“Case a 1 € nei borghi d’Italia. Sambuca di Sicilia: un esempio di successo nel governo del territorio” di Fabrizio Ferreri

“Case a 1 euro nei borghi d’italia: Sambuca di Sicilia” a cura di Fabrizio Ferreri
Dario Flaccovio Editore, 2021
In copertina, Cortile del Centro Storico (foto Rosario Russo).

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Prefazione di Fabrizio Ferreri

Più di centomila email ricevute da tutto il mondo, passaggi su tutte le principali emittenti televisive nazionali e internazionali, circa novanta atti di compravendita direttamente o indirettamente connessi all’iniziativa: raccontare il progetto delle case a 1 euro promosso dall’amministrazione di Sambuca di Sicilia nel 2018-19 significa non accontentarsi delle evidenze più esterne di un successo tanto eclatante nei numeri quanto inatteso e imprevedibile, ma entrare nelle sue ragioni, coglierne i motivi e la dinamica.

Il libro raccoglie le riflessioni di urbanisti, sociologi, esperti di sviluppo locale e di progettazione europea, analisti del settore turistico, giuristi e amministratori locali, analizzando questa esperienza da diversi punti di vista, con differenti sensibilità metodologiche e orientamenti analitici, utilizzando molteplici registri linguistici, nell’intreccio di più ambiti disciplinari, dall’urbanistica alla sociologia, dal diritto amministrativo al turismo. In forza di uno sguardo multidisciplinare si profilano i fattori critici di successo, le opportunità e i rischi dell’iniziativa delle case a 1 euro, non tanto in funzione della sua replicabilità, legata a elementi di contesto non scalabili da declinare diversamente caso per caso, quanto come forma di un progettare che ha saputo leggere i bisogni e le richieste del contesto locale inquadrandosi in una visione più ampia e articolata di governo e promozione del territorio.

Le caratteristiche peculiari e i risultati prodotti dall’iniziativa, come emergono nel rilievo dei diversi contributi, pongono tuttavia l’esperienza sambucese come utile termine di confronto per future iniziative analoghe, sempre più diffuse sul territorio nazionale, evidenziando soprattutto i tratti di un progetto che ha saputo mobilitare nel tessuto sociale ed economico sambucese energie e visioni per lo sviluppo locale.

Pur nel rigore dell’approccio, si è intenzionalmente adottato un tono divulgativo evitando fin dove possibile i tecnicismi e i vincoli degli specialismi e delle partizioni accademiche. Tra le righe dell’analisi così condotta emerge la storia di un borgo (di una comunità) che negli ultimi anni ha intrapreso una chiara traiettoria di crescita puntando sul riconoscimento e sulla valorizzazione delle risorse locali e degli asset identitari. Nell’iniziativa delle case a 1 euro si concentra una visione complessiva del territorio e delle forme e modalità con cui governarlo per riattivare dinamiche di sviluppo sostenibili e durature. L’indagine ci offre il profilo di una comunità, ci parla delle sue risorse ed energie di futuro, indica che sulle aree interne, sui borghi, sui piccoli comuni è possibile raccontare una vicenda che non sia quella irreversibilmente declinante dello spopolamento, della contrazione sociale ed economica.

All’interno del dibattito quanto mai aperto sul paradigma sviluppista-economicista assertore di una concezione dello sviluppo puramente quantitativa, lineare, accrescitiva, l’iniziativa appare significativa perché segnala indirettamente la debolezza di un modello economico e culturale di crescita poco sensibile alla specificità dei luoghi e delle comunità che vi insistono.

Dalla SNAI (Strategia Nazionale Aree Interne) al progetto “Riabitare l’Italia” con il suo Manifesto promosso dall’associazione omonima, si parla sempre più dei “territori del margine”. Smarcandosi da una visione antagonistica con le città e i grandi centri urbani, nodi affermati dei flussi economici, sociali e della conoscenza, l’interesse che si riconosce a tali territori è in funzione di una nuova rappresentazione plurale e multicentrica dell’Italia, all’altezza di un ripensamento sostanziale delle visioni e dei programmi di sviluppo per la nazione.

