Gianluca Garrapa, “mentre scrivo non sono nessuno, perché sono tutti”.

Gianluca Garrapa, “mentre scrivo non sono nessuno, perché sono tutti”.

“dall’una all’altra parte del cavedio. nei fossati di luce lunare. appesi a traverse massaie il ricamo. schiuma molteplici quotidianità. d’altra parte il cavedio imparziale. a sguardi di lumache che trascinano. superfici di bava. reattivo soltanto ai millenni. di vagabondaggio quantistico. non può comunicare il falso vuoto. per questo il fascino rotola ai piedi. degli occhi nella diagonale. attraverso il silenzio. filo che imperla quotidiane molteplicità. dall’una all’altra parte del cavedio.”.
Si schiude così la raccolta dal titolo “di fantasmi e stasi. transizioni.”di Gianluca Garrapa, edita da Arcipelago Itaca, collana “Mari interni”, 2017, con postfazione di Gabriele Frasca. “Una raccolta – racconta Garrapa -, nata nel periodo in cui lavoravo come operatore psicoanalitico in una struttura residenziale… essenzialmente pubblicate sul FB, e per un motivo ben preciso: perché il social network mi dà la dimensione dell’altro, o dell’Altro. Eugenio Barba, nella sua Antropologia Teatrale, scriveva che bisognava parlare agli assenti, che sono in realtà dei presenti invisibili. Attraverso il social ho l’impressione che accada esattamente questo: scrivere, consapevoli della propria scrittura, a un pubblico presente, magari non esattamente in quel momento, ma invisibile. In realtà, poi, le ‘transizioni’ presenti nella raccolta, hanno, come tutto quello scrivo, subito un trattamento di riscrittura che continua ancora adesso. Questo per quanto riguarda ‘transizioni’ e ‘stasi’, ‘Fantasmi’ è nato quasi di getto in un periodo non molto felice della mia vita, ma la scrittura, in questo caso, non è transitata per il social, e la forma è quella del ‘realismo psicotico’, per cui cerco di coniugare soggettivismo e oggettività, anche in maniera un poco ironica, specchio della società che oscilla tra la rappresentazione senza veli della crudeltà e l’esasperante incomprensione egocentrica. Di getto, in realtà, dopo aver meditato a lungo. Ma è pur vero che anche la forma di scrittura di ‘fantasmi’, ha origini ‘social’: più precisamente twitter. Una serie di cinguettii di soli sostantivi, senza aggettivi e pronomi o verbi, per descrivere, regressivamente, il momento in cui si sente la necessità, a esempio, di suicidarsi, per ritornare nell’immaginario grembo materno. La scrittura di ‘fantasmi’ nasce anche, me ne sono accorto molto dopo, come una lontana mimesi di lalingua, termine della psicoanalisi lacaniana che indica il linguaggio materno del piccolo infans, che non sa ancora parlare, e che non ha ancora acquisito la propria parola, ma si serve di singole parole-cose senza connessioni spazio-temporali, poiché nell’eterno presente autistico dell’infans, tutto accade allo stesso tempo e autoriferito, irrelato e egocentrico. In generale, e per contro, la scrittura della mia poesia nasce anche dall’interesse per quel tipo di operazione che vuole lasciare fuori dal discorso, della scrittura e soprattutto dell’atteggiamento, l’istanza egocentrica e autoreferente dell’Io, quindi una poesia che non sia strettamente lirica e per forza tradizionale, almeno in questo caso, e che sfrutti il ‘wikipedia poetry’. In questo senso, ho sempre, fin da tempi non sospetti, in sostanza fin dalla mia tesi di laurea, praticato un tipo di poesia che tenesse conto di un ‘inconscio elettrico’ in ambiente post-digitale. Infine, ma ciò che è fondamentale, questa raccolta nasce da una urgenza e una necessità che ben ha compreso Gabriele Frasca nella sua postfazione. Credo che se non fosse stato per lui e per l’editore Danilo Mandolini, avrei smesso di scrivere poesia e sicuramente anche di suicidarmi”.

