Francesca M. Lo Faro legge “Sinfonie d’Anima” di Grazia Licciardello. “La figura femminile emerge come custode della vita e protagonista della ricostruzione”.

In copertina compare una figura femminile che richiama le celebri muse del pittore Alfons Mucha. I colori rosati e tenui sembrano preparare il lettore a un viaggio interiore, quasi a introdurlo in una vera e propria sinfonia dell’anima. Ed è proprio questo che è Sinfonie d’Anima, la silloge poetica di Grazia Licciardello, fresca di stampa per Algra Editore: una raccolta che invita ad ascoltare le vibrazioni più profonde dell’esperienza umana. Dedicata alla memoria dei genitori, la silloge mette a nudo la sensibilità dell’autrice e, allo stesso tempo, disegna un percorso che si sviluppa attraverso quattro tappe, come un itinerario di progressiva consapevolezza.
Prima di ripercorrerle insieme, è utile soffermarsi brevemente sulla forma. Il verso è libero e la scrittura non cerca la sperimentazione formale. La poesia di Grazia Licciardello privilegia piuttosto la comunicazione diretta del sentimento: è una poesia accessibile, capace di parlare con immediatezza a un pubblico ampio. I temi affrontati sono universali: amore, perdita, dignità, speranza, pace. La raccolta li attraversa seguendo una sorta di filo rosso che unisce le diverse sezioni, sostenuto da un immaginario semplice ma fortemente evocativo.

Ne è un esempio il verso:
«Trionfi di gerani rigogliosi
accarezzano il sole».

Un’immagine luminosa e immediatamente visiva, che richiama la luce e i colori della casa dell’autrice nella piazza di Zafferana Etnea, con i suoi balconi fioriti che molti conoscono.

Un primo nucleo tematico rivela con chiarezza un filo rosso: la fragilità dell’esperienza affettiva umana. L’amore, nei vari testi, non è mai rappresentato come stabile e rassicurante. È piuttosto una realtà complessa, ambivalente, attraversata da tensioni e paure. Non c’è idealizzazione del sentimento: al centro vi è la coscienza della sua vulnerabilità, della sua esposizione al rischio.
In Dissolvenze domina la memoria.
«Fotogrammi di vita
che non torneranno più».

L’amore appartiene già al passato, è diventato ricordo, nostalgia.
«Ti penso
e l’anima si esalta,
nel tuo ricordo».

La felicità non è cancellata, ma appare inseparabile dal dolore. È come se ogni momento vissuto portasse con sé, fin dall’inizio, la possibilità della perdita.

In L’amore lo sguardo si concentra invece sul presente. L’autrice si interroga su cosa significhi amare oggi e introduce un tono diverso, più diretto, quasi ammonitore:
«Donna non farti irretire
da narcisi multiformi»;
«Non abbracciare
amebe mascherate».

Qui l’amore non è abbandono ingenuo, ma scelta lucida e consapevole. La figura femminile è chiamata a vigilare, a difendere la propria dignità, a riconoscere le dinamiche manipolatorie che possono nascondersi dietro parole e gesti.
Con Mostruosa maternità si tocca un punto ancora più delicato. La maternità, tradizionalmente celebrata come forma suprema d’amore, viene sottratta a ogni retorica.
«Per alcune, né gioia
né appagamento».

L’istinto materno non è presentato come esperienza necessariamente felice o totalizzante. La poesia incrina il mito, mette in discussione il legame generativo restituendogli complessità. Non si tratta di negare l’amore tra madre e figlio, ma di sottrarlo alle semplificazioni. I legami non sono certezze incontestabili: sono spazi vivi, esposti alla disillusione, alla fatica, alla possibilità di ferita. L’amore appare dunque come un’esperienza ambivalente, in cui desiderio e paura, slancio e perdita convivono. La figura femminile emerge come fragile e forte allo stesso tempo: vulnerabile, ma capace di consapevolezza. Possiamo leggere questo primo nucleo tematico come un percorso interiore dell’autrice: il desiderio di amare, la scoperta della complessità del sentimento, la ricerca di un equilibrio tra emozione e realtà. Non un rifiuto dell’amore, ma una sua rappresentazione più matura, capace di guardarlo senza illusioni ma anche senza cinismo.

