“La Ballata” di Teresa Miccichè (anteprima)

“La Ballata” di Teresa Miccichè (anteprima)

Le motivazioni per la ristampa di un libro possono essere molteplici. Nel nostro caso la scelta è dettata da due sentimenti preponderanti: uno affettivo, l’altro culturale. Sì, quest’opera di Teresa Miccichè necessita di essere riproposta, a distanza di oltre venticinque anni dalla prima pubblicazione (Il Girasole Edizioni, 1989), perché Teresa era la luce che allargava (allarga) il tragitto delle mie scorribande poetiche e perché La ballata di Till rappresenta un piccolo grande capolavoro di scrittura e di creatività narrativa. Ogni volta lo rileggo, come per incantesimo, mi viene di pensare alla valenza e al destino del “racconto perfetto” (così lo definì Montale) Casa d’altri di Silvio D’Arzo.

(Angelo Scandurra)

stralci da “La Ballata” di Teresa Miccichè, edizioni Le Farfalle, 2017.
* Questa versione rispecchia integralmente quella della prima edizione, salvo l’aggiunta della poesia inedita di Biagio Guerrera e la notizia biobibliografica.

da “TILL”

Till inseguiva i tulipani.
Era nato piccolo quanto un baccello e del baccello aveva il verde tenero e la forma svettante. Quando la sera, nel cortile di ficus e di loti, ascoltava racconti di stelle, si sentiva felice di quella sua forma minuscola che gli permetteva di confondersi coi campi, coi prati, con tutte le luci della notte. In quei momenti il suo bel verde si vestiva di riflessi d’oro e a Till pareva quasi di piangere, come se nella sua vita avesse incontrato l’amore. Ma non sapeva nulla dell’amore, come non sapeva nulla del suo sesso: forse era androgino. Spesso sognava che il baccello si potesse dischiudere per ricevere dio, un dio d’oro com’era lui la notte. Piccolo, grande, puntiforme. Faceva male dio, faceva male. Ma Till si svegliava gonfio, pieno di umori, con una gran voglia di correre per i campi a crescere, a crescere, a ergersi. Come uno stelo. Così aveva luogo il fiore giallo bagnato di rugiada, umido e dorato come il dio. Per questo inseguiva i tulipani.

*

Che profumo di gigli quella sera nella piega della madre! Till si sentiva quasi consolato dei dispiaceri della giornata. Era stato accusato ingiustamente di una colpa che aveva commesso: recidere i gigli del giardino. Da tempo la padrona della casa dove si trasferiva d’estate prima che suo padre ne costruisse una nel cortile di loti, ripeteva che quel giorno sarebbero spuntati gigli di merletto. Till era affascinato dalle trine: le aveva incontrate nel cassetto della nonna fra i ritagli di seta gialla che ogni tanto andava a visitare. Vedeva i manti delle principesse incedere in attitudine regale o le lenzuola finite di perle che vegliavano la Bella addormentata. All’alba si immerse nel giardino: un cercare continuo, un’attesa, un crescergli nel cuore il disinganno. Fino a quando, quasi all’imbrunire, Till recise i fiori. Ad uno ad uno.
«Nel secondo mistero glorioso si contempla come Gesù Cristo ascese al cielo con mirabile festa e trionfo, quaranta giorni dopo la sua resurrezione». Svanire, ecco, ascendere e svanire. Come dio.

da “SARA L’ORBA”

Una donna stava ritta al centro della piazza a discutere coi berretti neri, su un palcoscenico improvvisato si preparava lo spettacolo. Il gorgoglio della fontana che si affacciava sul belvedere era riso o singhiozzo? Arcirimbaldo seguiva le volute di fumo. E la gente correva, ormai protesa verso nuove mete.
«Nel terzo mistero glorioso si contempla la discesa dello Spirito santo…». Una colomba volava ancora dentro il vento. La voce d’oro tremava. Si spense un tramonto, nel disinganno.

*

«Nel terzo mistero glorioso si contempla come Maria Vergine fu assunta in cielo anima e corpo, tre giorni dopo la passione e morte di Gesù». Till si rizzò di colpo: fermare, la doveva fermare!
Da quando le suore gli avevano insegnato che andava in paradiso solo l’anima, Till aveva cominciato a fantasticare sul destino del corpo dopo il trapasso. La sua natura quasi cosmica l’aveva portato a credere in una vita straordinaria, nascosta, dopo la morte, nelle cose. Era un universo che escludeva solo il cielo, sede dell’Eterno Padre, e che gli offriva il riparo del mutamento e dei confini.

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