#1Libroin5W.: Alfio Patti, “Eretici, avventurieri e cospiratori (poeti siciliani nel travagliato Seicento)”, Algra.

#1Libroin5W

 

Chi?
«Si tratta di poeti siciliani colti del Seicento, uomini liberi che seguirono il loro istinto e non ebbero timore a esprimere le loro idee contro il potere dispotico della monarchia spagnola, il potere arbitrario della nobiltà e il potere oscurantista dell’inquisizione. Questo costò a loro il carcere, la persecuzione e persino la morte. Dopo aver letto 34 dei poeti più noti del Seicento siciliano ne ho scelto otto che ci mostrano una cartina al tornasole di un’epoca interessante, spartiacque tra Rinascimento e Illuminismo. Un periodo tanto oscuro quanto preparatorio alla rinascita della ragione e della libertà di pensiero. Per la loro conoscenza furono definiti “eretici” cioè uomini che fanno scelte forti e che a causa di queste scelte la loro vita diventa un’avventura per sfuggire alle insidie e ai contrasti che ne derivano per sfociare, poi, in una cospirazione per abbattere quel sistema che toglie libertà e dignità agli uomini, da qui “Eretici, avventurieri e cospiratori”».

Cosa?
«Attraverso i loro versi, perché sono i versi a raccontarci vite e storie, conosciamo usi e costumi, luoghi e regole, politica e religione, giustizia umana e divina di quell’epoca, ma apprendiamo soprattutto i sentimenti che questi uomini-poeti hanno espresso con i loro versi pieni d’amore nei confronti della Poesia. Questa era considerata, allora, un dono di Dio e come tale doveva essere onorata e coltivata, soprattutto condivisa. Attraverso i loro versi si conosce un secolo fatto di siccità, carestie e conseguenti sommosse rivoluzionarie, ma anche di pesti di eruzioni vulcaniche e terremoti. Il Seicento fu un secolo nefasto per la Sicilia, oggi grideremmo al complotto ma allora non c’erano né il buco d’ozono e nemmeno esperimenti nucleari, la Natura faceva il suo corso. È la giustizia il tema ricorrente nei loro versi perché alcuni di loro vennero incarcerati senza processi e a volte senza nemmeno un movente. Erano colti e miravano alla conoscenza, queste le loro colpe».

Quando?
«L’interesse per questi poeti è nato, in verità, circa 20 anni fa quando leggendo autori del passato (da 35 anni faccio il ricercatore e studio la poesia siciliana) avevo notato che alcuni di loro avevano avuto una vita rocambolesca. Per fare questo lavoro, però, occorreva tempo, concentrazione e ricerca. Cose che non avevo in quel tempo. Il confinamento per la pandemia, però, ha riacceso in me l’idea. Ho individuato, quindi, questi poeti di un certo spessore e ne ho trovati diversi che avevano vissuto la loro vita con fatica e sofferenze e avevano scritto, per questo, le loro poesie sulla propria pelle. Nel libro vi è un capitolo dedicato alle carceri dove erano stati rinchiusi i poeti. Nelle pareti di alcuni “dammusi”, celle, si sono trovate le loro poesie con richiamo a Cristo, perché il figlio di Dio, come loro, era stato condannato ingiustamente: “Tu ’n cruci Signur miu, di sangu allaghi / ed iu ti guardu, e nun mi sfazzu intantu? / Iu lu Debitu fici, e tu lu paghi” – Michele Moraschino. Alla fine della pandemia mi recai a Palermo, al palazzo Chiaramonte, detto dello “Steri” dove vennero rinchiusi gli eretici. I cospiratori venivano rinchiusi, invece, alla “Vicaria” e “A lu Casteddu” di Piazza Armerina, dove i topi erano grossi come cavalli di Borgogna: “Curcannumi la notti ed iu sintìa / un certu piditozzu di cuntinu (…) / Mi parìanu cavaddi burgugnuni / ed idd’eranu surgi ca niscìanu / d’intra ‘ddi purtusazzi e di ‘dd’agnuni.” – Paolo Maura.

