(Non) sputare diamanti dalla bocca. Appunti di poetica.

Qualsiasi discorso sulla poesia non dovrebbe essere altro che un’ipotesi. Una dichiarazione di incredulità «verso l’onnipotenza del visibile»[1], una scritta sull’acqua che si imponga per l’intensità del principio di assenza a cui è legata.

La poesia assertiva – impiego questa definizione con la coscienza della sua parzialità – e il verso-sentenza sono i simboli dell’insicurezza di chi sceglie di mostrarsi supponendo che, per far emergere la visione del soggetto dal vetro offuscato del primo pensiero, siano necessarie chiarezza, luce. Sputare diamanti dalla bocca come nella fiaba di Frau Holle. Ma se il punto non fosse sforzarsi di imporre delle strutture di linguaggio rigide, simili a ponti di cemento gettati sull’acqua, quanto di plasmare una parola sensibile alla metamorfosi, alla possibilità di rovesciarsi nel suo contrario. Non solo: di deviare la percezione del tempo, dello spazio, del desiderio che si agglomerano intorno ad essa. Dunque è il potere dell’inversione, nel senso etimologico del termine, che dovremmo ascrivere alla parola poetica, ma anche della conversione, perché vedere nel contrario l’unico punto di arrivo di una metamorfosi sarebbe limitante e dicotomico. La parola poetica incide sulla connessione lineare tra gli oggetti e i significati, scioglie qualunque legame prevedibile e – invertendo la gravità – annoda elementi distanti, anche se non per forza opposti, indovinandone il richiamo.

Relazionarsi alla metamorfosi significa relazionarsi alla transizione, al movimento che intercorre tra lo stadio X e lo stadio Y: quindi al non-luogo, alla soglia: colei che crea non può prescindere dalla stanza della sua mente, dalla camera che esclude, temporaneamente, il mondo esterno; ed è sulle pareti della camera che convergono le proiezioni del soggetto, nel dentro. Ma le radici dell’immaginario e dei suoi fantasmi si collocano fuori, hanno assorbito il nutrimento dagli oggetti, dai legami, dai traumi con i quali l’io è entrato in contatto, e qui l’immaginario dovrà fare ritorno per assumere la forma estrema di opera. Dunque la materia che si addensa nella camera è sostenuta da tensioni opposte, esistere e non esistere, essere interna ed esterna al soggetto, farsi e disfarsi come accadrebbe nel ciclo di una maledizione. Queste contraddizioni generano una sospensione, uno spazio privo di coordinate, un mondo del possibile. E del desiderio. Il desiderio provoca l’io spingendolo fuori dalla camera; lo costringe alla ricerca dell’altro o di altro come possibilità.

La poesia divide il suo segreto con la fiaba e con la matrice archetipica dei suoi contrari: sonno o risveglio, vita o morte, fallimento o vittoria, giovinezza o vecchiaia, silenzio o confessione, coesistono in un mondo sempre incline a evadere la realtà, a rovesciarsi nel simbolo, nel sangue, nell’eterno. Per spezzare il sortilegio che ha tramutato i suoi fratelli in bianchissimi cigni, Elisa deve tessere undici camicie di ortica senza mai spezzare il voto di silenzio (perché esiste un momento in cui alla creazione deve essere negato l’ausilio della voce); le ortiche da filare nascono solo nel luogo che, da sempre, separa la vita e la morte nella percezione degli uomini, il cimitero. E quando sul patibolo, altra soglia della morte, la ragazza getterà le camicie sulle piume dei suoi fratelli, la parola nella figura della sua metafora più comune, l’ordito, il legame tra i fili che il dolore della protagonista serra in geometrie impossibili da decifrare, almeno dall’esterno, innescherà la metamorfosi dalla sembianza animale a quella umana. Se non per un’eccezione: il fratello minore, la cui camicia è priva della manica sinistra, conserverà un’ala di cigno. Egli sarà bloccato tra due mondi, sospeso tra la natura del visibile e quella dell’invisibile, tra la razionalità che è dono dell’uomo e l’intuizione animale.

A questo stato di mutazione, di trance cosciente, assimilo la mia scrittura.

[1] Cristina Campo.

 

*

Se mi addormentassi
una notte, senza premonizioni.
Se mi addormentassi per trent’anni
la camera comprimerebbe gli oggetti
fino a ridurre le cose in sogni
e i sogni in mondi.

Ci siamo conosciute ovunque,
ovunque è stato un ritorno.

All’origine
s’incastra il dilemma del dolore,
le scelte sono le figlie
cresciute in abiti d’argento
a nascondere gambe magre come sedani.
Esiste come un’eccezione o un errore
la porta senza porta
nel trapasso non sei chi sei stata
né chi attende.

*

«Lo vedo quel prato innocente
senza serpenti né mele
noi intente a scioglierci i nodi
accanto al pozzo della Signora Neve»

Mi trovavano un viso di Madonna
e voci femminili mormoravano dietro
le caviglie benedizioni.
Ma io non sono una
forse tu è la parte di me
che ho estratta viva per un piede.
Il fato, una mandorla nera.
Dimmi i nomi di tre ragazze:
chi butti nel letto di spine?
e in quello delle rose?
e in quello dell’amore?

*

Orfano è la radice di erede.
La trasmissione fallisce se circola
lo stesso sangue e non
il desiderio.
Lei non possiede, deve riprendere
fare originariamente suo ciò
che è stato fatto di lei dagli altri
prima.
Non avrà il mio volto lo specchio
né il padre il suo. La figlia eretica
divisa, è l’unica
erede del desiderio.

*

Da un sogno la creatura ha imparato la mancanza. Quando entra in un’esistenza infila la mano in un guanto: piano le sagome della stoffa si riempiono, la creatura calza una pelle bianca, scomoda, che la taglia nei movimenti bruschi. Ai lati si alzano pareti sempre più rosse, è una camera stranamente fredda. È dentro a una ragazza, distingue il peso del seno che acquista sensibilità, è chiusa dentro a una ragazza che non vuole più uscire. Ci sono mutande e cenere dappertutto. Una ragazza simile la guarda. La creatura ritorna solo per vederle guardarsi; sono vicine eppure molto lontane. La camera è una ferita.
Vorrebbe dire alla ragazza che rimane: ogni cosa è imitazione. Vorrebbe dirle: chiedi ai re che dormivano in quella camera, ti diranno che tutti gli amori perduti giacciono in quel letto; lei è stata con te; lei è dentro e fuori.

*

La creatura ha provato a rimanere immersa nella vita, a fingersi reale; ha provato a non guardare fuori dalla finestra, a non indicare l’artificio delle piante, delle staccionate, la commedia delle persone che cantano; ha provato a essere fratello e sorella, promiscua e monogama, lattante e filosofa, ha provato a farsi macellare e poi a iniziare una carneficina. È forma mancata e viva e tutta la storia si disperde nelle stanze della sua mente. Dove noi viviamo, dove rimbombiamo come echi. Come quarti di bue che da una torre precipitano.

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