Osip Mandel’štam, Quaderni di Mosca (Giulio Einaudi Editore, 2021)

Con i Quaderni di Mosca, a partire dal 1930, si apre la cosiddetta seconda stagione della poesia di Mandel’štam, caratterizzata dall’abbandono del tono classico ed elevato a favore di una mescolanza di registri stilistici e forme metriche, un laboratorio in cui conta piú di tutto lo «slancio» poetico, in grado di trasformare in cicli di poesie un flusso di materiali eterogenei, autobiografici, storici e letterari, con una dinamica ambigua, simile a quella dei sogni. Sia il ciclo del viaggio in Armenia che apre il libro, sia quelli successivi ambientati a Leningrado e a Mosca presentano una poesia diretta e colloquiale, eppure cosí sfuggente, in grado di mescolare immagini della vita quotidiana con dotte citazioni letterarie, di sovrapporre piani temporali e spaziali diversi, di rappresentare la realtà nella sua natura pluristratificata e intimamente contraddittoria. Questo libro cosí fondamentale per la storia della poesia del Novecento non era mai stato integralmente tradotto in italiano. Ci hanno pensato Pina Napolitano e Raissa Raskina, offrendoci anche un indispensabile apparato di note in fondo al volume che permette di recuperare i molti riferimenti alla vita sovietica e alla biografia personale che il poeta distribuisce o, per meglio dire, fa esplodere nei suoi versi.

 

 

Estratti da Quaderni di Mosca di Osip Mandel’štam (Giulio Einaudi Editore, 2021), a cura di Pina Napolitano e Raissa Raskina.

 

 

Quanta paura io e te,
compagno mio dalla bocca grande!

Quanto si sbriciola il nostro tabacco,
amico, schiaccianoci, sciocco!

Fischiarsi, invece, la vita come uno storno,
con una torta di noci rifarsi la bocca,

ma a quanto pare proprio non si può…

Ottobre 1930

10.

Quale sfarzo nel misero villaggio:
la melodia di crine dell’acqua
Cos’è? Filato? Suono? Avvertimento?
Vade retro! I guai sono in agguato!
E nel labirinto dell’umida cantilena
cosí soffocante stride la tenebra,
che pare si sia recata l’ondina
dall’orologiaio sottoterra.

11.

Mai piú ti rivedrò,
miope cielo armeno,
non guarderò piú a occhi stretti
la tenda da viaggio dell’Ararat,
e mai piú aprirò
nella biblioteca di autori vasai
il libro cavo della terra stupenda
su cui studiarono le prime genti.

<11.>

E io esco dallo spazio
nel giardino incolto delle grandezze
e l’immaginaria costanza strappo
e l’autocoscienza delle cause.

E il tuo manuale, infinità,
leggo da solo, senza gente, –
defoliato compendio di rimedi selvatici,
libro di problemi dalle enormi radici.

Novembre 1933 – luglio 1935

Quando all’anima timida e inquieta
si svela a un tratto il fondo degli eventi,
ella fugge per un sentiero sinuoso,
ma della morte la via non le è chiara.

Del morire pare avesse soggezione
con la timidezza amabile del principiante,
o del suono primogenito in una riunione brillante,
che fluisce dentro – verso il bosco longitudinale
         dell’archetto,

che fluisce a ritroso, e ancor pigro si misura
ora col metro del lino, ora con quello della fibra,
e fluisce come resina, senza credere a se stesso,
dal nulla, da un filo, dal buio, –

fluendo per la maschera amorevole appena plasmata,
per le dita di gesso che non tengono la penna,
per le labbra ingrandite, per la carezza consolidata
di pace e bene a grana grossa.

Gennaio 1934

 

 

Osip Mandel’štam (1891-1938) è uno dei massimi poeti russi del Novecento. Subí il primo arresto per «attività antisovietica» nel 1934. Dopo un periodo di confino fu nuovamente arrestato e condannato alla deportazione in un lager vicino a Vladivostok. Morí nel trasferimento. Di lui Einaudi ha in catalogo, nella collana «Collezione di poesia», Cinquanta poesie (1998) e Ottanta poesie (2009), entrambi a cura di Remo Faccani e Quaderni di Mosca (2021), a cura di Pina Napolitano e Raissa Raskina.

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