Simon Keenleyside

 

Continuo la perifrasi crescente
a dire sogno – sto sognando un ergo sum
di vita – immaginale se il rumore
che più esplode più è silenzio è questa forma
così viva che a una minima distanza suscita
reali segni a mano libera
stordisce
per chilometri le vene già interrate – spiega
un angolo il prodigio – e posso al cielo
la mia voce per l’idea perfetta a dare terra
a premere l’avvento di bruciare e ritornare
a nascere in granelli
se ora posso una flagranza posso un niente
nelle pause irrequiete della vita – infusa
la memoria più rifratta
ne anticipa lo scarto d’una spanna – è l’essere ma tu
non mi lasciare questa mano lasciami
il superno tuo fenomeno un respiro oppure un getto
a sovrastare d’acqua l’animale ch’è disposto
libero a cadere e non so quanto
coronerei di sole e braccia
una specie di miracolo sopra la terra
nel più vorace esploso all’invasione ingenua
a governare ciò che basta e riscaldare
sui fornelli piccoli
una rosa medievale o un rosso d’alba – l’abitudine
al conforto non ha decenza
e insiste a conficcarmela di lato se ora immagino
un ritaglio di noialtri e fiumi chiari. Se immagino
i senza-dio essere dio.

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