Antonio Lanza: “è compito della poesia dire la verità”.

«Più irreale l’Etna una tonalità di blu / più scura del cielo alle spalle / che Etnapolis ancora illuminata / dopo la chiusura, il tramonto già / consumato sventagliati gli ultimi / raggi l’erba gli ulivi e i peschi / che rilasciano gradualmente tutto / il calore imprigionato / tra le foglie». Versi del catanese Antonio Lanza, decisamente una delle voci più interessanti del panorama letterario nazionale, scelti per introdurvi alla lettura di “Suite Etnapolis”, opera prima, edita da “Interlinea”, nella collana “Lyra giovani”, diretta da Franco Buffoni. Un capolavoro, in due parti speculari, costellato di riferimenti («senza mai cadere, tanto leggera è la vanità delle cose»). Un «esteso epos di racconti» che, a partire da domenica, per una settimana ‘panoramica’, diviene lascito memoriale di un tempo segnato dall’appiattimento di non-esistenze in non-luoghi (il centro commerciale Etnapolis simbolicamente li rappresenta tutti) asfissiati (anche) da un’estenuante «conta del profitto». Poema delle molteplicità, come lascia presagire il titolo, scandito dall’io lirico dell’autore che, senza sbavature, orchestra cifre stilistiche e linguistiche eterogenee, facendo della poesia prezioso strumento di conoscenza.

Com’è nata e cosa vorresti sollecitare con la tua “Suite”?
“Suite Etnapolis” è un libro nato da una scrittura quotidiana durata due anni pieni, dal 2013 al 2015. In quel periodo lavoravo in una libreria del centro commerciale. Erano gli anni in cui la crisi economica mordeva di più e molti negozi chiudevano le saracinesche. Pur nella costante angoscia di perdere anch’io il lavoro, capivo che il mio era però un punto di osservazione privilegiato. Mi sembrava infatti di avere le capacità e gli strumenti per potermi fare testimone di quel microcosmo e di quel preciso e terribile momento storico. Raccontandolo volevo tentare di restituire ad esso significato e spessore. I corrieri ci consegnavano più di rado i pacchi, i clienti si facevano sempre più occasionali. L’idea è venuta proprio in quel momento di stasi lavorativa, che mi ha portato a riflettere sulle contraddizioni del centro commerciale: il luccichio delle vetrine da un lato e dall’altra la strisciante, nera preoccupazione dei commessi di perdere il lavoro. Vorrei che il lettore, al di là del mestiere che svolge, non si sentisse estraneo a quel mondo, che attraverso la mia scrittura provasse empatia se non addirittura adesione ai problemi di una umanità ‘ferita’, che riconoscesse nei personaggi di “Suite Etnapolis” qualcosa che lo possa riguardare.

La poesia è più ispirazione o più costruzione?
Entrambe le cose, direi. Per la scrittura del mio libro tantissimo ha contato l’avere una idea chiara di quello che volevo raccontare. Mi ero creato un canovaccio, una serie di punti da trattare, delle storie che dovevano aprirsi e chiudersi sviluppando una sia pur minima trama. Come ho detto, è stato un lavoro durato due anni pieni, due anni di entusiasmante e ferrea scrittura giornaliera. È chiaro però che nessuna disciplina può portare a nulla di valido se non ci fosse quella che comunemente e per intenderci chiamiamo ‘ispirazione’, che fa i capricci, scombina i progetti, ti porta da un’altra parte, verso qualcosa che non sapevi di sapere. Sono per questo molto affezionato a una espressione cara a Baudelaire che coniuga i due aspetti della questione: “L’ispirazione è il frutto del lavoro quotidiano”.

La poesia necessita più di ascolto o di essere ascoltata?
Il poeta dilettante cerca solo di essere ascoltato, non contempla altra voce se non la sua. Ogni buon poeta è colui che sa disporsi all’ascolto.

La parola poetica per preservare la propria efficacia comunicativa deve “esprimersi” usando il linguaggio del tempo in cui nasce e vive?
Agamben dice che la poesia è un’operazione nel linguaggio che però disattiva un certo uso del linguaggio – quello feriale – perché sia possibile un altro uso, che riporti la parola alla potenza del dire. Per far questo, la poesia non può certo essere estranea alla lingua quotidiana, ma non può neanche appiattirvisi in nome di una assoluta aderenza al reale. La lingua dei poeti rappresenta la massima espressione della contemplazione della lingua, deve quindi accogliere la tradizione, la sua profondità storica.