Molti borghi, piccoli comuni e ampie parti delle cosiddette aree interne (dalle montagne alpine, alla dorsale appenninica, ai centri rurali delle isole) stanno attraversando una crisi senza precedenti, vicina al punto di non ritorno. Fenomeni sempre più difficili da fronteggiare rischiano di travolgerli irreversibilmente: spopolamento, invecchiamento della popolazione, economie locali in regressione, degrado del costruito, abbandono e depauperamento del suolo agricolo, bilanci che lasciano poco spazio a interventi e investimenti strutturali di lungo periodo, stanno mettendo in pericolo un bagaglio umano, culturale, economico, ambientale e paesaggistico di grande valore.

Non si sottolinea abbastanza però che a monte di questi fenomeni, il cui riscontro oggettivo sembrerebbe lasciare poco spazio alla speranza, agisce un processo di logoramento meno appariscente ma determinante per le prospettive di futuro di questa ampia parte del territorio nazionale: prima ancora della leva demografica, è il meccanismo di riproduzione e rigenerazione della “coscienza di luogo” a essersi inceppato. Sul blocco di una diffusa e diversificata coscienza di luogo certamente ha influito lo sgretolamento della sua base materiale: scarse opportunità lavorative, servizi di cittadinanza sempre più rarefatti, disconnessioni e isolamento a vari livelli, ecc. Ma non si tratta soltanto di questo, non tutto può essere riferito all’aggravarsi nel tempo della carenza nelle infrastrutture, nei servizi o alla fragilità del mercato del lavoro locale.

In città il tema della coscienza di luogo si pone meno o non si pone affatto: le attrazioni, le opportunità, i ritmi di vita della città lo silenziano quasi del tutto. Nei luoghi del margine invece tale questione è immediata, urgente, intensamente sentita nella misura stessa con cui appaiono i loro vuoti, le loro profonde smagliature. Essa riguarda certamente tutti gli aspetti di carattere materiale che garantiscono un reale diritto di cittadinanza, ma vi è coinvolta anche, in un ruolo centrale, una dimensione profonda che interroga inevitabilmente il sistema economico e culturale dominante e i suoi valori, una dimensione intangibile e immateriale determinante: il senso dell’esserci e del restare.

Il recupero e la riattivazione di una coscienza di luogo peculiare, che nei luoghi del margine tende sempre più a spegnersi, può essere l’effetto di politiche nazionali specifiche, ma non basta: è necessario produrre un nuovo immaginario, una nuova narrazione sui modelli di vita possibili. Possibili: ovvero non straordinari, ma di cui si creino le condizioni prima di tutto culturali perché siano considerati “ordinari” al pari di quelli dominanti o prevalenti, riconoscendo e mettendone a valore la varietà.

Una simile necessità non investe soltanto il politico, lo studioso accademico, l’esperto e tutti coloro il cui fare riporta a galla sapienze territoriali latenti (il giovane che riscopre la terra, l’artigiano che recupera lavorazioni della tradizione, il nuovo produttore che opera in sinergia con i valori locali); essa chiama nuovamente in gioco, riconoscendogli un fondamentale spazio d’azione, l’intellettuale, l’artista, lo scrittore, il poeta.

Ci si illude o si interpreta semplicisticamente se si pensa che la pandemia di Covid-19 abbia assegnato una nuova rilevanza alla dimensione locale. La pandemia di Covid-19 piuttosto, in ragione della crisi generatasi, ha riproposto la questione della “coscienza di luogo” anche per le città. Città e borgo, metropoli e area interna, dimensione urbana e campagna, “polpa” e “osso” dopo molto tempo sono toccati da un medesimo problema: il senso. Non si tratta ora di rimodellare la città sul borgo, né tantomeno viceversa; si tratta piuttosto, finalmente, di dare cittadinanza e dignità a una pluralità di modi, di forme, di significati del vivere (e quindi dell’abitare).

I margini non devono farsi centro né viceversa. Bisogna piuttosto riattivare le connessioni interrotte, liberare nuove geometrie territoriali, riconferire loro plasticità ripensandole entro articolazioni complesse e interdipendenti. Occorre “rilegare” i territori tessendo trame spaziali multivettoriali, rugose, non uniformi e non semplicemente funzionalistiche. Affinché ciò non sia soltanto un’operazione di cosmesi esteriore, è urgente agire soprattutto sulla componente più giovane della società, proponendole nuovi orizzonti di senso e di fiducia, facendo i conti con un vissuto spesso inerziale e con il conseguente tenore svalutativo o indifferente della sua percezione del luogo. Nel paese di montagna dove trascorro l’estate un giovane su due dai sedici ai venticinque anni vorrebbe nel paese esattamente ciò che la grande città è in grado di offrire. La città occupa interamente il loro immaginario.

