia. Sia per quanto riguarda gli incontri personali che faccio sia per quanto riguarda i libri che leggo o le opere d’arte che vedo e ascolto. Questa è molto di più di un’affermazione retorica. Per me è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita. Un giorno, da ragazzo, in un periodo un po’ melanconico, sono andato al cinema. Sono andato prevenuto. Avevo l’impressione che i film di qualità, i veri film, fossero stati fatti nel passato, in un tempo ormai trascorso e irripetibile. I film come ogni altra creazione artistica o del pensiero. Poi ho visto il film, che mi ha completamente preso e coinvolto emotivamente. Non era un film da cineteca o d’essai. Ma non importa. Quel che contava è che quel film appassionante era stato uno choc positivo: aveva rimesso in moto il mio tempo, aveva spostato la vita vera dal passato al presente.

Ci sono degli aneddoti memorabili, peculiari, sui tuoi incontri psicoanalitici? Sia rispetto ai docenti avuti personalmente che agli autori conosciuti esclusivamente sulle pagine scritte.

Sì, memorabili almeno per me. Un giorno, credo attorno ai sedici anni, ho preso dalla biblioteca paterna un volume giallo dell’Astrolabio, “Introduzione alla psicoanalisi”, di Freud. È stato l’inizio di qualcosa che non è più finito. Lì ho incontrato quello che mi faceva esclamare “Ecco perché!”. Soprattutto riguardo alle mie sofferenze. Da quel momento il mio mondo si è trasformato ed è diventato “psicoanalitico”. Ricordo la meraviglia che avevo nel ritrovare anche nei più piccoli episodi quotidiani la “verità” raccontata da Freud. Soprattutto la verità sessuale, che era quella che mi interessava di più.
Poi c’è stato un incontro con un primo analista che non dimenticherò. Non dimenticherò l’incontro, non l’analista. C’era allora a Milano in via Corridoni un centro rivolto ai giovani che dava la possibilità di fare delle consultazioni individuali con un analista. Feci tre incontri, mi sembra, non ricordo appunto con chi. Al terzo incontro, dopo che avevo cercato di esporre le mie difficoltà e i miei sintomi, insomma la mia sofferenza del momento, questa persona mi disse: “C’è qualcosa che non mi convince” e mi diede il nominativo di un altro analista, dall’altra parte della città, dicendomi che se avessi voluto, avrei potuto iniziare un’analisi con quest’altro. Rimasi incredulo. È una frase che non mi spiego tutt’ora. Come si può dire a un giovane che non sta bene e che chiede aiuto “c’è qualcosa che non mi convince” e mandarlo via?
Fatto sta che incontrai quest’altro analista, molto anziano, che alla fine di altri tre incontri iniziali mi chiese una cifra spropositata, che pagai, comunicandogli però che non avrei però proseguito. E non era soltanto per il costo, che da studente non potevo sostenere.
Poi per fortuna trovai la persona giusta per me. Si chiamava Anna Maria Guerrieri, credo frequentasse il gruppo di Contri. Feci così la mia prima, fondamentale, analisi. Avrei tanto da dire di quell’analisi. Ma se mi chiedi un aneddoto ti racconto questo. Un giorno mi accolse alla porta (aveva una casa studio) e mi disse che stavano ristrutturando la sua stanza d’analisi e avremmo fatto la nostra seduta in soggiorno. Andammo in questa sala e ci accomodammo sulle poltrone, vis à vis. Rimasi bloccato. Non riuscivo a parlare, guardandola in faccia, in quella situazione colloquiale insolita. Allora lei con molto garbo mi disse: “Forse non si trova così a suo agio in questa posizione” e mi fece stendere sul divano davanti a noi, mettendosi alle mie spalle come di consueto. E da quel momento ripresi di nuovo a parlare.

Se dovessi consigliare dei testi ai futuri studenti che volessero avvicinarsi alla pratica psicoanalitica, quali consiglieresti in grado sia di avere un piglio, un appeal romanzesco, avvincente, sia una precisione e accuratezza clinica?

La lunga attesa di Wilfred Bion e Ricordi, sogni e riflessioni di Carl Gustav Jung. Questi due, sicuramente, anche se sono lacaniano e può apparire bizzarro che dia queste indicazioni di lettura. Si tratta di due autobiografie analitiche, ma in cui si sente prima di tutto la presenza dell’uomo che scrive. La prima è anche molto toccante per come Bion si mette in gioco e si dà al lettore, nella sua profonda sensibilità, fragilità e paura. E per l’autoironia che pervade la sua splendida scrittura. La seconda, poi, è una vera e propria avventura nell’inconscio, una descensus ad inferos, direbbe uno junghiano, anzi lo stesso Jung.

Pensando al tuo libro Il corpo e l’opera vorrei chiederti: in che prospettiva vedi la dimensione corporea nella società odierna? Quanta sublimazione e aspetti inconsci ritieni agiscano soprattutto sulle nuove generazioni, così apparentemente disinibite?

