Daniela Scuncia, “la parola è il nostro personale tentativo per superare l’abisso”.

Daniela Scuncia laureata in Economia e Commercio, dopo una breve esperienza come insegnante di Matematica finanziaria e Geografia Economica, decide di seguire la sua vocazione letteraria attraverso la collaborazione con la Leonida Edizioni, curando numerose prefazioni, e come giurata in due edizioni del premio Gaetano Cingari promosso dalla stessa casa editrice. Alcune sue prose e poesie inedite sono state diffuse in rete da Poetarum Silva. “Lettrice seriale” e penna consapevole animata da una sottile vena ironica, ha appena pubblicato Le grazie di Olimpia e altri racconti. Nell’occasione l’abbiamo intervistata.

Cosa è per te la ricerca nella scrittura poetica, nella lingua più in generale, e nelle diramazioni in versi e in prosa?
In effetti, le strade della scrittura sono infinite. La mia ricerca oggi si muove in direzione del linguaggio sia legato al momento storico vissuto e alla necessità di rappresentarlo attraverso la propria opera; sia alla ricerca della mia propria voce, quella che tra le tante possibili meglio mi rappresenta, più intima e dicibile. In tutti i casi, restano solo soltanto a dei tentativi, continui, incessanti, per manifestarci e riconoscerci dall’esterno. Sapere che esistiamo attraverso la nostra parola, e ancora esplorarla, divorarla, e farla nostra. Tentativi di rinascita. Così, la parola poetica diventa unguento e bisturi. Nel mio caso, è lo strumento con cui mi esploro e cerco la piega, l’angolo nascosto agli occhi per tentare di raccontare. La scrittura è approssimazione, è affascinante, come il limite matematico per le funzioni in cui questo non è definito. Ecco la poesia per me si pone su quel limite, e la parola è il nostro personale tentativo per superare l’abisso, la crepa sottile. Ci aiuta a dire quello che altrimenti sarebbe impossibile, a insinuarsi in ciò che conosciamo e guardarlo con strumenti nuovi, una sorta di microscopio emozionale. Poi, naturalmente, c’è il lavoro sul verso, sul canto, sul ritmo. E sul taglio. C’è una poesia di Saramago che dice “Poesia tardiva che non riesci a dire/ la metà di quel che sai:/ non taci, quando puoi, e non sconfessi/ questo corpo casuale e inadeguato”. Io mi sento esattamente così di fronte alla poesia.
Nella prosa, la mia scrittura si fa più ironica, sfacciata, prende la rincorsa, a volte invece, si posa e riflette. Cerco, tuttavia, sempre angolazioni particolari per raccontare, o cerco di inventare storie nuove, mai raccontate, luoghi e emozioni inesplorate. È sempre questo il mio territorio di caccia preferito. Mi annoia la scrittura biografica che incontro fin troppo spesso: il mio cuore è con Calvino, Buzzati, Landolfi, Morselli e soprattutto con Saramago (lo amo, insomma).

Noto nella tua scrittura una cura finissima dei dettagli, una costruzione di senso e suono svolta con minuziosità, ma con un risultato finale che fa apparire i tuoi testi precisi senza scadere nell’artificio o in un barocchismo fine a se stesso. Come si svolge la stesura di un testo nel labor limae quotidiano che eserciti?

È un processo piuttosto lento, l’idea per una poesia parte da una immagine, una singola parola, e resta sospesa, anche per mesi e solo piano piano si trasforma in qualcosa di più. Quando la scrivo erompe dalle dita, in un flusso compiuto. Poi, la parte più dura. Guardarla da fuori, leggerla come cosa estranea, per i tagli e le soluzioni di tipo formale. Diventa come un intervento chirurgico dove sono paziente e chirurgo, un paradosso che mi diverte, dopo tutto.

