Maria Attanasio, “La ragazza di Marsiglia”. Dalla parte dei cancellati.

Maria Attanasio, “La ragazza di Marsiglia”. Dalla parte dei cancellati.

recinzioni

Rose, Rosalia, Rosolia. Moglie di Francesco Crispi, prima moglie di Francesco Crispi, mai moglie di Francesco Crispi. Unica donna a partecipare alla spedizione dei Mille, consegnata tuttavia non alle pagine di una condivisa Storia risorgimentale, ma alla fumosa precarietà dell’aneddotica. O alla pressoché totale cancellazione. Al suo quinto romanzo, dopo la felice incursione nella letteratura distopica de Il condominio di Via della Notte, Maria Attanasio torna al romanzo storico e alla collana La memoria, la più importante e longeva di casa Sellerio.

La protagonista è Rosalìe Montmasson, nata e cresciuta in un paesino dell’Alta Savoia, per una incontenibile ‹‹fame di mondo›› sottrattasi all’autorità paterna e scappata nella città portuale di Marsiglia, della quale si innamora l’esule rivoluzionario di fede repubblicana Francesco Crispi, che a quella fame, abbondantemente saziandola, darà ‹‹parola e forma››.

Maria Attanasio ripercorre la storia di Rosalìe (all’anagrafe: Rosalia, come la Santuzza di Palermo) dal momento dell’incontro con Crispi, passando per il fatidico matrimonio a Malta nel 1854, fino alla morte della donna, riuscendo a ridare spessore e concretezza storica a una figura femminile centrale nel nostro Risorgimento, ma che una precisa volontà politica dal 1878 in poi, come vedremo, ne polverizza la memoria condannandola all’anonimato.

A segnare il primo passo di Rosalìe verso la progressiva discesa verso l’oscurità, è il matrimonio che Crispi celebra nel 1878 in clandestinità, a Napoli, con Lina Barbagallo, poi universalmente nota nei libri di storia come la sua prima moglie. Venutone a conoscenza, Il Piccolo di Napoli pubblica in prima pagina la riproduzione fotografica del documento che attesta il precedente matrimonio con Rosalìe Montmasson. L’accusa è pesante: bigamia. Se confermata, avrebbe portato il potente ministro, secondo le leggi del tempo, all’interdizione dai pubblici uffici e al carcere. Sarebbe cambiata insomma, nota Attanasio, la storia dell’Italia post-unitaria. Ma il processo che ne segue, abilmente pilotato – come Attanasio ci spiega ricostruendone minuziosamente le dinamiche interne – porta all’assoluzione dell’imputato, al quale da quel momento in poi la carriera politica sarà del tutto spianata. Per Rosalìe, invece, le crepe di silenzio si allargano, si fanno sempre più profonde.

Sono proprio quelle crepe, crediamo, che hanno attirato la curiosità di una scrittrice che ci ha abituato, di romanzo in romanzo, a queste figure di resistenti, di cancellati, di espulsi dalla Storia, le ‹‹oscurate memorie›› come Maria Attanasio ama chiamarle, che il potere o il tempo calpestano, ma che il narratore ha il dovere di raccontare, attraverso un lavoro paziente di ricerca e di scrittura.

Ma non è solo il romanzo di Rosalìe, questo. Allargando lo sguardo, è il racconto della sconfitta di idee politiche importantissime del nostro Risorgimento, ma che dopo l’unità d’Italia vengono sistematicamente riadattate, riformulate o, peggio, rinnegate (Crispi: “Bisogna ripensare politicamente le cose: accantonare l’idea della repubblica, pericolosa per l’Unità, sostenendo invece senza riserve la monarchia, l’unica istituzione capace di tenere unita la nazione”, pag. 158).

Con una lingua sorvegliatissima, Maria Attanasio ci consegna un romanzo importante, dove la storia privata di una donna innamorata e tradita si inscrive in quella pubblica e ne illumina le contraddizioni, facendoci ripensare, e più di una volta nel corso del libro, a ‘strane’ assonanze con il nostro tempo presente.

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