Penso che la quantità di sublimazione oggi sia enorme: le nuove generazioni sublimano a tutto spiano. Gli strumenti tecnologici, come lo smartphone e internet ad esempio, hanno messo milioni di giovani nelle condizioni di scrivere, fare foto e realizzare video continuamente. E non solo le nuove generazioni, è chiaro.
Mi chiedi della parte che ha l’inconscio in tutto questo. Ti rispondo che l’inconscio non se ne sta mai con le mani in mano, perché è il lavoratore più assiduo che ci sia. Rispetto al suo surlavoro, ognuno di noi è uno scioperato.
E il corpo? Il corpo oggi è prevalentemente esibito e fatto parlare (anche dalla psicoanalisi), dunque sta reagendo da par suo, andandosi a nascondere e tacendo. Lo si coglie in alcune patologie sempre più diffuse, che vanno nel senso del ritiro e della clausura (vedi il fenomeno hikikomori, così ben descritto dall’amica e collega Laura Pigozzi). Credo che anche nel lavoro clinico oggi vada rispettato di più il suo pudore e il suo silenzio, le pieghe che prende per rimanere indecifrato e illeggibile. Anche il corpo si può solo semi-vedere e semi-dire.

Quali forme nuove assume il loro disagio e quanta potenzialità ritieni abbiano rispetto alla possibilità di una auto-elaborazione che sia principio di cura?

L’auto-elaborazione è un’utopia e una pericolosa illusione, sostenuta dall’ideale dell’autonomia, del leaderismo di se stessi, dell’autosufficienza, dell’impassibilità emotiva. Le persone, anche nelle cure, non fanno che ripetere: “Prima devo stare bene con me stesso, poi posso stare bene con gli altri”. Quando è stare bene con se stessi che è la malattia, mentre il rapporto con l’altro è già una forma di cura. Lo dico con un certo gusto per il paradosso, ma non solo. Il punto è: perché oggi il rapporto con l’altro è spesso così fobico?
C’è un film notevole, appena uscito, che dà l’idea di dove si possa arrivare con la convinzione che l’altro è un ostacolo alla nostra realizzazione: Storia di un matrimonio con Scarlett Johansson e Adam Driver.

Ho letto con interesse e d’un fiato il tuo lavoro biografico su Bion, apprezzandone la fluidità di scrittura insieme alla dovizia di dettagli e la forza dirompente di molti eventi che hanno accompagnato la vita dello psicoanalista. Quali insegnamenti teorici, tra i suoi, ritieni essenziali e attuali per il lavoro clinico (a prescindere dagli orientamenti), oggi?

Bion sapeva rimettere in discussione il suo lavoro clinico e teorico sempre. Quanto Lacan, in effetti. Non si faceva fregare dalla sua maestria, dal suo valore sociale, dai risultati raggiunti, dal monumento di sé che gli altri volevano erigergli. Lo ha dimostrato nella vita e nella psicoanalisi. Quando da giovane, durante la Prima Guerra mondiale, fu insignito della Victoria Cross, per un’azione militare eroica che aveva compiuto, tornò dal proprio equipaggio, imbarazzato, e provò a giustificarsi balbettando qualcosa, finché uno dei suoi uomini lo interruppe dicendogli: “Ne siamo tutti quanti molto contenti, signore”.
Come psicoanalista era poi convinto che gli onori e i riconoscimenti pubblici fossero una trappola per contenere la sua creatività e la sua ricerca. Dunque, li evitava per quanto poteva.
Uno dei suoi insegnamenti maggiori è racchiuso nella formula che indica come deve operare l’analista: “senza memoria e senza desiderio”. È un’indicazione pressoché impossibile da seguire, ma che va seguita comunque. Lui riusciva a farlo, o a tentarci, perché aveva una radicale fiducia nell’inconscio, fiducia che lo induceva in seduta a sostare nell’incertezza, nelle penombre della mente, ad aspettare con pazienza la rivelazione di qualcosa, senza agitarsi alla ricerca di chiarezza, spiegazioni o trovate geniali. Bion ha insegnato che la pazienza è una virtù dell’analista, la difficile dote che serve per fare questo mestiere.

Passando adesso al libro più recente “Il principe nero. Don Giovanni, un sogno femminile”, mi pare di avere l’impressione che sia il tuo lavoro più personale, svincolato in parte anche dai diversi riferimenti psicoanalitici e dalle lenti di studioso (a detta di Laura Pigozzi in una recente presentazione). Inoltre credo tu offra una lettura a tratti inedita (e in tal senso quasi inaudita), rivelatrice e profonda. Cosa ti ha ispirato nel processo di stesura del testo?

