Paris

Paris

Marc Chagall,Parigi dalla mia finestra X ART BRISOTTO
 
23 Dicembre 2013: tra Norimberga e Stoccarda
 
Il treno non è pieno. Non è folle. Tranquilli siedono i passanti stanchi. Mattina presto con gli occhi di tutti, contorni marcati.
Se fuori fa buio vediamo noi stessi. Il vetro è uno specchio, non più un finestrino.
È noioso vedersi, soltanto vedersi e nulla vedere, se non qualche scritta di luce colore.
 
Sono quasi le otto. Il buio testardo s’impone sui tratti di luce leggera e galleggiante.
Sono immersa in queste alghe luminose, pesci alberi e lampioni, decorazioni natalizie onde.
Un tocco d’aria l’attendo con la luce.
Aria luce del giorno.
Auto luce.
La stazione di Stoccarda appare e se ne va con il suo buio e il suo chiarore a venire.
Ancora un poco ed è fatta.
La luce viene.  La porto con me, dentro il mio treno. L’ho riservata al mio finestrino, per proseguire il viaggio e vedere oltre.
 
 
24 Dicembre 2013: Paris
 
A Paris-mondo le persone-mondo si incontrano in disparte.                
E disparte è il mondo.
Auto-persone e sogni grigi di edifici e colorati, di pelle e di rossetti forti e invitanti. Capelli al vento e saloni di bellezza folli di donne e di ragazzine attente di colore ai loro posti, un passeggino e tante facce allegre e parlano e parlano e parlano tra i capelli crespi domati da una piastra occidentale, le ciglia finte e faticose, le labbra rosse, accese e spente a intermittenza e gli uomini fuori e dentro a farsi belli, a controllare, a controllarsi e non.
 
 
25 Dicembre 2013: Quartier Latin, Paris
 
Le donne grandi e piccole ai bagni parlano poco, sorridono e non si lavano le mani. Specialmente gli occhi a mandorla e polvere bianca sulle guance di porcellana. Se ne dimenticano forse o non è d’uso laggiù. O forse qui no e laggiù sì.
Se non si lavano in giro per i bar, non lo saprò mai, qui a Paris.
Qui è così. In ogni quartiere vanno e vengono alle toilette senza sapere perché.
Forse ne sentono il bisogno o forse no.
 
Panthéon
 
Asserragliato e impalcaturato. La corona di spine lo ferisce e sorregge. Il giorno di Natale è chiuso e si resta fuori a leggere la storia. Fuori, con lo sguardo ad ovest. Sotto di lui i giardini di Lussemburgo che d’inverno nulla hanno a che fare con un parco. Solo aste dure e ignoranti e turisti rumorosi e fotografanti. Lampi e clic e sorrisi ovunque, ovunque siano la stampa o una foto elaborata. Come se fossero rimasti a casa per sempre.
Poco più in là una stradina accesa e la gente si spegne.
La mia Venezia francese, dove fiumane viventi colano lungo due o tre canali inaridendo il paesaggio appresso, semisveglio e semidormente.
Prendo la via della non via. Prendo la strada dell’incoscienza che risveglia la franchezza della città, la mia.
 
Devo ascoltare.
Devo ascoltarti, Paris.
 
 
26 Dicembre 2013: Place de la Bastille, Paris
 
 
                                                Paris
Les yeux couvert
de ses arbres
s’approchent de la rue
à travers le bruit du ciel
 
 
È una tazza con un pettirosso tondo e colorato acceso nella vetrina di un minuscolo negozio colmo di tazze e di un uomo magro, ma non esageratamente, con gli occhi leggermente a mandorla ma non orientale, con la pronuncia francese molto gentile e artificiale.
La tazza costa molto.
-Grazie- dico -Merci-
L’ometto lungo e grande la ripone al suo posto.
-La prendo- gli dico
Sorpreso se la coccola tra le mani per l’ultima volta, la infila in una scatola ondulata di cartoncino rosso e attende con lo scontrino in mano.
Guardo le altre tazze ma nessuna è bella come quella con il pettirosso. Un po’ come la donna amata o la rosa.
L’ometto lungo osserva tutto con discrezione, dietro gli occhiali spessi e vellutati. È timido o diffidente o francese e basta.
Esco dal negozio, felice, con la mia tazza di pettirosso francese.
L’uomo saluta da dietro gli occhiali, da dietro la porta di vetro, da dietro le tazze, me.
 
