Tiziano Broggiato, con il suo “Novilunio”, verso un “aldilà in cui possono coesistere/ indugio e desiderio”.

Tiziano Broggiato, con il suo “Novilunio”, verso un “aldilà in cui possono coesistere/ indugio e desiderio”.

L’infelicità passa di mano in mano
P. Larkin

 
Il bisogno di confidenza accorata, l’idea di un inseguimento estenuante, di una quiete continuamente disattesa, di una poesia dunque che si distende nelle zone d’ombra dell’esistenza – quella comune “sala d’aspetto periferica” – impregnano “Novilunio”, la silloge di Tiziano Broggiato che LietoColle ha pubblicato nella Collana Gialla Oro nell’aprile di quest’anno.
Il poeta vicentino, il “contemplatore di acque” delle raccolte precedenti, che in quelle pagine sperimentava la vertigine del viaggio, mira adesso “a controllare la notte,/ come un guardiano il suo museo”, ad una esperienza conoscitiva cioè che si configura come desiderio di ritorno e, diremo, di quieto annullamento – ma “non è una fine, né una muta resa” – di fronte all’orizzonte oscurato della storia anche personale; non è certo un caso che alcune liriche costituiscano consistenti varianti da raccolte precedenti, a sottolineare come la poesia di Broggiato si muova per auto-appostamenti, per ricapitolazione e riscritture fino al raggiungimento (provvisorio) di un personalissimo “arido vero”: “Vedi che alfine tutto si riduce ad un lento, inesorabile/ avvicendamento come quello che induce ogni giorno/ a spegnersi in quello successivo”. Una legge, nella “perfetta organizzazione del giorno”, cui non sfuggono nemmeno gli affetti più cari e radicati: la madre su tutti.
Dunque una cartografia dell’essere continuamente sottoposta a variazioni, le quali, ora nella frequentazione della Natura, ora nella pratica della scrittura poetica trovano – anche “controvento” – “l’ennesima, proficua tregua”.
Seguendo queste indicazioni lo spazio che la poesia abita nei versi di “Novilunio” si espande: non abbraccia soltanto i luoghi fisici e immaginari, i ricordi e le attese lancinanti ma si proietta verso un “aldilà in cui possono coesistere/ indugio e desiderio”. Che ci paiono davvero i due poli entro i quali si inarca l’io poetante: e la citazione (a prescindere dall’amato Larkin) dall’ottava elegia duinese di Rilke – davvero si vive “per dire sempre addio” – rientra dentro questa idea di essere-poesia “nella fessura tra veglia e sonno”, di questo suo disperdersi e dissiparsi, “rarefatto, immobile come una storia/ rimasta dietro lo sguardo”.
C’è però anche un’altra geografia che si irradia dalle pagine di Broggiato (e stupisce anche la sua serena ossessione per la luce, la sua insistenza aggettivale – “contratta”; “rappresa”; “ambrata”; “alta”; “guardinga e aspra”; “vivida e contratta” – che fissa l’elemento cui ritornare sempre: “Il simbolo della vita:/ non riesco a pensare ad altro”): quella dei luoghi che il poeta ha attraversato (già condensati in “Città alla fine del mondo”, Jaca Book, 2013) e tutti convergenti, qui in “Novilunio”, lungo la sua ossimorica “fuga esitante”, nella significativa “Ninive: da un lato tappa fascinosa di un passato remoto immaginifico, assurto a simbolo del ritmo inesorabile del tempo, dall’altro topos della nostalgia per ciò che è stato e per la possibilità di quello che potrebbe essere.
Il campo semantico della frontiera come margine e del limite, delle città e delle loro memorie si propaga perciò per tutta la raccolta e dopo il frammento dal poemetto “Ascoltando Marylin”, che in un testo precedente legava, lungo una discretissimo repertorio di schegge di ritratti, il ricordo personale alla memoria collettiva, la catastrofe di una morte alla perlustrazione dell’umano dolore, trova proprio in “Ninive” la sua parola d’ordine: “Dall’inizio di questo secolo/ tutte le maree sembrano convergere/ sulla città desolata.// Chissà quanto tempo dovrà trascorrere/ prima di avvistarne i relitti e/ di poter distinguere all’orizzonte nuove terre.” Anche formalmente il dire poetico di Broggiato orbita intorno ad una gravità emozionale che si fonde in quella strutturale: è un versificare sospeso “sull’incolmabile confine”, senza vertigini sintattiche: e la prevalenza della paratassi, l’andamento prosastico e colloquiale, quasi fosse un soliloquio, lo confermano.
Sono tutti temi questi, che attraversano incessantemente le pagine di “Novilunio”: ma qual è il criterio che li sottende tutti? Una vibrata accettazione di essere nel mondo, una compostezza adempiuta nel silenzio “su cui convergono tutte le ombre”, l’attesa per una resa dei conti, per l’indefinito altrove”, l’imminenza, la sosta sul varco per rinviare il “frettoloso congedo”, il godere rattenuto di una felicità ancora da venire. Poeticamente: “il desiderio di iniziare/ un’altra specie di tempo, un novilunio che sappia rimuovere/ una stagione, questa, vicina allo zero”.

 

(Tiziano Broggiato, fotografia di Dino Ignani)

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