Già semplicemente l’ascolto dei più giovani chiarisce che non si tratta di andare dalle città ai borghi, che la questione non è preparare un contro-movimento. Tutti i contro-movimenti sono determinati essenzialmente da ciò contro cui si oppongono: il borgo, il piccolo comune, il paese dell’interno sarebbero quindi soltanto la variazione temporanea dentro a un racconto sostanzialmente invariato, la manifestazione apparentemente divergente di un modello che continua a essere confermato proprio in forza delle sue scappatoie provvisorie. Un contro-movimento non è mai sufficiente per una trasformazione, non vi viene

liberato alcun fondamento creativo o potenziale generativo. Il borgo, il piccolo comune, il paese dell’interno è opportuno allora che siano letti, come espresso nella proposta di Maurizio Carta in apertura del libro e in coerenza con la loro stessa genesi, come un modo di essere diversamente città in un contesto non di vacui antagonismi ma di interdipendenze e ricomposizioni, a patto che lo stesso concetto di città ne esca sostanzialmente mutato e non si appiattisca sulle forme più recenti, dalla “città fabbrica” del primo sviluppo industriale sino alla “città telematica” dell’attuale fase di capitalismo informazionale.

Le forme, i significati, gli “stili di vita”, molteplici e non uniformi, del borgo, del piccolo comune, del paese dell’interno possono essere pensati fino in fondo soltanto fuori dal loro isolamento e fuori dall’opposizione con la città. Finché si resta bloccati, anche implicitamente, entro dinamiche reali e rappresentazioni di queste dinamiche che riconoscono alla città nella versione ristretta e impoverita della sua configurazione più recente una posizione di centralità onnivora e totalizzante, ci sarà spazio al massimo solo per sterili comparazioni ed effimere evasioni che continueranno ad assegnare ai luoghi del margine, anche e proprio nella retorica del “ritorno al borgo”, una funzione meramente subalterna e ancillare priva di futuro reale.

Per offrire un’effettiva speranza di futuro per questi territori sono necessarie pertanto delle rappresentazioni nuove, aggiornate che, da un lato, rompano il monopolio di un’interpretazione univoca della città e, dall’altro, non cadano nella trappola ugualmente pericolosa di ritenere automaticamente questi territori fragili (che coprono complessivamente il 60% dell’intera superficie del territorio nazionale, il 22% della popolazione e che rappresentano il 52% di tutti i comuni italiani) l’Italia “più vera”. Non si tratta di stilare una graduatoria di cosa sia vero: si tratta, piuttosto, di rendere possibili forme diverse del vivere, del produrre, dell’abitare.

Il dialetto, la comunità (mai monolitica, con le sue contraddizioni, i suoi slanci e i suoi abbandoni), le radici, la piccola patria non sono automaticamente, in se stessi, l’autentico. Tutto il discorso sui piccoli paesi e sulle aree interne deve essere sottratto a questo equivoco fatale. Il vero e l’autentico scaturiscono da un confronto alla pari tra differenze, consistono nell’esito aperto e dinamico di questo confronto. Il radicamento rifugge dalla retorica delle radici: il radicamento è relazione, la radice è ripiegamento; il radicamento è tuffo nel vento, la radice è rigidità della terra.

Risiede qui il valore della “coscienza di luogo” o di una reinterpretazione ampia del concetto di “cultura” per la riattivazione dei piccoli comuni e in generale dei territori del margine, di cui Sambuca di Sicilia attraverso la lente dell’iniziativa delle case a 1 euro è efficace dimostrazione. Un piccolo comune con il wi-fi e dotato dei servizi essenziali di welfare e accessibilità non è per questo, automaticamente, più vivibile o desiderato. Una buona infrastruttura, ma povera di senso, continua a girare a vuoto. Per il rilancio delle aree interne è quindi certamente necessario lavorare sulla dotazione di servizi e sulla creazione di opportunità ma senza dimenticare che la cultura in accezione ampia e il risveglio della coscienza di luogo costituiscono un defibrillatore necessario. Esse rigenerano orizzonti di senso, individuali ma non particolaristici, in connessione con i giacimenti di valore del luogo. Sono la radice indispensabile per nuovi radicamenti.