In una ‘transizione’ parli di Mendelssohn: che rapporto hai con la musica?
“Beh, in quel caso, si trattava di una messa in scrittura in un contesto in cui, appunto, ascoltavo un concerto di Radiotre, un concerto di Mendelssohn. È, importante, nella stesura di ‘transizioni’ l’ambiente che mi circonda, il ronzio attorno, più che il ruminare interiore. D’altra parte ho un rapporto molto stretto con la musica, non solo perché conduco una trasmissione radiofonica, per pura passione, ovviamente, e da piccino ho suonato per quasi dieci anni il pianoforte, avrei dovuto iscrivermi al conservatorio ma ho preferito, le lettere moderne, sostituendo ai tasti del pianoforte quelli della tastiera, prima della macchina per scrivere e poi del computer. A parte questo, credo che la musica sia molto importante per la mia poesia, soprattutto oggi, in cui i poeti possono permettersi di esibire il loro mandato sociale di poeta, solo se sono dei cantanti o delle star. Per esempio una ‘transizione’ richiama Ka, il famoso brano degli esordi sperimentali di Franco Battiato. C’è da dire, comunque, che non per forza musicalità significa aderire strettamente alla tradizione metrica fino a soffocare il contenuto e renderlo artificioso, però gli esiti neometricisti di Frasca o della Valduga, mi affascinano non poco, così come, per un altro verso, la prosa in prosa di Broggi o Giovenale o il versoliberismo di Antonio Lanza o Lidia Riviello. Non adoro l’epigonalismo, però. La musica deve essere sempre un desiderio su una partitura cartacea. Il che può generare parole, senso o scrittura asemantica”.

