Stradiario

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Quint Buchholz

rubrica, inediti d’autore

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Caro diario,
sai, quando so che qualcuno esce io sto a pensare. Me lo figuro per le vie, in auto, che posteggia, poi al supermercato con il carrello pieno e la musica assordante, o a scegliere regali belli (non per me…) nei negozi, in centro. Al bar a prendere un the. E che disbriga cose. E che gli piace (piacerebbe anche a me…). E così trascorre il pomeriggio anche in questo immaginare. E sono un po’ con lui. Ed è come essere uscita. E forse mi serve. Invece sono a letto, ho dolore intenso e penso che fuori sarei felice. Un poco. Forse.

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Caro diario,
io la notte mi sveglio intorno alle due e mi metto a parlare. Dico cose importantissime, quelle che di giorno non si pensano. Allora mi viene da ridere, e rido davvero e anche facendo un rumore inutile. Poi mi rigiro più volte nel letto, sudo e mi scopro, e riprendo a parlare. L’altra sera ho ricordato la storia della Democrazia Cristiana della mia città e mi sono perduta in tanti particolari. Gli anni sessanta e quel che fu per noi il tempo. Il sonno l’ho perduto. Allora ho raccontato di un mio viaggio ad Assisi e mi sembrava di esserci davvero. Volevo ridere e pure piangere. Infatti è successo. Anche perché mi son sovvenuti i gatti della mia vita che ora son tutti sotterrati con una crocetta di legnetti. Così mi dicono. Quando il dolore si fa più intenso mi arrabbio e penso a quando avevo occhi verdi e lunghi. E mi riaddormento.

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Caro diario,
sono qui a tormentarmi un pochino pochino. Perché vorrei guidare un’auto piccola e celeste. Un celeste opaco. Andrei dal parrucchiere e sceglierei una nuova tinta per i capelli, azzurri come l’auto, o bianco svedese. E mi metterei orecchini pesanti e spille di corallo. E scarpe basse e colorate. E forse farei qualche salto, o una corsa breve. Tornerei a casa trafelata, con la piega da guardare, vedendomi diversa finalmente. Senza quest’aria da preside in pensione. Mangerei un sofficino fritto, e non avrei bisogno del bicarbonato. Insomma sarei una donna normale. O no…

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