Proust e la gelosia

Proust e la gelosia

GHEZZANI OMBRA NARCISO

lo scrutatore d’anime

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[Brano tratto dal libro di Nicola Ghezzani L’OMBRA DI NARCISO, FrancoAngeli 2017, da pochi giorni in libreria. Il libro è dedicato ai disturbi del narcisismo e alla sua funzione potenzialmente sana. Un capitolo è dedicato alla gelosia, in quanto sottile fora di rifiuto dell’amore. Il brano che segue è tratto da quel capitolo]

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Se pure la sua vita quotidiana offre confortanti scene di comune affetto e di comune confidenza, il geloso non può fare a meno di sdoppiarle e vederne il rovescio. Ed ecco che prende a tormentarsi con una visione nella quale la persona amata gli appare diversa, un’altra: ora lei offre il suo sguardo, il suo sorriso, il suo corpo a un amante e mentre lo fa gode del tormento inflitto a lui, il geloso. La visione si impone come se lo scenario fosse stato costruito apposta per lui da quel regista perverso e raffinato che è il suo Io antitetico, il suo Io angosciato e rabbioso; e non importa che ciò che l’Io antitetico gli suggerisce sia vero soltanto frutto della sua immaginazione.

Ascoltiamo il più grande esperto di gelosia della letteratura di ogni epoca, Marcel Proust. Il personaggio che campeggia nei primi volumi della Ricerca del tempo perduto, Swann, ricorda le scene d’amore con Odette, la sua amante, immerso in un’ansia continua. Gli viene alla mente un moto languido di Odette nei suoi confronti, ed ecco che subito comincia il tormento:

Ma subito, la gelosia, quasi fosse l’ombra del suo amore, si completava col duplicato di quel nuovo sorriso che lei gli aveva rivolto la sera stessa – e che adesso, capovolto, canzonava Swann e si colmava di amore per un altro – col duplicato di quel capo reclino, ma voltato verso altre labbra, e donati a un altro tutti i segni di tenerezza che aveva avuto per lui. […] Tanto che giungeva a rammaricarsi di ogni piacere che godeva accanto a lei, di ogni carezza inventata di cui aveva avuto l’imprudenza di farle notare la dolcezza, di ogni grazia che le scopriva, perché sapeva che un istante dopo avrebbero arricchito di nuovi strumenti il proprio supplizio.[1]

Swann non è tormentato dalle prove oggettive di un tradimento, ma dal suo stesso pensiero, che duplica in uno scenario opposto e perverso i ricordi dei piaceri d’amore. Questa duplicazione, quest’ombra perversa che accompagna l’oggetto, è la stessa ombra perversa di Swann: lui non crede nell’amore di Odette e non vuole abbandonarvisi, infatti Proust annota: «Tanto che giungeva a rammaricarsi di ogni piacere che godeva accanto a lei, […] di ogni grazia che le scopriva, perché sapeva che un istante dopo avrebbero arricchito di nuovi strumenti il proprio supplizio».

Sapeva che la sua stessa ostilità a cedere al potere seduttivo di Odette avrebbe trasformato ogni segno d’amore in un segno rovesciato di esclusione. Detto in termini ancora più chiari: Swann è preda dell’amara consapevolezza di essere in fondo lui stesso un miscredente dell’amore: non appena il suo cuore l’avesse riconsegnato, come un bambino, nelle mani della sua amata, in quello stesso istante, come a irridere e deformare il sentimento in atto, il suo regista interiore, il suo Io opposto e antitetico, gli avrebbe rovesciato l’immagine dell’amata mostrandogliela come un mostro osceno e traditore. Egli conosce il “vizio” della sua mente: un attimo prima egli è estasiato fra le braccia di lei, un attimo dopo la sua immaginazione lo offre in pasto all’angoscia di annientamento.

In fondo, osserva Proust, Swann odia il suo amore per Odette, forse odia qualunque amore, perché l’amore induce una dipendenza dall’amato che egli vive come sconfitta, prigionia e tortura: la tortura di essere legato a qualcuno che ha il potere di escluderlo, di ignorarlo, di annientarlo. Il desiderio di amore è reso ansioso dall’angoscia del legame, dall’abissale certezza di dipendere da un altro essere umano, un essere umano di cui in fondo non si conosce la vera natura.

L’ambiguità del geloso sta tutta in questa indecisione: vorrà abbandonarsi all’amore e vivere lo smarrimento amoroso – la dissoluzione dell’Io e la creazione del Noi – rassegnandosi alla potenza dei sentimenti; o piuttosto se ne vorrà difendere  attribuendo all’altro (vera o meno che sia) la crudeltà dell’ingannatore e del dominatore?

Poiché teme di perdere il controllo sul proprio Io, cedendo all’amore egli di fatto questo controllo lo ha già perso, ma se ne rammarica, e fa della lotta contro di sé (rovesciata nella lotta contro il partner) la ragione ossessiva della sua vita. Finché è geloso non è davvero innamorato, quindi è ancora “forte”; finché è geloso non è davvero innamorato, quindi non è “ostaggio” di un potenziale persecutore. La gelosia è la più sottile forma di narcisismo, una difesa dall’amore che simula il massimo dell’amore.

[1] Proust M. “Dalla parte di Swann”, in Alla ricerca del tempo perduto, 2 voll., Newton & Compton, Roma, 2014, vol. I, pp. 220-21.

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