Dove?
L’idea è nata nel “villaggio dell’anima” dove abitano tutti i nostri sogni, le nostre curiosità, le nostre percezioni. In-Tueri, osservare dentro le cose, poi, ti aiuta a mantenere vive le percezioni per poi Intus-Legere, intelligentemente mettere insieme tutte le informazioni acquisite, scavate e trovate nel grande sito archeologico della letteratura siciliana lasciata al maggese, dimenticata e destinata all’oblio. Il testo, quindi, è cresciuto a vista d’occhio con ricerche fatte da casa (eravamo confinati). Con internet sono entrato in biblioteche dal Vaticano ad archivi storici, Fondazioni, etc. Con i libri che avo in casa, poi, ho fatto quadrare il cerchio.

Perché?
Perché è doveroso, da parte di chi studia e ricerca, dare voce e giustizia a chi non ne ha avute nella vita. Per giustizia intendo anche quella che li affranca dall’oblio; la giustizia che accende un riflettore su uomini particolari e a volte speciali che oggi nessuno conosce. Ho fatto lo stesso con Graziosa Casella, la poetessa delle passioni amorose, catanese, femminista ante litteram, colta che Catania colpevolizzò e seppellì in tutti i sensi. Io con “Arsura d’amuri” l’ho riconsegnata alla sua terra e spero nelle tante donne che si occupano di donne nella storia. Questi poeti, quindi, andavano ascoltati ed io l’ho fatto nel silenzio di quei giorni della pandemia, quando la gente cantava dai balconi, sventolava bandiere per dire che era viva e che ce l’avrebbe fatta. In quel periodo in cui tutti riflettevamo sulla nostra esistenza questi poeti reclamavano che si parlasse della loro, misera, nobile, dolce, amara, ricca e povera, dicotomica se volete, vita sempre in equilibrio tra la vita e la morte: “Nascendu l’homu è cunnannatu à morti / bench’haia qualchi spaziu di vita, / ma chidda è vita di cuntinua morti, / tant’è attaccata la morti à la vita; / cussì la nostra nun è vita, è morti, / né differenzia cc’è di morti à vita, / talchì cui brama vita, hà sempri morti, / e cui penza à la morti ha eterna vita.//” – Nicolò Mussuto.

scelti per voi

(tre stralci del testo con tre poeti che hanno avuto vicissitudini diverse: il primo fu un cospiratore contro la Spagna e venne giustiziato; il secondo venne accusato di eresia dal Sant’Uffizio e avventuriero morì di spada in un duello; il terzo fu imprigionato per circa 15 anni per aver amato la donna sbagliata e patì le pene delle carceri che ci descrive).

Giuseppe Della Montagna
(Palermo, primi anni del ’600 – Spagna 1650)
Poeta arguto. Dottore in Legge. Scrisse in spagnolo, toscano e siciliano.
Fu una delle menti nella rivolta di Palermo del 1647.
Cospiratore contro il viceré fu inviato nelle carceri spagnole, dove morì suppliziato.

[…] A questo punto, invece, cerchiamo di capire attraverso le ottave che seguono, […] che cosa il poeta cospiratore, l’uomo che ebbe nella rivolta del 1647 uno scatto d’orgoglio indipendentista per la Sicilia, presagisse in cuor suo per le sorti della rivolta.
Una nuova pestilenza, la cattiva gestione delle risorse contro la carestia e i continui soprusi furono le cause che portarono un intero popolo a ribellarsi. Appare chiaro, però, che forse il Della Montagna non ce l’avrebbe fatta, anche se il popolo e le maestranze avevano aderito tutti. Troppe le spie, troppo il potere dei nobili e del clero, che agirono per incrinare le alleanze fra le corporazioni. Se per il popolo lo spunto della rivolta fu la scarsità del pane (e l’aumento del suo prezzo) a seguito della siccità dell’anno precedente, una diseguaglianza tributaria, per l’avvocato Della Montagna si trattò di un’occasione per realizzare un sogno. […].
Le rivolte, cominciate a inizio secolo e che sarebbero continuate fino a conclusione dello stesso, non erano rivolte strutturate. È vero che a fianco del capo-popolo arguto e coraggioso, il battiloro Giuseppe D’Alesi, desideroso di operare riforme sociali, ma assolutamente leale verso la Spagna, c’erano i due avvocati Della Montagna e Pietro Milano, ma la rivolta, che fece fuggire il viceré Zuniga, […], non si protrasse per più di una settimana, in particolare dal 15 al 22 agosto.
Nell’ottava che segue non ci troviamo davanti «ad un lamento dettato dalla passionalità, quello che sgorga dal verso, ma alla rappresentazione di un’agonia interiore scaturita da un’assurda immaginazione». Il poeta sentiva l’avvento della sua fine e del fallimento dell’impresa e addebitava a se stesso gli scarsi risultati:

