Preliminari e orgasmo dell’essere nel dire: vita e letteratura come erotismo

Preliminari e orgasmo dell’essere nel dire: vita e letteratura come erotismo

Matisse, Blue nude II (1952) x art dario gargano
Matisse, Blue nude II (1952)

Anche Charcot, cerca di intingersi nel caffè dell’intuizione, per sperare in una risoluzione definitiva della conoscenza dell’essere: come si è in definitiva? Come ci si dovrebbe comportare? Cioè come si dovrebbe agire? In tutto questo specchio di riflessi, insorgenze, sobillazioni dell’io interiore, feste palpitanti di un cuore che batte per un DOVER D’ESSERE (condizionato, e per natura!), e al cuore di tutto questo, v’è il LOGOS, la parola.
Non basta leggere, bisogna scrivere: et-et: non basta scrivere, bisogna leggere. Come l’acqua che per arricchirsi, si sfrega continuamente nel suo moto perpetuo nei letti minerali dei fiumi succhiandone i preziosi minerali per intercessione di questo magico continuo sfregamento, così l’ESSERE è continuamente titillato da una scossa magnetica sotto forma di vibrazione, a volte così forte, a volte così carnale, a volte così spettrale, ma sempre “informante”. Un riflesso magnetico indotto, saprebbe ben dire il francese, non troppo francese, Eliphas Lévi. Sì, è la parola. La parola.
Già, la parola. La parola sottoforma di VOCE. Nella sua esplosività massima.
Quasi mezzo secolo fa, Jacques Lacan pronunciava i suoi apoftegmi dal dietro di un pulpito ridarello, e vezzeggiato dal suo discorso sull’essere, a proposito della parola: è un buco, sull’esistenza. Siamo tra Pasqua e un uovo di cioccolato. E questa riflessione lacaniana in definitiva fa la corte alla morte dell’unto, già: il soter biblico. Non rimane perciò che aspergere nell’olio di nardo i propri piedi. Ora questo buco, nero, viene riempito, da una scossa vitale, da una tensione naturale, e viene riempito quindi dal fallo (?).
Qualcuno mi dice sempre: Dario Matteo Gargano, in fondo è un pansessualista elitario ribelle con l’aria D’Annunziana, con la presunzione socratica del non sapere, e con l’aria di un Dalí al quale è stato dato un applauso ennesimo, con una sonorità del dandy baudelair(e)iano che si contorna l’aura di fronte allo specchio. Quel qualcuno sono io, o forse i riflessi esterni rifratti a me, da un mio essermi prodotto in un “dire”. Siamo sempre nel DIRE.
Sì, sempre! Anche quando l’ingenuità prende il sopravvento assieme all’oziosità della trascinante esistenza muta, devo ricordare che: quando diciamo QUALCOSA, stiamo sempre, sempre, sempre e quandunque affermando o disaffermando il nostro EROS. La nostra spinta vitale. La nostra affermazione sull’essere. La nosta spinta espressiva al vitale. L’esplorazione del linguaggio porta a questo. Un corpo dovrebbe sempre chiedersi: quanta sessualità sto affermando adesso? Quanta sessualità mi è stata tolta da questo giorno per colpa di un dover lavorare? Dov’è il legame con la morte partendo dal linguaggio? Arriveremo ad una Pasqua predestinata?
Una simile interpretazione del dire era stata già rimboccata nel letto della letteratura da Roland Barthes: sì, per Roland Barthes, qualunque cosa voglia dire la letteratura, essa ha sempre a che fare con l’orgasmo: sia che leggo Kafka, o Bataille, o Joyce, o quel bastardo tentatore d’esistenza che è Cioran, il messaggio è sempre e soltanto uno: la dichiarazione dello statuto di Eros, dell’Eros.
Ho sempre visto la vita come un rapporto erotico, in diversi momenti. Già: l’incontro con la vita, questa è il “momento primo”, il momento in cui si tocca il flusso dell’esistenza, aggrappandocisi, per una sicurezza desiderata, voluta, anelata a tutti i costi, sfuggendo all’infinito che siamo. E poi c’è il secondo momento, quel momento in cui inizia lo sfregamento vero e proprio, la confidenza con la vita, e quindi- sì!- il bisticcio, il rifiuto, il no, il non-me-l’aspettavo, il vorrei-un-letto-di-rose-perpetuo, e quindi l’intrusione del negativo, l’impatto, dopo la felicità bambina, fino all’orgasmo finale, che è un attimo: un attimo!, Dio!, cioè, è un attimo (anche quando lo faccio durare un’ora)! un brevissimo attimo di seconda felicità, dopo i preliminari e la confidenza, un attimo di sospensione dell’essere dove quel buco nero, quel boh, quel mistero, emerge, ed emerge in tutta la sua regalità ed imperanza come un vulcano la cui gittata magmatica non si sa dove voglia arrivare a spruzzare attivamente: in questo momento la parola cede al rumore, al mormorio corporeo o astrale, per designificarsi, per restare meramente musica.
Sì. Bisogna venire per dover morire!

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