l’étranger – Poesia a voce alta. I Vuoti di Tony Harrison

Tony Harrison idea grafica di Nino Federico
Tony Harrison, idea grafica di Nino Federico



Chi ha letto Tony Harrison (1937), ricorderà un suo celebre poema intitolato V (1985), che descrive la visita del poeta al cimitero di Holbeck, a Leeds, dove sono sepolti i suoi genitori. Il cimitero è «littered with beer cans and vandalised by obscene graffiti», sporcato da lattine di birra e vandalizzato da graffiti osceni. È un poema dal timbro insieme personale e comune. Non cerca l’abusata etichetta di denuncia (non rientra nello stile del poeta). L’autore mette in rilievo un argomento più tosto, universale e senza tempo: il conflitto! Il conflitto scandagliato a più livelli – “v” sta infatti per versus, contro –, dall’economico al sociale al culturale, quindi nord versus sud, nero versus bianco, sinistra versus destra, comunismo versus fascismo. Guardando ai chronicles di allora, V ha suscitato reazioni davvero discordanti, se teniamo pure conto del drammatico riferimento allo sciopero dei minatori inglesi accaduto nell’anno 1984-1985.

Negli anni successivi (2008), Harrison ha pubblicato i suoi Selected poems. Nella traduzione italiana di Giovanni Greco per Einaudi ha per titolo Vuoti. In Vuoti possiamo riconoscere quella voce fulgida e netta, «dantescamente petrosa» e senza retorica che contraddistingue la produzione del nostro poeta inglese vivente.

Evita eufemismi, scarta inutili sovrastrutture con lo scopo di portare la vita nell’arte: Harrison è un poeta e quando scrive non le manda a dire, comunica le sue riflessioni etiche e culturali senza rinunciare alla sua incandescente materia creativa, con schiettezza di spirito e di linguaggio. È un poeta onesto, mi verrebbe da aggiungere, non solo per la sua adesione al vero e al reale, ma per una visione sostenuta da forti nessi simbolici. Per es., prendendo discorso sulla granata che sta sulla sua scrivania (Granata), egli narra di quando sopravvisse ad un’incursione aerea tedesca grazie all’umanità dello stesso cecchino il quale anziché bombardare le abitazioni inglesi, quindi la casa di Harrison, sganciò le bombe sul deserto parco di Cross Flatts, «un guizzo di fede» portò il crucco ad obbedire ad un comandamento più alto, «di non bombardare le abitazioni di sotto e di essere umano». Oppure nell’omonima poesia (Vuoti) l’autore riprende una scena dalla sua memoria, un inverno newyorchese fatto di luce dove ritroviamo «le torri ancora inesplose del World Trade Center». Se la disincantata ironia – segno fondamentale presso di lui – verso i temi politici si traduce in una marcata derisione – «Signore, Tu devi divinamente avere a cuore | Tony Blair il Tuo servitore» (Preghiera di Santo Tony) – Harrison non perde di vista la finalità importante della sua scrittura: riempire i vuoti, i vuoti di senso, i vuoti meccanismi che fanno scattare violenza e distruggere edifici, i vuoti capaci di innescare inutili fratture fra persone. Questo colmare di senso con la parola non fu estraneo ad altri due grandissimi poeti inglesi come D.H. Lawrence e Ph. Larkin. Di fatti se leggiamo The Lords of Life non possiamo non rievocare alla nostra mente The Snake di Lawrence e The Mower di Larkin tanto è evidente il filo conduttore che li accomuna. Cosa impariamo dalla lezione di Harrison? La parola poetica non può nulla! Eppure riempire i vuoti con la poesia significa ridare pienezza ai giorni e tentare di annullare i conflitti, indicare una via migliore. E questo lo si può fare quando la poesia dalla pagina scritta parla a voce alta. Come la sua.

 

 

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