S’iu sugnu mira ad ogni tirannia
non è lu celu, stidda, né la sorti,
né si’ tu, di la Parca manu mia,
chi mi cunfunni ogn’ura e mi scunforti.
Iu culpu, chi caminu pri sta via,
nisciunu autru ci culpa a li mei torti;
iu cercu affanni pr’affannari a mia,
iu la mia dogghia cercu, iu la mia morti.

E ancora un invito ai posteri, […], quello di non piangere al proprio funerale, né di far suonare campane né come in questo caso di dare alcuna sepoltura.
Negli ultimi giorni di vita non accettò alcuno aiuto. Era e si sentiva solo, così come pensava di esserlo stato per tutta la sua vita:

Nun manca a li bisogni la natura,
’un aja pietà di mia nisciunu mai,
non vogghiu aiutu a chissa mia sciagura,
pirchì la Morti mi ni duna assai.
E pirchì assai mi chiansi la vintura,
nuddu mi chiancia s’iu su’ mortu ormai,
e nisciunu mi dugna sipultura,
chi assai sepultu su’ ’ntra li mei guai.

Giuseppe Della Montagna sceglie la sua strada, sa che l’uomo è l’artefice del suo destino. Vuole sottrarsi alla concezione che la sorte lo abbia già predestinato e a quella che nella vita bisogna chinarsi agli eventi. Egli non condivide la filosofia popolare del “Calati juncu ca passa la china” o quella del “Quannu tira ventu fatti canna”. Tutt’altro. Lui non avrebbe mai “Vasatu li manu a cu’ si li merita tagghiati”. «Egli sa quale sarà la sua scelta e prevede quale sarà la sua fine, la attende l’anticipa, la vive in tutte le sue fibre con l’immaginazione; ma con una fortezza d’animo che il suo stranissimo secolo sa ancora trarre dalle sue viscere malate. Si continua a morire sulle forche, decapitati, al rogo, ma si cerca ancora di svincolarsi dall’idea della fatalità, d’interrompere il corso, di sovvertirlo»:

[…]

Michele Remigio Moraschino
(Palermo, primi anni del ’600 – morto di spada il 1° settembre 1648)
Poeta. Dottore in legge. Coltivò la filosofia, la teologia, le matematiche.
Scrisse in latino, in siciliano e giocoserie toscane.
Prigioniero dell’Inquisizione nel complesso dello “Steri” di Palermo.

Moraschino in carcere, prigioniero dell’Inquisizione.
Accusato di stregoneria, rinchiuso nello “Steri” dei Chiaromonte a Palermo

Il Moraschino cominciò a viaggiare sin da giovane, visitando diverse città italiane. Divenne dottore in Diritto e avvocato fiscale presso la regia Gran Corte. Ebbe una vita movimentata. Durante i suoi viaggi non imparò solo lo stile poetico, ma apprese anche l’arte della scherma, «in cui divenne un vero maestro al punto da farsi nomen viri strenuissimi, di uomo di grande valore in quella sua attività. Non vi fu sfida che non lo vide vittorioso, che non destò nei presenti ammirazione e stupore. […] Il primo settembre del 1648, durante una delle solite sfide o duello cadde trafitto e morì».
[…] Uomo molto irrequieto e passionale, fu spinto dalla volontà di conoscere e volle andare oltre, come sostenne il santo Uffizio, che lo condannò per “aver partecipato a riti magici e malefici”. […].
Moraschino fu coinvolto nel caso della setta di negromanti schiacciata dagli inquisitori tra il ‘30 e il ’33, incriminato per aver suppostamente partecipato a diversi riti magici e malefici e aver letto testi proibiti quali la Clavicula Salomonis e una Arte medori de insomnis. Tali accuse si basavano sulle dichiarazioni di appena quattro testimoni, giudicate dal Cotoner poco circostanziate e sostanzialmente inaffidabili. Ciò malgrado, «con tanta publicidad y infamia», il poeta venne arrestato il 15 agosto 1630, durante i festeggiamenti dell’Assunta, e fu trattenuto «desconçolado» nelle carceri inquisitoriali fino al 4 febbraio del 1633, quando venne liberato, ormai assolto dalle imputazioni ma con gran danno nella «reputaçion […], profession y haçienda». […]
Tuttavia, le accuse dalle quali il Moraschino venne poi prosciolto, non intaccarono in modo definitivo la sua fama di poeta e personaggio di cultura e di avvocato fiscale presso la regia Gran Corte. […].
Abbiamo ragione di credere che il Moraschino fosse stato vittima di una congiura a suo danno. Forse perché molto amico dei gesuiti nemici da sempre dei domenicani […].
Nella raccolta, Le muse siciliane sacre, pubblicata a Palermo nel 1653, il curatore Pier Giuseppe Sanclemente, al secolo Giuseppe Galeano, inserì anche un’ottava postuma A Christo in croce, un commosso canto alle virtù della rassegnazione cristiana: non era altro che il secondo dei componimenti scritti sulla parete destra della cella n. 2, in alto a sinistra di essa, nello “Steri”.