Intanto grazie per le tue considerazioni. Hai colto pienamente, è il mio lavoro più personale e più sentito. Mi ha ispirato il mio lavoro di psicoanalista e l’ascolto delle persone che ho in cura. Mi ha ispirato l’andamento e la fine della mia analisi personale. Mi ha ispirato Lacan, il confronto con i colleghi e la lettura di testi non psicoanalitici. Mi ha ispirato Don Giovanni! Personaggio di una simpatia e di una vitalità contagiose, malgrado sia poco più di una canaglia. Mi hanno ispirato opere d’arte che meriterebbero più eco culturale, almeno in chi si occupa di questa figura mitologica. Una su tutte il dramma “Don Giovanni e il suo servo” di Rocco Familiari, drammaturgo e scrittore fine, ironico e intenso.
E poi mi ha ispirato il desiderio di proporre una lettura inedita, che sovverte le interpretazioni usuali del personaggio, in cui sono cadute schiere di psicoanalisti e studiosi, qualcosa che arriva a dirne bene la rilevanza inconscia nella psicologia femminile, a dire perché, stranamente, uno stupratore e una carogna come lui, quasi incapace di portare avanti un corteggiamento decente di una donna, nel tempo è diventato l’emblema della seduzione, un playboy, il più grande tombeur de femmes in circolazione. Perlomeno a teatro, ovviamente, e in quello che, a torto o a ragione, si definisce l’immaginario collettivo. Perché lui è appunto un essere immaginario, un personaggio di finzione, irreale, che non si incontra nella vita quotidiana. Nella realtà si incontrano solo degli emuli insufficienti – e per fortuna, direi.
E poi la scrittura. Sì, non è da studioso. È una scrittura divertita, istrionica, teatrale, in cui ho messo il peggio di me, quello che ho voluto mettere per non nascondermi dietro l’abito intellettuale e arrivare al lettore direttamente, per tirarlo dentro nell’avventura dongiovannesca, che ci riguarda in tanti, uomini e donne. Una scrittura nella quale si sente odore di femmina, odore di sesso, odore di morte, in cui come in un vino complesso ci sono sentori differenti: umorismo burlesco, sorpresa, malinconia, pulsionalità.
In un’intervista recente sulla vostra rivista Valerio Magrelli paragona “la poesia a degli escrementi”. È un paragone molto freudiano. Sarebbero d’accordo anche Piero Manzoni e Jean Genet. Ecco allo stesso modo, la mia non è poesia, è prosa, ma è una prosa in cui ho messo la mia merda o quella che ritengo tale, ciò di cui mi vergogno o mi vergognavo, quella innere Besudelung, direbbe Nietzsche, quella macchia interiore o porcheria che per me è alla base della creatività.

Un estratto da Il principe nero. Don Giovanni, un sogno femminile (Mimesis, 2019)

Perché Don Giovanni esercita un fascino così potente, qual è il segreto della sua straordinaria presa sull’animo umano? […] Dobbiamo distinguere bene l’ascendente che ha nella vicenda letteraria con i partner femminili da quello che ha sul pubblico degli spettatori e dei lettori. Don Giovanni miete più conquiste fuori dal palco: le sue amanti sono sedute in un loggione di teatro o su una poltrona di casa, perché sulla scena non sono poi così tanto inclini a dargli credito spontaneamente e, al massimo, si ritrovano gabbate. Don Giovanni allunga le sue mani oltre il limite del proscenio e viene a prenderci nel buio della platea, perché, prescindendo dai giudizi morali, è una figura che trascende la sua collocazione scenica, che nella sua assurda eccezionalità non si mischia alla pletora dei consimili. Gli accade, certo, di mescolarsi nel consorzio umano, come fosse stranamente gettato su questa terra, in un fisico che non contiene la sua propensione espansiva, che è troppo poco per il suo appetito di vita e la sua potenza diffusiva. Ma, appena uscito dalle quinte, è già al di là, si propaga come un profumo inebriante e irresistibile, arriva come una tossina stregata al nostro cervello e ci rende, a secondo del genere, un Leporello o una Donna Elvira. Non è un caso che il nostro cervello reagisca così. Don Giovanni esce dalla scena teatrale come un effluvio, perché fin dall’origine è già fuori, la sua esistenza è in uno luogo altro, un luogo mentale, con il quale si incontra e si congiunge all’apertura del sipario. Don Giovanni è nella mente degli astanti [pp. 39-40]

Salutandoti e ringraziandoti per questa intervista, vorrei chiederti se c’è un verso, una poesia, a cui sei particolarmente legato.

Ne Il corpo e l’opera ho citato diverse volte Valerio Magrelli, senza però riportare questi versi di Ora serrata retinae:

Io abito il mio cervello
come un tranquillo possidente le sue terre.
Per tutto il giorno il mio lavoro
è nel farle fruttare,
il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
mi affaccio a guardarle
con il pudore dell’uomo
per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
come un tranquillo possidente le sue terre.

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