La tua raccolta è divisa in tre sezioni, ce ne parli?
“Transizioni, come dice il titolo stesso, riguarda un passaggio, un transito. Lo stato stesso di poeta è una transizione: mentre scrivo sono sempre in uno stato di sospensione, che azzera, quasi, la mia identità egoica a favore di quella soggettiva dell’inconscio, inconscio inteso come linguaggio elettrico, ovviamente. Soltanto dopo ho capito che ‘transizioni’ rappresentavano semplicemente l’andata e il ritorno: partire da casa, andare al lavoro, tornare a casa. Credo sia per questo motivo che l’inizio e la fine, la testa e la coda di ogni transizione, corrispondano fra loro. Ma questo non significa che si crei un loop nevrotico, anzi, il fatto che l’inizio e la fine si equivalgano, indica solo che ho costruito un contorno intorno al vuoto, a quel vuoto della cosa da dire, (è un riferimento alla Cosa lacaniana), e al concetto di sublimazione che l’arte compie intorno all’ineffabile della cosa, (Lacan ne parla nel VII seminario sull’etica della psicoanalisi). Ma immagino che, le ‘transizioni’, siano anche il riflesso del cambiamento che accade nel transito casa-lavoro-casa, è come se i termini iniziali e finali fossero proprio la casa, e ‘lavoro’ fosse il corpo del testo. È ovvio che partendo da casa, a una certa ora e in un certo stato d’animo, ci si ritorna con un diverso stato d’animo e a un’ora diversa, il lavoro-scrittura è il prodotto di questa sorta di d.d.p… però credo che sia anche un riferimento al ciclo della vita, la nascita e la morte: l’inizio e la fine, sono la stessa cosa ma livello differente, nascere è morire e viceversa.
La sezione ‘stasi’ è una zona poetica di ‘disimpegno’, per così dire, la prosa è tradizionale e rispetta financo l’uso delle maiuscole, ma è un anticipo di quella che è la regressione della sezione successiva. In ‘stasi’, in fondo, si racconta il passato e in particolare è pregnante l’elemento materno, ma solo nella descrizione tutta autobiografica e ‘narcisista’, l’io ha una parte preponderante; rispetto a ‘transizioni’ e a ‘fantasmi’, ‘stasi’ sono più che altro delle prose brevi che volutamente rompono il flusso poetico prima di gettare l’autore, o meglio il soggetto, nell’abisso-cielo della terza sezione, la più sperimentale e, ovviamente, oscura, o meglio difficoltosa e comunque meno compresa.
La terza sezione ‘fantasmi .agone agonia.’, si riferisce all’agonia di un padre ma anche all’impossibilità di un amore per ragioni religiose. Dunque amore e morte sono il tema della terza sezione e agone è proprio questa fatidica lotta col padre che non accetta l’altra metà del figlio. La sezione alterna tre serie: fantasmi, trauma, lingue. Opera dei tagli, variando stile e tono della scrittura.
In ‘fantasmi’ si racconta il passato e il presente, in una forma realistica, non onirica né magica, quasi documentale, secondo la tecnica del realismo psicotico, che ha le sue origini, come ho già detto, negli esperimenti poetici attraverso l’uso ‘à la oulipo’ di twitter. C’è un uso di sostantivi che descrivono, quasi elencando, una situazione connessa al presente, un presente quasi psicotico, in cui gli stimoli arrivano casualmente, ma come ‘cose’; le parole-cose mimano la presenza delle cose nel mondo rappresentato. In certi casi si tratta di ‘wikipedism poetry’: una pagina di wikipedia copia-incollata e riscritta secondo una sorta di pentagramma-poetico rispettoso della musicalità, esempi del genere sono i ‘fantasmi’ che descrivono l’ambiente della stazione, o dell’aeroporto, le ore precedenti il viaggio. ‘fantasmi’, ho scoperto dopo, après coup, è anche un modo di riscrivere la mancanza, seguendo l’algoritmo di Lacan che definisce il fantasma come il rapporto del soggetto parlante con l’oggetto piccolo a, dunque con il rappresentante fondamentale della mancanza a essere; in particolare ‘fantasmi’ cerca di tradurre il rapporto del poeta con la morte e con l’amore, con il reale impossibile, insomma. Le sequenze di ‘trauma’, sono brevi prose che raccontano il rapporto del poeta con la parola, anche dialettale, (è infatti il linguaggio che determina il trauma della nascita e della morte…) In queste sequenze si descrive il trauma del corpo che non potrà più parlare (il cadavere del padre, appunto), dove s’indugia in una sorta di simbolismo per descrivere l’agonia e la morte.
‘Lingue’, un po’ come ‘fantasmi’, utilizza una forma sperimentale di espressione, in cui si mima, letteralmente, il linguaggio da centro di accoglienza, e ci si confronta con l’italiano parlato dagli stranieri. In ‘lingue’ è presente l’Altro, cui è rivolta una domanda d’amore che sarà destinata a rimanere insoddisfatta. La lingua è infondo un pianoforte che si può suonare sia in modo tradizionale che in modo, per così dire, innovativo. Ad ogni modo credo, e ripeto, che la poesia sia diretta sempre a dei presenti invisibili, ma anche, e soprattutto, ai defunti, o a quelli che dovranno nascere. Come per l’inconscio, la dimensione spazio-temporale della poesia, è il futuro anteriore”.