Quali le forme di espressione che senti più affini all’animo e al pensiero oltre quelle che pratichi?
Mi sento affini sia la pittura che la fotografia. Quest’ultima in particolare, mi aiuta nella ricerca della pulizia formale che amo. Il rigore delle linee e la definizione della luce, la capacità di trasformare l’immagine in ritmo sono aspetti che trovo interessanti, come in alcuni lavori di Salgado, o Bill Brand alle prese con il corpo umano, Ghirri e i suoi studi sulla nebbia, i fiori di Mapplethorpe, i ritratti di Diane Arbus, o ancora il dolore negli scatti di Francesca Woodman.Per la pittura trovo Turner e i suoi studi sulla luce ancora straordinari. Ma mi affascinano anche artisti come Yayoi Kusama o Anish Kapor che portano la loro ricerca verso forme nuove e diverse.

Quali sono gli autori, i libri, di qualunque genere, che ritieni imprescindibili?

Tutti i classici di ogni tempo e luogo! Ma è un’impresa impossibile, perciò posso solo dire di avere amato leggere da sempre, così mi sono portata avanti col lavoro. È anche vero però, che alcuni autori vanno letti nell’età giusta, perché poi se ne svelano gli inganni e non splendono più come nelle aspettative. Per i più fortunati, c’è poi quell’autore che ti illumina la vita, ti fa comprendere la scrittura, il mondo e forse, hai anche trovato qualcosa che cercavi da tempo.
Lo scrittore che mi ha cambiato la vita è stato Josè Saramago. Ecco, per me, leggere Le Intermittenze della Morte di Saramago è stato catartico. Non è neanche la sua opera migliore, ma ho compreso molte cose sulla scrittura e sul coraggio necessario per abbandonarsi a tutte le domande davanti al foglio bianco.

Quanto conta l’ascolto nel tuo comporre? E il silenzio, le pause, la voce?
L’esperienza come lettrice, genera in me un automatismo per il quale la mia parola sul foglio diventa mia nel suono, così inseguo le mie pause, il mio ritmo, e diventano così parte di me, che spesso, chi mi conosce, mi ha riferito che “sente” la mia voce. La cosa mi fa un buffo effetto, ma capisco cosa intendono perché quello che scrivo è impregnato di me, anche in questo aspetto.

Sei favorevole alla commistione di linguaggi diversi, della multimedialità artistica. Cosa ritieni possa offrire in più o diversamente rispetto alle forme canoniche provenienti dal passato?
Sono assolutamente favorevole ad ogni tipo di commistione e sperimentazione. La poesia, per prima, ha il dovere di muoversi negli spazi inesplorati, scoprire emozioni, vibrazioni che solo nuove strade possono offrire. Come per altro è sempre stato, in ogni tempo. L’arte ha il dovere di osare, turbare, disturbare. Deve portare un disagio, servire interrogativi.

Quanto il lavoro di operatrice culturale stimola la tua fantasia?
Anche questa occasione mi ha dato la possibilità di sperimentarmi con cose mai fatte prima, come la scrittura per i reading o la riduzione di opere già note per farne sempre dei reading di cui sono stata anche regista, lettrice e grande sostenitrice di questa forma di divulgazione. Legare la propria attività a specifiche tematiche per anniversari di autori famosi, per esempio, mi crea ottimi spunti per approfondire scrittori o poeti poco noti come Chairil Anwar o dei classici come Walt Whitman.

Hai svolto il ruolo di relatrice per diversi convegni legati alla cultura ebraica. Quale portato trovi universale e particolarmente importante da diffondere del pensiero culturale, spirituale, ebraico?
Approfondire la cultura ebraica significa confrontarsi da una diversa angolazione al portato biblico, scoprire diversi modi di intendere la Parola e diverse implicazioni che fanno del popolo ebraico comunque un popolo unico, nonostante le diaspore, le persecuzioni, la Shoah. Il tutto tenuto insieme dal Libro. Le lettere che formano parole, e sensi e numeri che si intrecciano e moltiplicano i loro significati da cui nascono infinite storie e racconti.

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