Vivian Maier

Vivian Maier

Vivian Maier, Self-Portrait, 1955  SAVINA

L’antro della Pizia

In qualunque città del mondo esiste un quartiere, uno soltanto, dove si aggirano gli spettri delle donne sole a vita e a morte. Ci vado spesso, in qualunque stagione o in qualunque città. Preferisco farlo quando c’è vento: non so per quale mio vezzo particolare. Lo so: adoro ascoltare il mordicchiare delle tende sui vetri delle finestre.
Le donne non possono vedermi, ma il potere da pizia concede a me di scrutarle a mio piacere. Neppure tra loro si vedono e non perché cieche, semplicemente perché non esistono né spettri di donne né quartieri né città. Voi non le scoverete mai. Ma io le so lì, le trovo: non le spolvero. Sono una collezionista di solitudini da antiquariato, senza rivendicarne il possesso. Simili donne sono state e resteranno di nessuno.
Vivian Maier è tra queste.
Lei è perfettamente un bianco e nero.
La seguo, mi semina non di proposito, lascio che sia così, sempre, meravigliosamente libera casuale. So come ritrovarla: dal profumo del suo sangue ad onde.
La Morte non le segò le ossa, la bara dentro cui capitò costò cara, chissà a chi. Forse attinsero da soldi suoi nascosti in qualche anfratto e ritrovati da abili d’olfatto.
Lei non ebbe il dispiacere di alcun caro.
Ufficialmente fu bambinaia a tempo pieno per tutta la vita. Bislacca, si narra adesso. Crudele, quando si vuole esagerare. Non si sta mentendo: fu maligna di proposito per murarsi agli altri. Fu filo spinato, fu sedia elettrica, fu castello con fossato senza ponte levatoio. Fu addestratrice di coccodrilli. Fu dal primo febbraio 1926 in un’ora che non ci interessa di New York fino a un’altra ora ancora meno importante del 21 aprile 2009 a Chicago. Poi, solo poi, dopo la bara lunga, fu per sempre un’immortale.
Dai bambini in affido ricevette solo livore da lei stessa coltivato come ortensie. Spesso la cattiveria è ricordata con maggiore lucidità dell’amore. Però ad ascoltarli adesso quei mocciosi divenuti grandi, te ne accorgi della mortificazione mista a orgoglio d’essere stati scotennati qualche volta, un tempo, da una tra le più grandi fotografe di questo pianeta ormai raffermo.
Zitta, Vivian percorreva a passo lungo da marcia strade di folle. Le braccia “un, due! un, due!”.
Per collana una Rolleiflex.
Zitta lei spiava, click, spiava, click. Un volto deformato dalla fame? Click. Un bacio tra due bocche da Vivian mai sperimentato? Click. Gli sghembi quanto lei, le belle ragazze, i musi immarmellatati dei bimbetti, i vecchi ignari d’essere tali? Click. E ancora l’enigma di se stessa riflesso in qualche specchio o vetrata di bottega. Click.
A casa, in un baule che avrebbe potuto contenerla solo se segata o imbozzolata, nascondeva rullini su rullini. Pochi quelli sviluppati.
150.000 occhiate di una donna sbocciarono in magia dopo l’interro nel 2009, aprile.
E trovarono, nella misera stanza casa sua, pile di vecchi giornali con articoli sulle mostruosità umane. Delitti, carneficine, violenze sulle donne. Maschi da odiare. Si aggirò un padre orco nell’infanzia di Vivian? Supponete, voi. Io lo so.
Un baule di tue pupille belle e rare, ragazza mia.
Come ti videro, tutti!, a quel punto, Vivian: con le vesti stracciate, il corpo tanto alto e magro esposto. Riconoscenza postuma.
So che non approvi questo stupro, te lo leggo adesso nel passo strisciante in questa città qualunque. È sempre pesante quanto rapido di piedi soli, come allora. Ha sempre un’eco, come allora. Click.

 S.D.M.

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