La seconda sezione segna un passaggio importante. Accanto alla dimensione intima si apre infatti una prospettiva più ampia: la fragilità non è più soltanto privata, ma sociale. Entrano in scena le ingiustizie collettive, le violenze del mondo contemporaneo, le ferite ancora aperte della storia presente. La parola poetica assume così un valore civile. Non è più soltanto espressione emotiva, ma testimonianza e presa di posizione. La poesia non resta neutrale. L’autrice dà voce a chi spesso non ne ha: ai migranti, ai bambini sfruttati e privati dei diritti, alle donne vittime di violenza. Non si limita a rappresentare il dolore, ma lo espone alla coscienza di chi legge. Il male non è descritto come fatalità inevitabile, ma come realtà che interpella. Chi legge non può restare spettatore. Si potrebbe parlare di una poesia della compassione, ma non in senso sentimentale. È una compassione attiva, che chiede consapevolezza e responsabilità. Accanto alla denuncia, tuttavia, non viene meno uno spiraglio. Resta la possibilità che il bene, l’amore e la giustizia possano ancora lasciare una traccia nel mondo. Il passaggio decisivo è quello dall’io al noi. L’amore non è più soltanto esperienza personale, ma diventa solidarietà, tensione etica, forma di partecipazione. Non sorprende che questo accada. Chi conosce l’autrice sa che il suo sguardo si rivolge spesso agli ultimi, sostenuto da una fede profonda e da un forte senso di giustizia.

Nel terzo nucleo tematico emerge un altro livello di riflessione: l’identità dell’individuo che cerca se stesso, fatica a riconoscersi e chiede di essere riconosciuto. Le poesie raccontano il disagio dell’adolescenza, la solitudine delle metropoli, il bisogno di essere visti e amati.
In Adolescens il nucleo centrale è l’identità in formazione: chiusura emotiva, smarrimento, ribellione interiore. L’identità non è un dato acquisito una volta per tutte, ma una conquista graduale. In Alice emerge la solitudine contemporanea: non isolamento fisico, ma incomunicabilità e pressione sociale. In Donne il discorso si amplia verso il riscatto della figura femminile e l’affermazione della dignità. La fragilità si trasforma in consapevolezza e forza condivisa. Letti insieme, questi testi suggeriscono un movimento: dalla chiusura alla presa di coscienza, dalla ferita alla possibilità di rinascita. Nel loro insieme, le poesie delineano un itinerario: dalla fragilità dell’amore alla fragilità dell’umanità e dell’identità.

L’ultimo nucleo tematico conduce infine al punto più drammatico: la guerra. Il tema centrale è la devastazione, la perdita degli affetti, la rottura della vita domestica. Ma ciò che colpisce non è soltanto la distruzione materiale: è la violazione dell’intimità, delle case, dei ricordi, dei legami. Nella poesia dedicata a Gaza, l’autrice cita una fotografia salvata tra le macerie. L’immagine diventa un simbolo potente: quando tutto sembra crollare, memoria e identità resistono. La poesia non si limita a registrare la distruzione. Racconta ciò che sopravvive: la ricerca della pace, la resilienza, la forza delle relazioni umane. In tutta la silloge la figura femminile emerge come custode della vita e protagonista della ricostruzione. In estrema sintesi, ciò che colpisce lungo tutto il percorso della raccolta è che questa poesia non si abbandona mai alla disperazione. La fragilità attraversa ogni sezione: quella dell’amore, della società, dell’identità e della vita stessa di fronte alla guerra. E tuttavia, accanto alla sofferenza, emerge sempre qualcosa che resiste. Resistono la memoria degli affetti, la solidarietà tra gli esseri umani, la capacità di continuare a cercare dignità anche nelle circostanze più difficili. In questo senso Sinfonie d’Anima può essere letto come un viaggio attraverso le ferite dell’esistenza, ma anche come un invito a non smarrire ciò che rende umano l’essere umano: il bisogno di amore, di giustizia, di pace. Ed è forse proprio questo il messaggio più autentico della silloge di Grazia Licciardello: ricordarci che, anche quando la vita mostra il suo volto più fragile, esiste sempre uno spazio in cui l’anima può ancora trovare voce.

Francesca M. Lo Faro