Di seguito il testo:

«Tu in cruci Signur miu, di sangu allaghi
Ed iu ti guardu, e nun mi sfazzu intantu?
Iu lu Debitu fici, e tu li paghi
Per mia, di sangu immaculatu e santu?
E pirchi mentri tu la vita sfraghi
Non Versu ohimè, di la tua matri a cantu,
Per l’occhi, come tu per middi chiaghi,
Tu per mia, iu per tia, tu sangu, iu chiantu?

[…]

Era costume letterario, allora, scrivere versi per Cristo in croce. O per vero sentimento o per maniera, nelle poesie sacre pubblicate nella parte terza dal Galeano nel 1651 tutti i poeti si rivolgono al Nazareno crocifisso. […]

Nessuna ombra era rimasta sulla sua persona, nonostante i tre anni passati nel carcere dell’Inquisizione allo “Steri” di Palermo. Dalle sue liriche possiamo conoscere il suo travaglio interiore, il suo percorso spirituale, che lo aiutarono ad uscire da quel tunnel nel quale era finito con l’accusa di magia e negromanzia. Il percorso di purificazione comincia a farlo in carcere. Lo abbiamo visto con le due ottave rivolte a Cristo. Nelle poesie sacre pubblicate dal Galeano troviamo il vero e proprio pentimento del poeta, che pensa di aver speso inutilmente la sua vita, di aver offeso Dio. A quest’ultimo si rivolge per avere le armi per combattere contro tre carcerieri. Se la prende col mondo che lo ha illuso e con le tentazioni del demonio. Riteniamo che il Nostro non abbia mai ceduto alle tentazioni delle miserie umane. Egli fu un profondo studioso di filosofia e matematica. Fu un illuminato e come tale voleva dare spazio alla conoscenza come vera liberazione dell’uomo. E questo la Chiesa di allora non approvava. Ciononostante, egli seppe venirne fuori, facendo tesoro delle sue esperienze, coraggiose e temerarie, così come egli stesso fu nella vita, sfidando chiunque volesse ostacolare i suoi valori e i suoi principi. Ora egli sente di essere diverso, purificato, e trova in Dio la sua guida: «Diu m’aprìu l’occhi, e la sua santa manu / Mi tuccàu, mi muàau, non sù com’era».
[…]

Paolo Maura
(Mineo, 23 gennaio 1638 – 24 settembre 1711)
Poeta.
È stato un rappresentante della poesia satirico-burlesca che prosperò in Sicilia
nel corso del XVII secolo.
Prigioniero nel carcere di Piazza Armerina e nella Vicarìa di Palermo per “amore”.
Fu anticlericale e apostrofato il “mangiapreti di Mineo”

