Asteroidi D’inchiostro (Ricami sul ferro)

Asteroidi D’inchiostro (Ricami sul ferro)

Asteroidi D’inchiostro
“libri come corpi celesti persi nello spazio dell’indifferenza”

 

“Sono stata la prima bambina nata dopo la shoah a Cehu Silvaniei, la piccola cittadina della Transilvania da cui provengo. Non dimentico mai tutto questo”. Sono parole della poetessa Agi Mishol rilasciate in una delle sue tante interviste. Se dobbiamo dunque affrontare la sua poetica penso sia bene partire da questa sua dichiarazione, che è in qualche modo una dichiarazione d’amore alla lingua ebraica e una propensione al suo rinnovamento. Lei nata dopo quell’indescrivibile tragedia si pone come un germoglio in quel campo desertificato dall’orrore umano. Fin da bambina viene come unta dalla parola poetica che lei rivelerà, sia stata una sorta di profezia da custodire dentro e fuori di se, come fosse una madre biologica. Infatti tema portante nei suoi testi è l’amore per la natura, per una terra fertile e spesso lo fa ricorrendo, per dettagli, ai nomi dei vegetali e degli animali, la sua è una ricerca ossessiva tra il lavoro della terra e quindi di scavo e il lavoro della lingua atto a portare in superfice un registro a tratti panteistico. Per trovare questo equilibrio, si sofferma sulla ritualità del quotidiano, mette il suo sguardo fuori da se per poi incorniciarlo con un paesaggio intimo, ed è anche grazie a questo che la sua poesia acquisisce una forte voce femminile carica di erotismo. Perché la parola, la sua in questo caso, può valicare la madre biologica e diventare spazio carnale, il luogo del corpo che cerca di sanare le ferite della storia. Storia che lei, figlia legittimata dal talento, non può che attraversare indagando su una nuova formula di rinascita che passa attraverso l’inchiostro. Il motivo dominante della quotidianità diventa così elemento naturale, l’essere umano che provando a vivere nelle condizioni in cui il destino l’ha sottoposto, si diluisce tra il vecchio (Shoah) e il nuovo (la questione Palestinese-Israeliana) odio, un corpo a corpo con una violenza non del tutto drammatica, ma pretestuosa per trovare quelle ragioni del tempo spesso controllato da una certa ansia esistenziale, seppur, va detto, la sua poesia servendosi di una chiave ironica riesce a portare il dolore nelle condizioni di gioire nonostante tutto.

Come se i suoi versi, benché intrisi di tristezza, non avessero un radicato pessimismo ma un’ascesa verso la bellezza e certe verità placcate dall’amore, dalla sessualità, dalla dignità di un mondo fatto di piccole cose e piccoli gesti, e sembra proprio in questi elementi che vegeta il mistero di ogni testo, nel rimbalzare  tra il celeste e il terreno, tra la solitudine e l’aggregazione degli uomini e delle donne legati dal potere della parola e del silenzio. Al dunque mi chiedo perché leggere Agi Mishol? Eppure ponendo lo sguardo su questi brevissimi suoi versi “E io, Agi Mishol, seconda generazione/ accendo torce di poesia/ che non sono neppure un’arma deterrente” potrei trovare una risposta o meglio un frangente di luce grazie a quelle “torce di poesia” che non arretrano nel buio di ogni storia, e per fortuna direi, non lasciandoci come ciechi votati all’immaginazione, perché forse la pienezza del mondo nella poetica di questa poetessa ebrea di “seconda generazione” è tutta nell’istinto e nell’attesa di nuove stagioni in sintonia con nuovi profumi di meraviglia.

 

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