Qual è stato, ad oggi, il più grande insegnamento ricevuto in dono dalla poesia?
Il compito della poesia, della letteratura in generale, non è insegnare o educare, ma dire la verità. Il più grande ‘insegnamento’ della poesia è allora saper accogliere questa verità, che non è mai una verità consolatoria.

Quali ad oggi (e per quali ragioni) i versi che avresti voluto scrivere?
Vado a dannarmi a insabbiarmi per anni: magnifico endecasillabo che chiude ‘Italiano in Grecia’ di Sereni, una poesia scritta durante la seconda guerra mondiale, raccolta poi in “Diario d’Algeria”. È un verso che dice dell’estraneità del soldato Sereni nei confronti del conflitto, della ineluttabilità della catastrofe, ma è anche un verso che si apre alla Storia, che accoglie la Storia in tutta la sua drammaticità e senza retorica. Era un verso che mi ripetevo spesso negli anni in cui scrivevo “Suite Etnapolis”.

Dopo aver scelto una tua poesia da “Suite Etnapolis” ti andrebbe di portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa, così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere?

Le silenziose

in camice giallo presto
al mattino adempiono alle pulizie
ordinarie: pulire dai residui
di escrementi i cessi, sostituire
la carta igienica dove manca,
aggiungere il sapone liquido
per le mani, lavare a dovere
i pavimenti. Lasciano andandosene l’odore
delle pulizie comandate, guasti
o intermittenti alcuni dei faretti, strisce
di sporco agli specchi, grumi sparsi
di unto di anni alle piastrelle, velate
di calcare le fontane. Sono donne minute
o corpulente, e le immagini poco
istruite ma piene di forza, puledre
resistenti alle fatiche, indurite
madonne. I forti guasti del vivere
tracciati su visi ormai corazzati,
                                                  sembrano
aver fatto di se stesse una collezione
a imbuto di sbagli: da ragazze, giovanotti
e buona sorte si alternarono in ginocchio,
i gradini delle scuole sembrando
un trampolino di tre metri da cui
staccarsi fiduciose per il tuffo; e poi,
come fu che poi l’aria a tradimento
si assottigliò, come fu che al salto
mancò velocità e rotazione, che l’atteso
ingresso in acqua avvenne di pancia,
con incresciosi schizzi dappertutto.

Il tema centrale de Le silenziose è la vita come caduta, dai sogni dell’infanzia a una vita matura cui quei sogni, spesso, non corrispondono. L’ossessione di fondo di questa poesia, dedicata alle donne delle pulizie di Etnapolis, parte però da molto lontano nel tempo. Negli anni del liceo mi capitava di incontrare alcune compagne di classe delle scuole medie, ragazze che a dodici, tredici anni sembravano avere il mondo ai piedi (bellissime, corteggiate, già quasi donne) e che a distanza di poco tempo ritrovavi invece a spingere passeggini, ingrassate, sfatte, spente da una vita che le aveva rapidissimamente bruciate. È stata un’ossessione, questa, che però avevo in parte rimosso fino a che non ho ritrovato tra le mie vecchie poesie un testo che tematizzava già la fine rapida dei sogni di una ragazza: “Nella gara a staffetta delle età / sentivo di essere io a portare / sul finire dell’estate il testimone. // Poi chi può dire / come né vinta né vincitrice…”. La ricorrenza anche in questo testo inedito di un lessico tratto dal mondo scolastico (nel testo inedito: aule, gessetti; nelle Silenziose: i gradini delle scuole) è spia non trascurabile che le due poesie, pur scritte a distanza di molto tempo l’una dall’altra, sono espressioni di quell’unico tema di cui dicevo sopra, la vita come caduta, e da un’unica immagine, alcune compagne di classe delle medie. Le silenziose tratto da “Suite Etnapolis” è una poesia, mi sembra, esteticamente più risolta rispetto all’inedito, che potremmo considerare ancora un mero pretesto. Va da sé poi che la caduta è una condizione universale e che riguarda tutti.

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 14.07.2019, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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