Nella tua biografia c’è un rapporto tra comico e poetico, come mai?
“Credo che poesia e comicità siano due facce di una stessa medaglia, cioè il desiderio. Lo stile o il contenuto sono relativi alle circostanze che l’io si è creato o che ha per abitudine assimilato, ma la riuscita di una battuta o di una poesia, è strettamente connessa al desiderio individuale ma anche al contesto sociale. In questo senso, comici e poeti, sono strettamente, o almeno dovrebbero esserlo, connessi alla realtà politica circostante, alla realtà cioè della polis. Poesia e comicità hanno un funzionamento pragmatico. Il comico, dal lat. comĭcus, dal gr. kōmikós, der. di kômos ‘festino’, ha l’effetto di rompere l’unità narcisistica egoica nel lettore e creare un buco nella relazione immaginaria che forma, e formatta, i nostri rapporti quotidiani, spesso falsi, e di convenienza. La comicità è imprevedibile ma, per questo, reale. Ha a che fare con il corpo, con le viscere, ma anche con i corpi, gli oggetti, le cose che sono causa della scrittura. Anche in questo senso, la comicità è molto legata a un certo modo di fare poesia, soprattutto laddove essa per apparire sulla carta, deve essere evocata dalla voce, borbottata, come direbbe Carmelo Bene. Si fa comicità come si fa poesia, si produce, si genera, come in una d.d.p. In effetti, le ‘transizioni’ sono l’aspetto poetico delle mie performances comiche, in cui un oggetto viene usato come cellulare e all’inizio appare per quello che è, per esempio un aspirapolvere, poi lo squillo e la domanda di rito, Pronto?, per un attimo sospendo l’oggetto e lo faccio diventare ‘cosa’ che causa uno straniamento, per un attimo diventa un ‘cellulare’, ma la battuta, il linguaggio, riporta la cosa al suo statuto di oggetto, ahimè, dopo quell’attimo di ‘gloria’; è lo stesso procedimento di ‘transizioni’: si parte da un sintagma, per esempio ‘dall’una all’altra parte del cavedio’, succede qualcosa che porta lontanissimo, ma poi si ritorna a quello stesso sintagma. Ultimamente sto lavorando proprio su questo: poesie inframmezzate da telefonate impossibili. Il poetico, dal lat. poëtĭcus, dal gr. poiētikós deriva da poiéō ‘faccio, produco’, oggi, dovrebbe servire a condurre il lettore o l’ascoltatore di musica pop o rock, verso la dimensione soggettiva del suo leggere o ascoltare, giocando su due aspetti fondamentali del poetico: la rappresentazione e l’identificazione.

Non credi che questa intervista sia un tantino schizofrenica?
“Mah, non credo, tu sei Gianluca Garrapa e parli di te usando ‘io’, ma io, invece, sono egli, il poeta, l’autore, e il nome è solo una convenzione, potrei usare un ‘nom de plume’, fingermi donna, inventarmi uno pseudonimo, questo perché l’autore è solo un medium che permette al linguaggio di diventare parola; in sostanza, le poesie non le ha scritte Gianluca Garrapa, ma un soggetto, inconscio direbbe Lacan, ma io dico semplicemente cosmico: mentre scrivo non sono nessuno, perché sono tutti. È un concetto difficile da spiegare, ma facilissimo da mettere in pratica. Anzi, è proprio una pratica che può essere parlata o scritta solo nell’atto della scrittura o della performances poe-comica. Ovviamente, prima bisogna lavorare su sé stessi per affrancarsi dall’egocentrismo dell’io. Insomma, nella vita reale io e te, anche se scissi, siamo la stessa cosa, la stessa causa, ma mentre scrivo poesia, o meglio, mentre permetto alla poesia di scrivermi, i generi e il linguaggio mi precedono, il che non significa che non si possa creare un genere proprio. Sia come sia, io non esisto più perché sono attraversato da quello che andrò a scrivere e che non esiste ancora”.

Progetti futuri?
“Beh, sì, progetto due futuri almeno: uno per me quando vivo, uno per me quando scrivo”.

*

Tra le righe delle risposte, riferimenti a: La poesia moderna di Guido Mazzoni, il Seminario VII di Jacques Lacan, Poesia azione diretta, di Christophe Hanna, nella traduzione di Michele Zaffarano.

Gianluca Garrapa ha 42 anni, anche se li dimostra un po’ troppo, ama andare in bici e in astronave, da grande vuole fare lo scrittore, è un poeta? lavora come counselor a orientamento psicoanalitico, ha scritto molte cose on line, anche se lui ci tiene poco alla linea, è speaker radiofonico per Punto Radio Cascina, il suo sogno nel cassetto è aprire quel cassetto. A breve uscirà il suo primo romanzo e i suoi primi racconti. A febbraio ha pagato una multa di 60 euri a Trenitalia. Gianluca è comico, performer, a volte descrittore visivo in collettive di pittura; scrive per Satisfiction; sue scomparse su vari siti web: Gammm, Compostx, Slowforward, Nazione Indiana, Critica Impura, Poetarum Silva, Verde Rivista, Fara poesia, Patrialetteratura, Larosainpiu, Il fatto quotidiano, Il sole24ocom. “di fantasmi e stasi. transizioni” è la sua opera prima in versi per Arcipelago Itaca, con la postfazione di Gabriele Frasca. Geniale, la postfazione di Frasca.

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