Luigi Finucci, “la poesia è nascosta nelle piccole realtà”

Luigi Finucci, “la poesia è nascosta nelle piccole realtà”

parola d’autore

 

Il ricordo (o un aneddoto) legato alla prima poesia.
Il primo ricordo è molto vago, ricordo in quell’estate a Firenze, forse era il 2010, di aver scritto i miei primi versi. Successe così per caso, e ricordo di essermi sentito bene. Non azzardo a definirla poesia, ma ricordo perfettamente la sensazione di benessere e allo stesso tempo l’ insoddisfazione nel non essere riuscito a scrivere cosa bene avevo pensato. Ma è stato così.

Gli autori significativi.
Tra i primi poeti c’è senza dubbio Arthur Rimbaud, negli ultimi tempi i più letti sono stati Mariangela Gualtieri e Giorgio Caproni fra gli italiani. Tra gli autori stranieri c’è stato Osip Mandel’stam e su tutti Izet Sarajlic.

Poeta e relativi i versi che non dovremmo mai dimenticare.
Ricordo una bellissima poesia di Sarajlic, un inno all’amore. Quando l’ho letta, ho pensato che l’avrei voluta scrivere io. E’ un elogio dell’attimo vissuto, dell’istante: in una società dove tutto sfugge questa poesia è un karma a vivere il momento, a fotografarlo e non farlo sfuggire nel niente. I versi sono questi :”Già ad alta voce alle betulle ti recitavano i miei crepuscoli.
Già niente nella mia vita era tanto importante come te.
Già tutto attorno a me era solo una parte del mio totale mito di te. Già nessun viale dov’eri passata poteva più chiamarsi solo viale. Già tutto sapeva che saresti venuta, col cielo
i selciati già scommettevano per la vita sulla tua presenza.
L’avvenire aveva mille nomi e solo l’ultimo era solitudine.
L’avvenire già imitava i tuoi movimenti e il tuo modo di camminare. “. Come succedeva nelle antiche tribù , la verità veniva tramandata dagli anziani, dai saggi. Ecco io prendo questa poesia come le antiche leggende, come un lascito per il futuro. E’ intriso in queste righe un modo di amare arcaico, ormai dimenticato e questo vorrei che sentissero le nuove generazioni di poeti e soprattutto di uomini. “Già nessun viale dov’eri passata poteva chiamarsi solo viale”, me lo ripeto nella mia testa e non riesco a trovare un modo migliore per dare un senso a tutto ciò che mi circonda

Il momento ideale per dedicarsi alla poesia, alla scrittura.
Il momento ideale è sicuramente la sera. Tra lavoro e famiglia, quando tutto rallenta e si placa mi dedico alla scrittura. Ultimamente, devo dire la verità, più che scrittura leggo molto. Mi piace alternare. Devo ammettere che se non leggessi in alcuni periodi, la mia scrittura ne risentirebbe. È come se metabolizzassi gli accadimenti del giorno e ne curassi il loro spirito. In una società così vertiginosamente frenetica, ritagliarsi del tempo per scrivere e leggere, da respiro al mio animo.

La poesia è…
Ho spesso ragionato sul senso della poesia e credo che aleggi poco più in alto delle nostre teste, e da lì sicuramente la realtà è tutta un’altra cosa.
La poesia è un groviglio di sensazioni grandiose nascoste nella quotidianità. Descriverle (o almeno provarci) è cercare di fare poesia.
Sicuramente è anche ricerca di un linguaggio che non scada nel banale, accurato. Ricerca che porta dritti dritti all’essenza delle cose e della parola, e come una preghiera dà la giusta sacralità ai temi trattati.

Poesia e compiutezza.
Chi può dirlo. Una poesia compiuta è come un gioiello, quando né leggi una vera c’è la sensazione che non ci sia nient’altro da dire. Era lì da sempre, bastava che qualcuno la mettesse su carta. Anche rileggendola non si può fare a meno di emozionarsi. Capita a volte: una poesia compiuta è come una speranza di bellezza, come qualcosa da tramandare ad altri. Sarebbe bello scriverne almeno una nell’arco di una vita intera

Poesia e purezza delle parola.
Per quanto mi riguarda, la poesia è nascosta nelle piccole realtà: forse un giorno riusciremo usando una sola parola a descrivere una moltitudine di piccole cose, quella sarà la poesia più bella (e più pura).

L’incarico della poesia.
La poesia è ancora possibile perché è un anticorpo contro il dilagare della superficialità. Il compito della poesia è di ricordarci che esiste qualcos’altro , tirarci fuori dalla quotidianità – non anestetizzandoci o offrendoci una banale via di fuga dalla realtà, ma risvegliando qualcosa che magari non ci siamo nemmeno resi conto si fosse addormentato – e metterci in contatto con la nostra anima.

Un testo ‘rifugio’.
Vorrei riportare una poesia di un autore che non ho ancora citato ma che per me è molto importante. La leggo spesso, quando ho desiderio di partire, viaggiare. È di Antonio Machado e recita così:

“Viandante, sono le tue orme
il sentiero e niente più;
viandante, non esiste il cammino,
il cammino si fa camminando.
Camminando si fa il cammino
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai più
si tornerà a calpestare.
Viandante non esiste il cammino
ma solamente scie nel mare.”

Tre poesie da “Canto dell’attesa”
di Luigi Finucci
(Giuliano Ladolfi Editore)

 

Il sentiero si adagia tra i fili erbosi
come vento disegna il volo, a memoria
si torna in quel posto
fatto di movimenti continui:
i tigli hanno ombre lunghe
e le case sono poche.

*

Sei divenuto viandante, nessuno
ha chiesto il tuo nome
perché le tue gambe
sono cresciute per i sentieri.

Tra le case isolate
– solo –
hai chiesto il prezzo
di una stanza:
era così poco
rispetto alla solitudine
ritrovata.

*

C’era una bambina
tra le carovane, rivolta verso
il cielo non sapeva che odore
avesse una casa.

Era il principio di un esodo,
di un luogo. Tutti
sono andati oltre la collina,
hanno creduto di trovare
una terra.

La bambina
è inciampata perdendo
il sentiero:
l’erba aveva l’odore di una casa.

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