Vivere nel borgo, nel paese, non può essere e non deve essere una scelta di resistenza (o l’esito penoso di una mancanza di alternative). Occorre lavorare per un cambiamento generale, di ampia portata, che renda ben accette e che supporti forme diverse di vita, che ne faccia oggetto di scelte possibili. Bisogna costruire vivibilità: vivere nel borgo, nel paese, non deve essere una scelta contro la modernità, ma una scelta resa possibile dalla revisione e dal ripensamento dei suoi presupposti.

È necessario inoltre uscire dalla logica del colpevole: certamente nell’attuale stato di salute di ampia parte marginalizzata dell’Italia hanno avuto un peso determinante scelte e non scelte, attenzioni selettive e disattenzioni della politica, ma è abbastanza chiaro che la parabola declinante di questi territori è da ascrivere innanzitutto a fenomeni e processi economici, culturali e sociali di carattere storico-epocale su cui la stessa politica non è sempre nella condizione di svolgere un ruolo di indirizzo strategico e può, più spesso, limitarsi soltanto a un’inefficace e solo temporanea funzione correttiva o compensativa. È importante sottolinearlo perché questo riscontro impone una condivisione di responsabilità tra attori della società civile e della politica, tra gruppi economici e formazioni sociali, tra corpi collettivi e individui; sollecita la richiesta e l’esercizio di un protagonismo diffuso, capace di problematizzare e invertire processi che appaiono – e altrimenti sarebbero – irreversibili; implica la riconfigurazione del sistema dei poteri e delle influenze locali, molto spesso parassitario rispetto a logiche di governo del territorio decise altrove e in connessione spesso a “economie deformate” e a “sviluppo dipendente” o espressione immobile di un blocco di forze economiche e sociali che si riproduce pressoché immutato nel tempo.

Non vi è una “lezione” delle aree interne da recepire e da estendere al sistema paese. Nemmeno in questa fase pandemica. Una simile pretesa manterrebbe in vigore uno schema antagonistico, in cui il riposizionamento delle aree del margine sarebbe di breve periodo e in sostanza del tutto effimero. E ciò vale, a scala ridotta, anche per l’iniziativa delle case a 1 euro di Sambuca di Sicilia. Il suo valore risiede nel mettere in movimento in ottica reticolare forze, attori, risorse diverse senza demonizzazione dell’altro o del “fuori” a cui si rivolge e da cui attinge energie e valori. Si tratta dunque non di dare o ricevere lezioni, dal piccolo al grande o viceversa, ma, ancora una volta, di costruire spazi di relazionalità dove ogni luogo è messo nelle condizioni di partecipare e contribuire con i propri caratteri di unicità.

Il libro è diviso in tre parti, più una premessa e un’appendice. Si apre, per la funzione guida della riflessione proposta, con l’intervento del prof. Carta (Università di Palermo) che fornisce, con forza e ampiezza di visione, l’orizzonte concettuale entro cui posizionare e intendere i diversi contributi del libro. Più specificamente Maurizio Carta richiama come visione per il futuro, in termini di sfida prima di tutto culturale e politica, la sua proposta di un Neoantropocene ancora urbano, dove però la città, radicalmente ripensata tanto da non essere più l’espressione emblematica di un capitalismo di erosione semplicemente

estrattivo, viene concepita a “urbanità variabile”, “capace di generare valore locale”, come luogo che in ottica generativa accoglie le differenze ma al contempo si dimostra attento ai valori coesivi e di cooperazione della comunità. È in questo rinnovato urbanesimo, che alla lettura dicotomica del territorio sostituisce il concetto e l’immagine dell’arcipelago, intra- e trans-scalare, che il borgo, il piccolo comune, il paese dell’interno, fuori da ogni retorica arcadica, possono recuperare una funzione strategica di mobilitazione e messa in discussione delle attuali gerarchie territoriali.

Nella visione di Carta, il margine non deve più essere margine di un centro, in funzione di esso nel bene e nel male, ma linea di distribuzione, articolazione necessaria di una geografia policentrica e diversificata non “contro” la città, ma in direzione di una città profondamente rivoluzionata nella sua configurazione.

La prima parte del libro è di carattere narrativo: il vicesindaco di Sambuca di Sicilia, arch. Giuseppe Cacioppo, e il consulente per lo sviluppo locale dell’amministrazione sambucese, dott. Gori Sparacino, offrono il vero e proprio racconto dell’iniziativa, dalla fase di concepimento alla sua implementazione.

