La luce su di noi

La luce su di noi

Roland Petersen, Picnic, 1965

Il tocco di luce ha innumerevoli effetti sul nostro benessere, addirittura sulla nostra salute fisica, psicologica e mentale. Siamo abituati alla luce sin dalla nascita, ecco perché la diamo per scontata nella nostra esistenza, come una necessità elementare. Molti studiosi si sono occupati di questo argomento. Il primo convegno internazionale sulla Luce, sugli effetti benefici per la salute umana, si è tenuto nel 1984 preso l’Accademia delle scienze di New York. Molti psicologi, antropologi e medici hanno dimostrato quanto la luce possa farci gradire l’ambiente e quanto possa influire sulla produttività e sui nostri rapporti interpersonali. L’ ‘effetto Harwthorne’ è un fenomeno che ha messo in evidenza quanto il variare dell’illuminazione nelle fabbriche facesse aumentare il risultato produttivo. L’esperimento della Western Electric, infatti, ha dimostrato che quanto più i locali di lavoro sono illuminati, tanto più alte sono le prestazioni. Lo psicologo Charles Bates in alcune ricerche mediche aeroportuali ha sostenuto che l’illuminazione sui cruscotti reattori militari viene regolata in base alle variazioni di luce dell’ambiente, affinché possa consentire ai piloti di compiere le varie operazioni senza cancellare la visibilità esterna. Quindi, è prioritaria la luminosità ottimale, ma non sempre la luce forte è la risposta giusta per ottenere prestazioni elevate. Infatti, luci più attenuate possono assicurare meno stress, sono meno stancanti. Non a caso in alcune riunioni di lavoro sono molte le persone che cercano di sedersi lì dove la luce è più attenuata. Sembra che anche l’età abbia il suo peso. Una persona di venticinque anni si espone a luci abbaglianti e produce in maniera differente da chi, avanti negli anni, resta maggiormente infastidito dall’intensità della fonte luminosa. Naturalmente le cose cambiano rispetto alla luce naturale che viene preferita a ogni età e che influisce positivamente sull’umore. Infatti, la luce può determinare stati d’animo e alimentare aspettative con relative comunicazioni interpersonali, quasi sempre, costruttive. Hayward si occupò di un esperimento su centocinquanta donatori di sangue posizionati in due stanze diverse con luce differente. Chi sedeva nella stanza meno illuminata, più intima, cercava di accostare la sedia a quella del vicino per scambiare osservazioni, mentre nell’altro gruppo, che era stato collocato nella stanza più luminosa, moltissimi rimanevano più appartati, soli con se stessi, semmai intenti a leggere libri o riviste. Il collegamento tra la luce velata e l’intimità è riscontrabile nell’esperienza di ciascuno: oscurare una stanza riduce gli stimoli esterni e aumenta la vicinanza emotiva reciproca. Anche il rumore ha la sua incidenza: di solito i bar illuminati da luci laterali risultano più accoglienti e rilassanti per la socializzazione e si alza meno la voce rispetto ai locali in cui le luci partono dal soffitto e in maniera abbagliante. Spencer sosteneva che ‘l’impressione di spaziosità’ fosse determinata in gran parte dall’uniformità dell’illuminazione. Quindi, il livello di luminosità contribuisce a creare un delicato impatto comunicativo che avviene in maniera ovattata e tranquilla quando la luce su di noi è più morbida. Ci sono persone che soffrono di un raro disturbo affettivo stagionale definito Seasonal Affective Disorder: SAD che è una vera e propria depressione che va acuendosi nei mesi autunnali e invernali. Gli esperti pensano che l’epifisi, ghiandola endocrina posta nel cranio secernente l’ormone melatonina, sia responsabile di questa patologia. Infatti, i pazienti affetti dalla depressione stagionale, se esposti a luce a spettro solare anche durante i mesi ‘bui’, possono subire un lieve miglioramento. Ma secondo lo psichiatra Daniel Kripke, questa categoria di pazienti va annoverata tra i maniaco-depressivi, perché anche costoro a primavera, manifestano euforia; quindi, anche se trattati con la luce, i SAD hanno probabilità di entrare nel ciclo maniacale. In medicina si usano diversi tipi di luce. Per esempio, i nati con iperbilirubinemia, cioè affetti da ittero, vengono esposti alla luce azzurra che scompone le sostanze tossiche presenti nel circolo sanguigno procurandone l’espulsione dall’organismo. La luce, dunque ha più colori e può avere effetti diversi sul comportamento umano. Negli anni trenta, in Inghilterra, è stato introdotto negli ospedali il colore verde. I chirurghi, costretti alla vista del rosso, vedevano immagini verdi – colore complementare al rosso – quando rivolgevano lo sguardo dal sangue al bianco delle pareti, lenzuola o garze. Per questo motivo i camici e alcune pareti delle sale operatorie divennero di colore verde. Forse è da questo avvenimento che si dice che ‘il verde fa bene alla vista’. Un altro luogo comune: il ‘rosa tenero’ riduce l’aggressività e non è un caso che alcune carceri abbiano le celle tinte di rosa, ma lo psicologo Richard Wener non ne è assolutamente convinto e afferma che non sono gli espedienti creativi a trovare soluzioni a problemi molto complessi. Malgrado questa ultima posizione sono stati eseguiti studi sulle sale da gioco per individuare alcune specifiche risposte comportamentali al colore. Gli psicologi Gary Stark, Daniel Saunders e Philip Wookey hanno osservato il comportamento di ventotto studenti in una situazione di ‘gioco d’azzardo’. Ebbene, coloro che giocavano sotto le luci rosse puntavano e rischiavano su cifre più elevate rispetto a quelli seduti sotto le luci azzurre.

 

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