“Il Conoscente” di Umberto Fiori, sa cos’è la vita e qual è il suo senso nascosto.

“Il Conoscente” di Umberto Fiori, sa cos’è la vita e qual è il suo senso nascosto.

«Comunque vada sarà un successo», così potremmo esordire, nel modo più ottimistico, per riprendere il titolo di una canzone della fine degli anni ‘90, o come parlerebbe uno degli inquietanti personaggi inventati da Fiori e che popolano il suo ultimo libro: ultrapositivi, consolatori e tanto sospetti. Ma è in realtà una frase giusta per caratterizzare sia la riuscita poetica di quasi ogni singolo testo, sia l’iter narrativo del lungo poema o racconto in versi dell’autore lombardo. La struttura si compone di 6 parti, su 300 pagine, una delle più lunghe raccolte di questi anni. Anche una delle più ricche. Va detto il prima possibile: Il Conoscente è una summa dell’opera fioriana (“Grandissssimo!” lo incalzerebbe il suo persecutore), perché ricapitola e allude sottilmente ad altre opere del passato. C’è un po’ dei suoi Chiarimenti, un po’ di Tutti, e poesie paesaggistiche all’altezza della Bella vista (2002). Ma che cos’è esattamente questo ambizioso viaggio a ritroso, a partire da un presente fantasmatico, felliniano e, se vogliamo, volentieri repellente, in contrapposizione con un’epoca in cui si sognava ancora, pur rischiando di morire («Era come se fossimo / tutti di tutti…»)? Un processo kafkiano ai danni dell’uomo Fiori? Il suo personaggio non è particolarmente fiero dei tempi andati (“Ogni volta lo stesso teatrino. / È questo il tuo problema, il tuo vizio: / tu parti dalla Colpa / pensi sempre al Giudizio Universale, / a un Giudice Supremo che ti assolva …”). Chi parla in sua vece non si è fatto una posizione, contrariamente ad altri suoi coetanei, prima contestatori dell’ordine costituito, poi carrieristi. O forse è una lunga udienza che chiama in causa il poeta (perché non ha saputo scrivere diversamente). Processo montato quindi da un antagonista, testimone della giovinezza dell’autore e suo compagno di strada. O non sarà un’esilarante e malinconica rammemorazione morettina, con tanto di persecutori e una piscina («Il Conoscente / mi prende sottobraccio». “Noi abbiamo / grandi progetti per te, caro Fiori …”) ? Vedesi altrove: «Allora, Fiori… dice il Conoscente, / Complimenti. Per le famose Masse / (quelle che tutto creano e tutto sanno)». Quasi fosse una colpa perdere la memoria degli anni in cui si voleva ogni cosa. D’altra parte, il Conoscente non è troppo distante dal fantasma dei Natali passati, uscito dalla penna di C. Dickens. A tratti fa pensare a un Virgilio parodico, che sa tutto, diversamente dal protagonista, il quale non giurerebbe proprio su nulla. Una guida al rovescio, quindi, balorda, petulante, quasi fantozziana, ma implacabile. Il Conoscente fa parte di quegli uomini che hanno avuto successo e che fanno temere il peggio quando ti danno una pacca sulla spalla, incoraggiandoti a lasciarti andare. Il Conoscente sa cos’è la vita e qual è il suo senso nascosto. Sta lì per deridere il personaggio Fiori, ma funge anche da cattiva coscienza di quest’ultimo. Vediamo anzitutto come evolve lungo il suo cammino terapeutico l’onesta e kafkiana controfigura del poeta.  Il viaggio ha anche qualcosa di caproniano. Nulla di nuovo, dunque : «Il suo sguardo era quello di un cacciatore / nascosto tra le canne, pronto a premere, / al primo frullo, il grilletto (…)». Incontriamo strada facendo perfino un muro (che è poi anche un castello). Avremo a che fare con la cerimoniosità borghese degli scambi, una cortesia angosciante, anche nella descrizione delle varie apparizioni, educazione che poi si tradurrà in esasperazione e rabbia nel narratore. Molto presto saremo messi di fronte alla commedia surreale orchestrata dal Conoscente: «Giù baci, abbracci, pacche, strette di mano. / Poi, come se quest’occasione / la aspettasse da sempre / col tono di un bambino che ripete / la sua lezione, / mi grida in faccia chi sono, / che cos’ho fatto, detto, pensato (cose / che neanch’io mi ricordo)». Là dove la commedia va avanti, arriva sempre qualche terribile domanda o un annuncio che fa sentire che la verità impronunciabile e differita non è mai troppo lontana: «E poi / il problema non era il Conoscente: / ero io, era il Conosciuto». Il fatto perturbante di questo incontro è che il Conoscente ha la doppia funzione di sapere come stanno le cose, di saperne dunque di più di chi ha abbordato (vecchio stratagemma narrativo) e quella di rappresentare pinterianamente qualcuno che non si conosce abbastanza, un estraneo, il passante la cui presenza è sempre stata fonte di grande turbamento nell’universo di Fiori: «Talmente lo sai, che il tuo prossimo / è un’ossessione, uno spettro / che giorno e notte ti sta addosso. Ammettilo: / lo guardi con fastidio, con sospetto. / Ti fa paura, ti annoia». È bene puntualizzare che oltre alla lodevole sapienza narrativa,  il sistema delle immagini trovate per similitudine in ogni singolo componimento funziona brillantemente. In questo Fiori è uno dei poeti che ricorderemo un giorno, uno che ha evidentemente segnato la poesia degli anni ‘90 e che è stato anche guardato come un modello positivo dai più giovani. Allora se va espressa solo una riserva, un po’ provocatoria, essa riguarda un certo pudore (non quello, al contrario, splendido di quando il poeta si confronta con l’eros e la donna, prima dell’assoluzione finale, dentro il paesaggio), ma il pudore che non lo fa andare fino in fondo, dopo aver indicato il cuore del problema, il trauma di un’Italia e di una generazione che proprio in quegli anni ’70 aveva scelto la violenza per contrapporsi a uno Stato sul punto di operare il grande balzo indietro. Si allude appena a un morto, a una bomba. Ma mettendo da parte le varie strumentalizzazioni e retroscena segreti, cosa univa quei giovani che scendevano in piazza? Cosa rimproveravano di preciso, non alla vecchia DC o al PCI, ma a tutto un sistema che non ha permesso loro di ottenere la dovuta soddisfazione? Avevano ragione sì o no sul piano teorico a non demordere, a cercare altre vie, oltre ai cortei? In fondo, non è così assurdo pensare che Fiori, se non avesse preferito concentrarsi sulle facciate delle case e sulla loro metafisica, per tentare di rimuovere un doloroso nodo, avrebbe potuto concludere così e di nuovo morettianamente, sempre sfilandosi dall’artificioso noi: «Voi gridavate cose orrende e violentissime e siete imbruttiti; io gridavo cose giuste e oggi sono uno splendido settantenne!» Ma pare invece che quel periodo della Storia italiana sia ancora oggi coperto da un enorme tabù. Chi ha vinto, come al solito, la racconta e la impone come vuole. 

 

(Umberto Fiori, Il Conoscente, Marcos y Marcos, 2019)

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