Sogno in chiaroscuro (a Manlio Sgalambro)

Sogno in chiaroscuro
e una linea giovane del mento rassomiglia
al gesto d’una volta
incastonata nell’immenso libero a sfiorare
un occhio immaginato e non so che luce
volga l’impeto al suo filo
quando un’orma ci radunò sul mare
assurdo nel suo preciso vivere scucito.

Dov’era il fiore nato / dove il tuo silenzio
se splendevi l’aria e le capaci vene
a un morso d’infinito velo

se anch’ora gocciola una foglia / gocciola di sopra
la tua mano che ruggisce e smuove il ventre di Semele
anch’ora
senza scampo s’abbandona già dimentico
il lucore più striato al nome più remoto
anch’ora più donato

se già corre intera meraviglia
la tua voce è fuoco inesorabile d’aurora / cos’è il nome
cos’è una meraviglia
adesso che il respiro è battito affamato d’acqua e nuvole
dipinte all’ultimo grecale, adesso che leggera onda
e fragile
ricopri già scompari freddo sui granelli

una vacanza d’albero

forzato e nulla resta in gola se non il canto esploso
anch’ora
e anch’ora a lato / e fosti un dito nella terra
e fosti il cielo
insieme al dio che scioglie al campo d’aria
la mia pietra d’onice staccata e come oscilla
ogni riflesso intorno ai petali d’amianto
come riluce a un tocco fermo

la tua mano, se respira giù nel mare aperto
un lievito caduto sul frammento più assolato

uscimmo a notte
lungo i viali
danzando al minimo ricordo
in ogni landa simile a un mantello e forse
siamo i sintomi d’un mondo costruito dalla luna
quando il senso conteneva storie libere e a ritroso figli
partorivano le madri, un ponte ripassava il fiume caldo
e spume
ci narravano la pioggia d’una Babilonia senz’altrove

forse l’inumano era profumo giovane di stella e si curvava
al battito per poco ma ricomincerà il fenomeno
il suo passo e prima il tempo
a dare inizio e fine

a dare fine al piccolo imbrunire

se un ramo e foglia e nube e vento
e pesci e tigri e protozoi sorrideranno smemorati al luccichio
d’un treno, torneremo sulla tela come aironi dai colori semplici
oliati dall’inverno
oppure briciole di terra e noi impressi a filo d’ombra

nell’anelito perfetto di Medea
sussurrando ancora senza sosta la premura d’un abbraccio
atomizzato

nel sigillo ripiegato e orfano d’umori – allucinati
spunteremo pagine al possibile
sfumato – a dire noi
disposti a fletterci l’azzurro folle degli dei.

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