Accabadòra

Accabadòra

Emilia Dziubak

rubrica, L’antro della Pizia

In questo nostro pianeta immenso esiste – tra le tante – un’isola della quale nasconderò il nome. Non è solo il mare a lasciarla in condizione indiscutibile di solitudine, così, posata in mare aperto e nel nulla. Ha un filo spinato di bisso attorno, per impedire a chiunque di lasciarla, per impedire nuovi arrivi. Gli stratagemmi per superare l’ostacolo si sono trovati, ma si tacciono. In realtà gli abitanti dell’isola sanno accogliere quanto andare via. Chi migra lo fa dicendo solo a qualcuno di fidato, Che io possa tornare qui a morire. Giura.
Chi arriva forestiero spesso non riesce a ritrovare lo squarcio nel bisso. E quel non potersene mai più andare non assume forma di peso d’anima. Diventare dell’isola è una condizione irrisolvibile. Una prigionia rassicurante quanto impietosa di frusta. È così: senza logica. L’isola sa diventare un vischio scelto. Più miele, più vischio: non si sa.

L’isola ha sentieri tessuti di leggende e verità che nei millenni hanno perduto la propria origine. Quanto è vero e quanto è falso dell’isola nessuno può dirlo più.

Gli uccelli d’ogni specie: forse loro potrebbero spiarcelo.

Ma quanto sono maestri, i volatili, nell’arte del mentire!

Anche gli abitanti dell’isola: non per cattiva intenzione.

Chiamiamo il mentire in altro modo più leale: immaginare.

Creare storie scrivendole, scolpendole, suonandole. L’isola è una prateria di artisti, e campagne, e canyon, e rocce, e sabbie. Piogge di gelsomini, nevi di inchiostri fuggiti alle penne.
Escrementi di capre al posto delle stelle.
Fiumi. A – bissi restii a restituire eco di voce.
Proprio nel profondo di un abisso è nata, tanto tanto tempo fa, una donna chiamata da tutti Accabadòra. Questo insieme di sillabe significa, Colei che conclude.
Gli studiosi affermano, Non ci sono prove su questa Colei.
È vero, non ce ne sono eppure. Nessun isolano dubita della sua esistenza sull’isola, almeno fino alla fine degli anni ’50. E neppure si è mai dubitato di averla intravista ad occidente, o a oriente dell’isola. Ed erano sempre le sette della sera dello stesso giorno, mese, anno.
Di giorno a nord, o era a sud? E nella stessa notte, in quanti hanno giurato d’averla vista o udita o pensata correre sulla foce del fiume grande, no, era immersa nello stagno dei fenicotteri, no, quella notte non morì nessuno, nell’isola.
Colei che conclude la Vita, che accompagna la fine di uno strazio, con un colpo secco di martellino sulla tempia.
Colei che non si può dire.
Colei chiamata dai familiari impazziti perché faccia tacere un ansimare interminabile. Lo strazio nell’udire un dolore singhiozzante e non ce la si fa a interromperlo con le proprie mani di figlio o madre o moglie. C’è Colei. La creatura dell’abisso innominabile arriva, fa, e scappa, sperando di dimenticarsi, tormentata seppure giusta per un fulmineo gesto e un ultimo saluto baciato sopra occhi ormai con iridi scomparse. Onesta, Colei, nell’aiutare un altro umano impedito a farlo, dirlo da solo, l’addio, saltando il bisso ma morendo a casa.
Colei, la pietà che non chiede compenso. Colei che – soprattutto per chi l’ha cercata con lingua muta da passaparola – dovrà essere dimenticata, rimossa per una complicità da non ammettere neppure brucianti dentro un rogo. Per questo si spergiura, ancora dopo anni e anni di vita e di studi d’isola, Colei non è mai esistita.
Eppure poteva essere sufficiente fare qualche domanda ai vecchi e alle vecchie dell’isola. Ed è stata posta.
Ti guardano,
hanno voglia di soffiarti un ricordo quanto di liberarsi di un sasso sul cuore. Con un tremito alle mani ti rispondono, Ma hai visto quanto sono belli gli uccelli lassù? Sono gialli.
E per vent’anni almeno potrai dire o pensare, Erano verdi, che per vent’anni i vecchi e le vecchie dell’isola diranno, Gialli!
E Colei, le cento Colei dell’isola ancora adesso tessono il bisso.

 

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