Poter contare, tra i propri ranghi, su una figura con competenze specialistiche connesse all’ambito dell’iniziativa e su professionalità con tanti anni di esperienza nelle reti e nella programmazione dello sviluppo locale, rappresenta certamente un fattore abilitante dell’iniziativa.

La seconda parte, prevalentemente scientifica, lascia spazio agli interventi della prof.ssa Lino (Università di Palermo), del dott. Fabrizio Ferreri (PhD Università di Milano e Università “Kore” di Enna) e del prof. Grasso (Università di Messina), e approfondisce aspetti e qualità dell’iniziativa ritenuti rilevanti per le prospettive e gli interessi di ricerca dei singoli studiosi.

In particolare Barbara Lino colloca l’iniziativa delle case a 1 euro nel quadro delle principali politiche e strategie adottate in Italia negli ultimi anni per contrastare i crescenti fenomeni di periferizzazione che affliggono il territorio italiano, dando anche spazio nella sua analisi all’ascolto dei nuovi abitanti sambucesi.

Nell’intervento a mia firma, assumendo su premesse territorialiste l’importanza nei processi di sviluppo locale della comunità colta nelle sue diverse componenti socio-economiche, nel quadro di una richiesta fondamentale di territorializzazione delle politiche di sviluppo, si analizza il ruolo e la posizione che la comunità sambucese ha assunto rispetto all’iniziativa delle case a 1 euro, verificando l’ipotesi che una parte importante del successo dell’iniziativa sia da attribuire alle peculiari dinamiche di risposta e di partecipazione attivatesi all’interno del corpo sociale sambucese.

Filippo Grasso, nel suo intervento, inquadra l’iniziativa sambucese delle case a 1 euro nel rilancio del turismo dei borghi, nel più ampio scenario di un turismo slow di cui si tracciano alcune tendenze interessanti, su tutte quella del turismo delle radici.

Premessa condivisa che fa da sfondo alle suggestioni offerte, su cui è opportuno soffermarsi un istante, è che l’enfasi esclusiva sul turismo ovvero la monocultura turistica releghi in fin dei conti le aree interne a un ruolo ausiliario e subalterno, esponendole a ulteriori fragilità soprattutto in caso di shock esogeni, come è risultato chiaro in questa fase pandemica. Dalle ricerche condotte su alcuni piccoli comuni della Sicilia interna emerge ad esempio che il reddito prodotto dall’economia del turismo non si distribuisca in maniera equa all’interno della comunità, ma premi un insieme ridotto e ben circoscritto di attori territoriali, creando spesso frizioni all’interno del tessuto sociale e produttivo locale[1]. Il turismo è certamente un asset importante per il rilancio dei piccoli centri, ma non può essere l’unico: è fondamentale una visione dello sviluppo locale integrata in cui il turismo possa svolgere la funzione di attivatore di sistema per il rafforzamento o la generazione di nuove economie multipolari capaci di valorizzare in particolare i settori di specializzazione economica e produttiva dei diversi territori.

L’ultima parte del libro, di carattere più tecnico, è occupata dall’esposizione del progetto europeo, curato dal prof. Resta (Università Roma La Sapienza), che vede capofila Sambuca di Sicilia proprio a partire dall’iniziativa delle case a 1 euro come misura contro lo spopolamento dei piccoli centri, e dall’intervento dell’avvocato Marco Magaraggia centrato sul chiarimento della dimensione legale e amministrativa dell’iniziativa.

Il progetto europeo curato da Vanni Resta, di cui viene data dettagliata esposizione, è esempio delle ricadute impreviste e di ampio raggio che possono scaturire da un’iniziativa di rigenerazione locale qualora essa non si ripieghi unicamente entro la dimensione locale. Nella fase preliminare e preparatoria alla stesura del progetto europeo, Sambuca di Sicilia e la sua esperienza delle case a 1 euro ha rappresentato il caso di studio del laboratorio di euro-progettazione all’interno di un master dell’Università “La Sapienza” di Roma, a cui ha fatto seguito l’ingresso della cittadina siciliana in una rete di scambio internazionale di buone pratiche per contrastare il fenomeno dello spopolamento, che conferisce all’iniziativa sambucese un respiro e una dimensione da cui potrà ricevere certamente ulteriore impulso.

