Joseph Mallord Turner
Joseph Mallord Turner
 

Svettava
come per contrazione.
Io da lontano dilatavo il petto
nel gelo intimo.
Ripiegavano rami di betulle
lungo fraseggi inutili dei fiocchi
avvinti
al cielo che ricade.
Deciso
sorreggevo il cammino
di un naufragio eterno
dentro un fondo di ghiaccio
cui delegavo passi
da compiere, talvolta.
Intanto:
l’Inafferrabile mantiene la distanza.
 
Quindi scendeva fulgido
manto di notte
e strisce gialle di luna inadeguata
lanciavano richiami ricadenti.
Denudavano luce
arse stelle
presso il silenzio della volta alta
cui rilanciavo vista e desiderio
di balzi
lungo fuochi distanti
come sete a deserto
colmo
di stranezze di tempo
dove
tra fruscii d’incertezze
sciame di vento danza.
 
Gelo al mattino.
L’Intuibile appena
sormontava da distanza costante
nella distesa aperta dei licheni.
Io lanciavo proclami
cui rispondeva l’infinito sparso
piatto
come l’occhio che vaga detenzioni.
Solo di fronte al Nulla recitavo
le mie equazioni funebri
e ricordi di rotte deviate
m’assediavano
dal limbo di velata trascendenza
cui delegavo
sopravvivenze estreme
di un oltre spesso simile al destino.
 
S’accostava al tramonto
fascio di luna alterna
tra nuvole adesso non lontane.
Io detergevo assenze
e domandavo
qual era la distanza d’oltre altrove.
Poi ricadevo plumbeo
e divagante
facevo come un gesto d’accoglienza
mentre aprivi lo scialle
dei tuoi raggi estranianti
dove muto
mi rifugiavo per  lenire il gelo.
M’accingevo
nel dilagare del non dato eterno.
Mani nell’oltrevista
divaricavo.
E lamellanti attimi d’aurora.

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