Paolo Maura fu uno dei poeti più noti del Seicento, fra i più discussi per via della sua vita avventurosa e per certi versi leggendaria. Nacque a Mineo, una cittadina in provincia di Catania, il 23 gennaio del 1638 […]. Frequentò il collegio gesuitico menenino per studiare retorica, ricavandone una buona cultura classica. […].
Attraverso le sue poesie, perlopiù ottave, tranne per il poemetto La pigghiata (La cattura), che lo rese famoso, egli tratta diversi temi: digressioni sulla Fortuna; l’ingannevolezza del mondo; la giustizia; schizzi caricaturali; scrive contro l’amore e per l’amore; sulla vita e sulla morte; ottave di ispirazione spirituale, soprattutto nella parte finale della sua vita.
La sua giovane vita venne stravolta da un grande amore per una giovane fanciulla appartenente alla nobile e potente famiglia Maniscalco di Mineo. L’amore per la bella menenina fu ricambiato, i due si amarono con passione e sentimento. Fu tanto forte il loro legame che i Maniscalco, per interrompere questa relazione, rinchiusero la ragazza come monaca di clausura nel monastero di Santa Maria degli Angeli di Mineo. Tuttavia, neanche questo bastò a separare i due giovani, i quali continuarono la loro storia d’amore destando scandalo. Fu a questo punto che i Maniscalco fecero arrestare il Maura, senza alcun processo e motivazione se non quella di aver “turbato la morale” dell’epoca. Il giovane poeta (non conosciamo l’età quando venne arrestato) finì prima nel carcere di Piazza Armerina, “a lu Casteddu”, e successivamente tradotto nel carcere della Vicarìa di Palermo.

Non conosciamo il periodo della detenzione, ma […] sappiamo che venne liberato nel 1673 grazie ad un componimento dal titolo Miserere, invettiva contro la città di Messina in occasione della rivolta del 1672.
[…] siamo in grado di ricostruire tutta la storia della sua vita grazie alle sue opere. E chi meglio di un poeta può farlo in versi? […]
Tutti sapevano che era andato a finire in carcere per aver intrapreso una relazione amorosa con la giovane Maniscalco, ma Paolo Maura addossa la colpa non all’Amore ma alla Fortuna avara:

Ma amuri non ci curpa, è ’dda caiorda,
’dda gran foddi spirdata di Furtuna,
ch’opra a la ceca, la putta balorda!

[…]

Il povero Maura aveva ragione ad imprecare contro la Fortuna che si era tanto accanita contro di lui mentre era felice, innamorato e spensierato. La Fortuna aveva dato una mano ai suoi nemici, pertanto il Nostro era convinto che la Fortuna aiutasse sempre i più stupidi e gli ignoranti, i malvagi e i furfanti, trascurando quelli giusti e intelligenti, (spesso ancora oggi diciamo: “Ci voli furtuna nta vita”, quando ci sentiamo traditi e non gratificati rispetto a coloro che poco hanno dato e molto hanno ricevuto):

Regnanu ’ntra stu munnu li furfanti,
l’omini di tri facci aggruttunati,
li chiù scarsi d’onuri e li ’gnuranti.

Il poeta sa di aver sbagliato e chiede alla Fortuna di placarsi, di essere pietosa nei suoi confronti, ora che ha compreso il suo errore e vorrebbe essere perdonato:

Placa l’ira, Furtuna, e non sia chiù!
Quantu provu la quieti e cchi sarà?
Lu miu piccatu quantu granni fu
ca chiù truvatu pirdunu non ha ?
[…]

Tutto comincia quando gli occhi del poeta incontrano quelli della sua amata:

Di cchi ti vitti, duci miu dilettu,
la bedda libertà persi ad un trattu;
fusti di l’alma mia lu caru oggettu,
sacru centru di cui ’stu cori è fattu.
Ma si forsi non cridi, voi in effettu
di quantu ti dich’iu vidiri un attu,
spaccami e truvirai ’ntra chistu pettu,
pintu a lu cori miu lu to’ ritrattu.

[…]

Il loro amore fu intenso prima della separazione e continuò dopo la chiusura di lei in convento, ma non vi sono ottave né terzine che narrino questo amore vissuto nella clandestinità. Non un tratto che caratterizzi la sua donna. Solo rispetto verso la sua amata, come era stile di allora.
Dopo la reclusione di lei l’ardore che ha animato le liriche precedenti si muta in pena ed il poeta vorrebbe essere un uccello per penetrare nel convento e trovare la sua amata, per poterla ammirare anche solo il tempo di un battito di ciglia:

O Diu chi un jornu auceddu divintassi
e ’dda vulannu trasiri putissi,
unni chi chiusa in quattru mura stassi,
cui di l’anima mia regina ascrissi!
[…]