Marco Magaraggia, già consulente di diverse amministrazioni pubbliche e facilitatore-accompagnatore in altre iniziative italiane di vendita di case a 1 euro, spiega infine gli aspetti legali e burocratico-amministrativi dell’iniziativa sambucese illustrando, in ottica comparativa, come si costruisca il bando, quali siano i vincoli legali, come si gestisca la procedura amministrativa fino alla vendita degli immobili.

Chiude il libro un’appendice in cui sono riportati il bando dell’iniziativa emanato dal Comune di Sambuca di Sicilia e un facsimile del modulo per presentare la manifestazione di interesse all’acquisto dell’immobile.

Per la prima volta, con questo libro, l’iniziativa delle case a 1 euro è oggetto di un interesse non semplicemente giornalistico. Trattandosi di un primo tentativo di sistematizzazione, questo affondo presenta inevitabilmente un carattere provvisorio, indiziario, e richiede certamente ulteriori approfondimenti. In questa fase, per le scelte che sono state operate in fase di ideazione e stesura, il libro è consapevolmente pensato per un pubblico ampio: per tutti coloro, amministratori ed esperti di sviluppo locale, che intendono replicare l’iniziativa nel proprio territorio e che sono impegnati nella definizione di strategie di recupero dell’armatura storica delle piccole e medie città; per coloro, singoli cittadini e amanti dei luoghi meno conosciuti e battuti, che non sono indifferenti all’idea di acquistare una casa a 1 euro in uno dei tanti comuni in cui è attiva una simile iniziativa; per ricercatori e studiosi interessati ad approfondire la questione nei suoi molteplici risvolti.

Con questo libro l’iniziativa delle case a 1 euro di Sambuca di Sicilia affiora come misura possibile di valorizzazione delle fragili trame del nostro territorio più periferico, mostrando un esempio di impegno nel governo del territorio che evita sia la trappola del localismo rancoroso sia la mera subalternità a logiche di sviluppo esogene o assistite, anche nelle loro forme meno visibili, di cui si scorgono purtroppo diverse manifestazioni nei tanti luoghi del margine che diventano riserva temporanea e di transito (“destinazione” ovvero, ancora, spazio di consumo) di un turismo crescente ma sconnesso dalle vocazioni del luogo, incapace di innescare catene di valore radicate territorialmente. Un esempio di impegno di governo del territorio, quello dell’iniziativa delle case a 1 euro di Sambuca di Sicilia, che appare invece tradursi in progetto partecipato, collettivo, in dialogo aperto con l’esterno e le sue reti lunghe, per rifondare i diritti di cittadinanza, per immaginare un modo diverso, e non semplicemente antagonistico, di (ri)-abitare i luoghi.

[1] Fabrizio Ferreri (2021), “Il turismo nelle dinamiche di sviluppo locale. Il caso di tre piccoli comuni siciliani”, attualmente in peer review per una rivista di settore. Si prenda ad esempio l’agricoltura, trainante nei contesti oggetto d’indagine. Vi è, da un lato, un’agricoltura che si è saputa reimpostare in ottica multifunzionale o che è stata capace di cogliere le nuove opportunità di mercato generate dal turismo grazie soprattutto a una seconda generazione di conduttori-imprenditori giovani e preparati (spesso con studi specifici di carattere universitario); dall’altro, vi è un’agricoltura – ed è la parte più consistente sia in termini di SAU che di unità locali attive – più statica, fatta prevalentemente di imprese individuali, con conduttore in età avanzata e con scarsa visione imprenditoriale. Quest’ultima è appena sfiorata dal turismo e naturalmente ha bisogno di altro per rilanciarsi. Si considerino anche gli attori che più direttamente raccolgono i frutti del turismo: gestori di b&b, case vacanze e agriturismi. Soprattutto nel caso di b&b e case vacanze emerge che spesso l’iniziativa imprenditoriale proviene da famiglie che hanno già una posizione economica forte nel contesto locale, con la seconda generazione impegnata in percorsi di studio o professionali fuori dal contesto di appartenenza, e che non ha intenzione di rientrare per lo scollamento tra il proprio percorso di studio-lavoro e le opportunità di impiego offerte dal contesto locale (non tutti naturalmente intendono lavorare nel settore turistico; la vicenda del giovane che rientra e apre il b&b certamente esiste, ma è largamente minoritaria, nonostante certa narrazione). Ciò determina una conseguenza importante: parte del reddito prodotto nel contesto locale grazie al turismo viene speso e messo a valore fuori dal contesto in cui è stato generato.

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