“Il conforto dell’ombra” di Giancarlo Consonni. “La poesia è un modo per stare dentro e fuori i rumori del mondo”.

Si passeggia in città e il profumo delle robinie in fiore fa tornare in vita il mondo dell’infanzia e della giovinezza. Grazie a questa «madeleine de Proust», Giancarlo Consonni rievoca per illuminazioni gli anni della sua infanzia e adolescenza. Sono schegge di vita rurale nell’Italia in rapida trasformazione nel dopoguerra: i giochi e le fantasie infantili, le processioni religiose, gli animali da accudire, le serate passate a spannocchiare, e poi le venticinque lire da spendere in figurine e calciobalilla, i bagni nell’Adda, le prime letture, Lascia o raddoppia? all’osteria… e infine «venne l’asfalto | praticissimo demone | della dimenticanza». Sul filo della memoria, un tempo che non è più rinasce intatto in versi luminosi e sapienti; per rifiorire persino nei «luoghi e non luoghi» della Milano di oggi, coi suoi sarcofagi d’uffici, ma dove «i platani ancora assonnati | spandono semi» perché è primavera.

 “(…) c’è la parola che sa stare tra la gente/ e c’è la parola che abita il silenzio.”, con i suoi versi per chiedere: le parole bastano alla poesia?

Corre l’obbligo di una premessa. Nelle cose che dirò, rispondendo a questa come alle altre domande, non c’è alcuna pretesa di universalità. Parlo solo della mia esperienza; e quando dico “poesia” mi riferisco a quanto ho avuto la ventura – e la fortuna – di sperimentare di persona. Stare tra la gente e abitare il silenzio non sono in alternativa. Si possono fare entrambe le cose contemporaneamente, come se si stesse su una soglia. Questa soglia è il luogo dell’accadere della poesia, del suo farsi. La poesia deve saper andare tra la gente (nel senso di cercare il più possibile di essere comprensibile e condivisibile) e, insieme, deve avere consapevolezza del posto che la parola – e la voce che la rende unica – occupano nell’universo. A cominciare dal fatto che parola e voce sono un dono e che alla parola e alla voce è dato di ‘intervenire’ nel silenzio cosmico. Di questo dovremmo essere consapevoli ogni volta che prendiamo la parola; ma questo non accade quasi mai, per due ragioni: perché siamo presi da urgenze e contingenze e perché siamo immersi nella nuvola dei paesaggi sonori quotidiani. La poesia è un modo per stare dentro e fuori i rumori del mondo.

Qual è (o quale dovrebbe essere) la lingua ideale della poesia?

Se ci si pone sulla soglia a cui ho accennato, si ha la possibilità di osservare due fatti: da un lato, la funzione della lingua come medium e in particolare il suo essere mezzo e luogo dell’interloquire e del mutuo riconoscersi; dall’altro, possiamo intravedere il legame che può intercorrere tra la parola e il mistero. E qui prendere atto dell’inadeguatezza del mezzo linguistico nel dire fino in fondo della condizione umana, anche ricorrendo alla più penetrante e raffinata delle disquisizioni. La poesia deve dunque fare due cose contemporaneamente: avere i piedi ben piantati per terra parlando il più possibile la lingua di tutti – ma contrastando le sue degenerazioni – e catturare un poco del mistero che ci circonda. Non è mettendosi sulle orme della filosofia o infilandosi nel trobar clus che si consegue questo secondo obiettivo. La poesia può porsi a contatto con il mistero se si fa luogo di un accadimento: del baluginare del senso che scaturisce da interazioni interne a quanto, della vita e del mondo, essa mette in scena.

La forma quanto incide sulla “verità” della parola poetica?

La forma è anche sostanza e la sostanza è anche forma. La poesia è il luogo in cui forma e sostanza si illuminano a vicenda. E questo vale per ogni espressione artistica.

Ad oggi, dove è stato condotto dalla poesia? Qual è stato l’insegnamento?

“Condotto” è la parola giusta: la poesia mi ha preso per mano. Il farsi della poesia è difficile da spiegare. Posso solo dire che è un’esperienza che rasenta la felicità. Che insegnamento ho ricavato dalla poesia? Essenzialmente questo: la parola è un bene prezioso, averne cura è avere cura di sé stessi. Come parliamo riflette chi siamo. Ma avere cura della parola è anche un modo per avere cura del mondo. Un modo per non arrendersi agli scempi e agli sconquassi a cui il mondo è sottoposto dall’insipienza umana. Il degradarsi delle lingue è parte costitutiva delle molte crisi che attanagliano il pianeta.

La poesia è (anche) la lingua dell’invalicabile?

Credo di avere già risposto. La poesia è un ponte tra un qui e un altrove. Senza  un qui ben riconoscibile, che dice qualcosa di condivisibile sul mondo e sui luoghi in cui ci è dato di vivere, non è possibile tentare di raggiungere l’altrove, ovvero non ci è dato di intravede qualcosa, anche un barlume, circa il senso di quanto ci capita di vivere.

“La fine d’agosto/ è tutta ruggine e stoppie./ Ogni erba, ogni foglia, ogni fiore/ finirà/ nella bocca sconfinata dell’inverno.”, ancora i suoi versi per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta? Può colmare l’inascoltato?

È come salire una scala che non ha fine, ma che, di quando in quando, offre il conforto di un pianerottolo. La tensione a salire è destinata a persistere, ma la poesia-pianerottolo ci dà la possibilità di tirare il fiato. E, se possibile, di sorridere della pausa offertaci.

Per concludere salutando i nostri lettori, la invito a scegliere una sua poesia dal suo libro – (chiedo gentilmente di riportala) – e, nel contempo, la invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

Non sono solito usare la penna – o il computer – passando di versione in versione fino a quella definitiva; ragione per cui non sono in grado di soddisfare la sua richiesta. E mi spiego meglio. Il farsi della poesia, nel mio caso, è essenzialmente un fatto orale. I versi vengono ‘detti’ (e ‘ridetti’) come in un muto soliloquio. Un fatto che chiama in causa un doppio teatro: quello dei destinatari ‘ideali’ e quello sconfinato dell’universo. Poi, certo, c’è la trascrizione. E quando il tutto è fissato sulla carta, o sullo schermo del pc, c’è spazio per un possibile lavoro di limatura (a sua volta da sottoporre alla verifica del muto soliloquio). Il farsi della poesia, nel mio caso, si gioca nel prendere la parola – evento innescato da un ‘motore’ imperscrutabile – e nell’ascoltarsi. In questo affacciarsi della voce – e nel calibrarla ascoltandosi da dentro e da fuori – il poeta si fa un po’ attore. Un lavoro tra sé e sé, difficile, se non impossibile, da documentare. Ancor più difficile è dire di un altro versante dell’ascolto: il risuonare della parola come musica. E per questa via che la poesia fa emergere il canto che ogni lingua custodisce.

Giancarlo Consonni è nato a Merate, in provincia di Lecco, nel 1943. Architetto, è professore emerito del Politecnico di Milano, dove ha insegnato urbanistica per molti anni. Come poeta ha pubblicato Viridarium (Scheiwiller 1987), In breve volo (Scheiwiller 1994), Vûs (Einaudi 1997), Luí (Einaudi 2003), Filovia (Einaudi 2016), Pinoli (Einaudi 2021), Il conforto dell’ombra (Einaudi 2025).

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