Ascoltare il silenzio

Ascoltare il silenzio

Léon Spilliaert

rubrica, nautilus

Domenica 10 ottobre 2004, con la solita combriccola di musicofagi, sono andato al concerto di András Schiff all’Auditorium di Castel Sant’Elmo, a Napoli. In programma le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach. Ero molto curioso di ascoltare dal vivo uno dei massimi interpreti bachiani in un brano che (con altri esiti) mi diletto anch’io a suonare. Uno dei nostri si era preparato la macchina fotografica e aveva intenzione di farsi scattare da me una foto con Schiff. Avevo cercato di dissuaderlo facendogli notare che non si trattava di un calciatore o di una rockstar, ma lui insisteva. Era anche armato del disco delle Goldberg dello stesso Schiff, ben deciso a farselo firmare, disco che ascolto molto anch’io (rispetto alle fantastiche esecuzioni di Glenn Gould ha il pregio di presentare tutti i ritornelli, cosa per me molto importante dal punto di vista filologico). Mi ero pure trattato bene, con un posto vicino alla tastiera, così da poter vedere bene le mani del pianista e mi accingevo quindi a godere di quelle ipnotiche polifonie simmetriche ed enigmatiche. E in effetti ho goduto, l’interpretazione è stata all’altezza delle aspettative: la trasparenza polifonica della composizione veniva esaltata da un’esecuzione precisa senza essere pedante, appassionata senza essere sentimentale (l’Aria e l’Aria da capo sono state da pelle d’oca), impetuosa quando occorreva e dolce quanto bastava. Ho ascoltato le Goldberg al pianoforte da alcuni dei più grandi pianisti contemporanei: Maria Tipo, la prima, a Napoli nel 1990, la mitica Rosalyn Tureck in una magica serata a Sorrento nell’estate del 1991, e poi Bruno Canino, Simone Pedroni, Konstantin Lifschitz ed altri, ma questa credo sia stata la migliore esecuzione. Così, dopo circa un’ora e un quarto di musica sublime, il nostro amico attaccava l’Aria da capo (presentandola nuda e cruda, quasi senza abbellimenti, una novità per le mie orecchie) e, dicevo, avevo la pelle d’oca. La musica era come sospesa nell’aria, sembrava non volesse svanire e così, quando Schiff ha suonato il sol conclusivo, ho chiuso gli occhi per farlo risuonare nella mia testa come in una cassa armonica, al di là del distacco del dito del pianista dal tasto. Anche Schiff rimaneva immobile come impietrito, dopo aver finito, come in ascolto di una musica interiore, con gli occhi chiusi e la testa chinata sulla tastiera. Ma questo limbo sonoro è durato forse un centesimo di secondo: il solito fanatico, desideroso di far capire a tutti di conoscere bene il pezzo essendo il primo ad applaudire, scattava col primo clap facendo venir giù un uragano, con richieste di bis a ripetizione (a cui per la verità mi sono unito anch’io). Schiff andava avanti e indietro a rispondere agli applausi scuotendo la testa. Sulle prime non avevo capito, pensavo che, da perfezionista, non fosse contento dell’esecuzione (in effetti due o tre volte mi pare abbia lievemente sbagliato, una cosa minima). L’uragano continuava ed io speravo un po’ ingenuamente che si ripetesse il miracolo di Lifschitz che suonò Bach per un’altra mezz’ora. Ma a un certo punto Schiff chiede silenzio e si rivolge a noi in buon italiano. Ci ringrazia degli applausi calorosissimi, ma spiega che “dopo questo non si può suonare ancora… ”(mormorio di approvazione…) “dopo la quinta di Beethoven si può applaudire subito e fragorosamente, ma dopo le Goldberg bisogna ascoltare il silenzio!…” Grandi applausi anche qui (avrà applaudito anche quello del primo clap!?), ma senso di disagio per esserci fatti riconoscere. Io poi ero preoccupato perché temevo che il mio amico insistesse nel suo proposito di farsi fotografare. Ma ha desistito e ha fatto bene. Dopo il concerto infatti siamo andati all’uscita del camerino per l’autografo (Schiff ha gradito molto autografare il suo disco… Lì ha firmato per esteso, sul mio programma di sala ha invece messo una sigla!), ma si vedeva che era ancora un po’ incazzato… Che altro dire? Speriamo che ritorni a Napoli, magari di nuovo con le Goldberg, dandoci la possibilità di riscattarci. Ma all’estero succedono queste cose?

 

Potrebbero interessarti anche