E mentre pensa come escogitare un piano, per raggiungere la sua amata in convento, […] viene tradito e arriva la cattura. I Maniscalco, stanchi di questa relazione e dell’ostinazione del poeta, mandano gli “sbirri” ad arrestarlo. Appena rinchiuso a “lu Casteddu” di Piazza Armerina, si accorge che stavolta è veramente finita e che non potrà vedere più la sua innamorata. Qui si parla di “spartenza” che logora, una separazione lacerante:

Dulurusa spartenza acerba e ria!
Eccumi privu di la to biddizza.
Ahimè! Comu farò senza di tia,
duci cunfortu di la me amarizza?
[…]

L’arresto di Paolo Maura è per il poeta traumatizzante, perché condotto con disumana ferocia.
La sua casa viene circondata come fosse stato un criminale. Non tengono conto della presenza della madre, che lo esorta ad arrendersi. Le stradine e i vicoli adiacenti la sua casa sono pieni di gente, di “sbirri”, ma anche di curiosi e di preti parati:

E la brutta sbirragghia saracina,
cu tanti cliricazzi in cumpagnia
jianu com’aciddazzi di rapina.

Tutti ddi strati e vucchi di vaneddi
chini ppi chini; e di lu coriu miu
unu vulìa far’utri, e nautru peddi.

In tutti ddi cuntorni in ogni via
autru chi parrinazzi rifaudati
autru chi celi e sbirri non vidìa.

Insieme agli agenti la sua casa viene circondata da ecclesiastici, amici e parenti, che nulla fanno per aiutarlo, anzi. Solo un prete molto umano, don Palmieri, ci racconta il poeta menenino, lo esorta a ragionare e a desistere da ogni vana resistenza.

[…]

Abbrazza cu pacenzia la morti.
Prega pirdunu a Diu, non ti turbari,
si vo’ acchianari a li celesti porti.

Chistu è munnu di peni, e chi vo’ fari?
Munnu ch’inganna chiù, cu’ chiù lu cridi,
soda firmizza non si po’ truvari».

Poteva essere quella la volontà di Dio? “Munnu ha statu e munnu è”! È vero, nulla muta. Le parole del prete non lo convincono del tutto, anche perché Paolo è uomo che crede in Dio ma non alla Chiesa. […]

Nel carcere di Piazza Armerina, “a lu Casteddu”

Dopo aver descritto la figura degli “sbirri”, collocati nella più bassa scala della condizione umana, Maura descrive, con nome e cognome, alcuni agenti nell’aspetto fisico e comportamentale.
Noi continuiamo, invece, a seguire le peripezie del poeta quando, una volta tratto in arresto, venne condotto nel carcere di Piazza Armerina, “a lu Casteddu”. Ricordiamo che il suo reato era stato quello di aver amato “un’intoccabile”.
Ecco come descrive questi orrendi luoghi e le impressioni che ne riceve:

A Chiazza mi purtaru. E li fitenti
’ntra ddu casteddu tantu spavintusu
cunsignaru l’affrittu, lu ’nnuccenti!

Vinni lu castiddanu, un mustazzusu,
tant’era grunna, chi ni ristai spantu;
mi parsi di Tesìfuni lu spusu.

[…]

Il Maura entra nel “dammusu” dove troverà delle sorprese. Questi versi ci aiuteranno a comprendere quale fosse lo stato di degrado nel quale versavano quelle celle e di come erano trattati i condannati:

Curcannumi la notti ed iu sintìa
un certu piditozzu di cuntinu,
ch’essiri genti armata mi parìa.

[…]
Si su’ cavaddi sarannu famusi;
e l’addevanu cca, ’ntra ’stu dammusu
pr’esseiri chiù valenti e animusi.

Comu currinu dunca susu e ghiusu?
Comu su’ li cavaddi a ’sti paisi?
Scinninu mura mura fora l’usu?»

Mentri accussì dicìa la manu stisi,
n’affirrai unu pri lu cudigghiuni,
respirai – «Sia lodatu» – E mi nni risi.

Mi parìanu cavaddi burgugnuni,
ed idd’eranu surgi ca niscìanu
d’intra ’ddi purtusazzi e di ’dd’agnuni.

[…]

 

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