 
27 Dicembre 2013: Museo Louvre, Paris
 
Il museo del Louvre non ha molte facce. Due differenti costanti ed un’unica possibilità di salvezza:
il mistero.
Antonio Canova e l’amore divelto e costante che protegge Amore e Psiche, la farfalla nelle mani di due giovinetti aperti e compressi, liberi, nel rumore delle facce guardanti.
Le tele coperte di calce temporale e vetro cosmico di Leonardo da Vinci. Così discrete e immense che si riappropriano del loro tempo e se ne vanno a spasso per le sale, senza scomporsi, proiettano il mistero nei nostri sguardi e se la ridono dentro di noi.
 
 
28 Dicembre 2013: tra Paris e Stoccarda
 
In treno è già essere a casa.
Paris è dietro le spalle e alla destra, appiccicata al finestrino, inodore ormai e insapore. La colazione ancora dentro la pancia e il sentore del caffè nelle pupille. Il burro del croissant nella punta delle dita, anche se già lavate e la signorina della ricezione dell’albergo che parla italiano.
È italiana anche se nata a Paris, con gli occhi artificiali francesi e naturali pugliesi.
 
Il TGV è veloce, troppo veloce. Trascina il paesaggio e se lo ingoia al bordo del finestrino accanto al mio viso. Tutto s’ingoia il mio finestrino, mio per qualche ora, poi di un altro, ma sempre ingordo di paesaggio e linee verdi, marrone secco e giallo che non piove, di uccelli e di vento fermo nella stradina asfaltata di nuvole basse, fino alla casetta grigia laggiù, schiacciata e persa nella campagna.
La pozza d’acqua specchia tutto ciò e si impregna di me.
Voglio tornare nella “mia” terra prestata da qualcuno un giorno e per quanto tempo ancora?
Voglio arrivare o raggiungere il luogo in cui ho vissuto fino ad ora?
Tra Paris e Strasburgo il paesaggio non cambia. Si è assuefatto ai suoi treni e noioso tende a pensarsi, a raccogliersi in sé, in me.
Il cielo grigio, sporco di polvere di carbone, la ruota di un trattore sopra un mucchio di cianfrusaglie perdute o lasciate a marcire, le pozze d’acqua, ancora pozze d’acqua e di foto sull’erba gonfia di cielo e cielo gonfio di terra e carbone.
Chissà se fuori dal mio treno la gente respira. Non c’è nessuno intorno, soltanto resti e un’auto già passata e zeppa di riflessi cielo e terra, come sopra.
Fino a Strasburgo non mi arrendo. Non ho più nulla da fare.
Solo tornare a casa.
 
 
               Stazione di Stoccarda
 
È una pubblicità
dietro la scritta toilette
accanto alla finestra
a cassettoni rossi i contorni
e il vetro
pulito prima
di un’altra pubblicità
e le sedie poltrone
che ridono appena
qualcuno si siede
perché non c’è pace nel mondo
se tutto rimane
cosí com’è
 
Lo schermo tv
delira in silenzio
sopra la scritta toilette
osserva quell’uomo
vestito di grigio
capelli di grigio
acceso da tutti i colori
lui spento
 
 
29 Dicembre 2013: Literaturhaus Café, Norimberga
 
Heimat.
L’ho letto adesso sul giornale della domenica.
Come traduco il termine?
Patria, a casa? Di mattoni e cemento o di città e paesaggi?
Non esiste.
È solo una sensazione uniforme e pigra, addormentata in un angolino della gamba sinistra, quella che poggia direttamente sulla sedia, la percepisce, calda pelle rosso scuro e il piede nella scarpa posata sul pavimento a listarelle di legno.
A casa sono a Norimberga perché ci abito da due anni.
E a Paris?
Anche lì ero a casa.
Ovunque a casa nella mia anima nomade e capricciosa che tra poco se ne andrà ancora:
a Paris.
 
 

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