Il movimento dell’Universo

Il movimento dell’Universo

Cammina adagio, per paura di sbagliare passo e compromettere l’incontro.
Ricordi di bambino e linee tra una piastrella e l’altra.

Il cielo è lì, a due passi.

In attesa.

Blu di coraggio e di piccoli balzi sul lastricato.
Appollaiato sui rami di una quercia.
Incastrato tra una piastrella e l’altra.

I raggi di sole tremano sulla sua pelle.
O forse è la sua pelle a tremare ed il sole la riconduce ai propri confini.
Lui non sa se faccia caldo o freddo.
È dicembre ma la luce è talmente intensa da confondere le percezioni.
Il tempo
Che ore saranno?
si mescola all’erba e alle mani.
“Quando arriva. Lei. Quando arriva.”
Forse non verrà più. Forse ho sbagliato programma e lei non esiste.
Con i suoi lunghi capelli liberi.
Con i suoi occhi simboli di mani.
Con la sua voce a navigare.
“Se tutto questo non esistesse dove sarei adesso, dove mi trovo.”
Assorto scalcia un sassolino esuberante dal ciglio della strada su un fossetto minimalista.
Non solleva il capo (lui in arrivo) per timore che tutto ciò si sgonfi sulle sue spalle come un tendone da circo alla partenza.
Il pettirosso lì a due passi.
Piovono veli sulle case.
Perché tace tutto così affannosamente tace.
Sente il cuore inerpicarsi sotto il torace a cercare una via d’uscita.
Avanza con il cellulare accostato all’orecchio.
Continua a parlare con lei.
– Dove sei?-
– Sono qui, in un parcheggio strano, contornato da edifici cubici e asettici. C’è un’aiuola nel mezzo… vedo delle indicazioni… dev’essere una clinica o un ospedale… –
– Dove sei? Di che colore sono gli edifici? Gialli?-
– No, grigi.-
– Dove sei?!-

Lo sguardo in alto.

All’improvviso la vede, dall’altra parte della strada.
Il velo silenzioso scopre il mondo.
Perché colui che prima sta dall’altra parte della strada e poi dalla stessa parte, da velo diventa persona.
Lei indossa una gonna corta, tra le ginocchia e il vento.
Come un tramite bianco e nero.
Le gambe lunghe e gli stivali.
In piedi tra il sorriso e il selciato.
Un raggio di sole dà un senso a tutto ciò.

Poco prima era seduta in auto, con la radio accesa e una caramella al limone.
Poco prima a casa, con una tazza di caffè e un messaggio al cellulare.
Poco prima, al parco, a passeggio, lenta, sospesa tra le rade foglie in alto e le molte intatte e accartocciate in basso.
Poco prima non avevano dormito molto.
Si era svegliata stanca di una settimana fitta di ore e uno sbadiglio insufficiente alle mani.
Perché le mani hanno bisogno di sbadigli per avvicinarsi al volto e ricongiungersi.
Spesso se ne stanno lontane dal corpo, da sé, intente altrove, a eseguire gli ordini di qualcuno, a toccare altro.

Gli dà la mano.
Lui la accoglie.

Tutto il silenzio e il frastuono del mondo in un corpo femminile.
Tutto il silenzio e il frastuono del mondo in un corpo maschile.

“Finalmente” pensa lui “Finalmente cosa? Che stupido… finalmente”-

Il movimento dell’universo.

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